INTRODUZIONE

Conoscere la storia di un ‘istituzione significa apprezzarne maggiormente la funzionalità nel contesto

sociale, in cui opera. Se, poi, questo istituto è il seminario vescovile, luogo ideale per la cura ed il

perfezionamento della vocazione religiosa si capisce quanto sia necessario lo studio delle sue vicende

storiche. Lo studio del passato non è sterile, ma è la chiave di lettura della realtà attuale.

Si deve a mons. Giovanni Di Stefano, rettore del seminario vescovile di Ferentino, la decisione di celebrare

il terzo centenario del pio istituto con la pubblicazione di un volume sulla sua storia dal 1687, anno della

fondazione, ad oggi.

Anche se la ricerca delle fonti è stata laboriosa, tuttavia ha dato notevoli soddisfazioni. A mano a mano

che i documenti venivano alla luce nella paziente indagine negli archivi, si è delineata la storia del

seminario di Ferentino, un istituto nato dal disegno degli Ordinari e dalla collaborazione con le forze più

vitali degli organismi religiosi diocesani.

Questo volume sviluppa la narrazione dei fatti secondo l'ordine cronologico degli avvenimenti. Dopo aver

analizzato la situazione storico culturale della diocesi di Ferentino nella seconda metà del XVI secolo e

dopo aver accennato alle fasi della fondazione del seminario vescovile, il racconto continua con la

riflessione sui regolamenti organizzativi dei vescovi Simone Gritti (1727) e Fabrizio Borgia (1753).

Nel secolo XVIII il seminario ferentinate conobbe un notevole sviluppo sia nell'ordinamento degli studi sia

nella riorganizzazione edilizia dell'edificio, che ospitava i giovani seminaristi. La fama dell'istituto si diffuse

ovunque tanto che nel XIX secolo molti giovani, provenienti dalle Puglie, dall'Abruzzo, dalla Sardegna,

dalla Campania, chiesero di esservi ammessi.

Ciò avveniva perché già dagli inizi del secolo i Gesuiti erano divenuti maestri titolari del seminario e, dopo

il 1870 entrarono ufficialmente a gestire anche la struttura organizzativa dell‘istituto. L'attività della

Compagnia di Gesù durò fino al 1923, quando per mancanza di elementi validi, la Compagnia dovette

lasciare il Seminario alla direzione del clero diocesano.

Dopo il primo disorientamento, causai o dall'acquisizione di una responsabilità molto gravosa, come è

quella della formazione degli aspiranti al sacerdozio, i nuovi amministratori seppero dare slancio al

seminario ferentinate, che ancora oggi mantiene inalterata la sua finalità essenziale: essere il vivarium

delle vocazioni sacerdotali.

Nel mio lavoro di ricerca sono stata sorretta dalla fiducia del rettore del seminario, mons. Giovanni di

Stefano, cui va il mio ringraziamento che estendo al padre ferentinate Silio Giorgi S.J., che mi ha aiutato a

ricercare nell'Archivio della provincia Romana della Compagnia di Gesù.

L'autrice Prof.ssa Bianca Maria Valeri

COMUNE DI FERENTINO

Il Consiglio Comunale ha voluto dare rilevanza alle celebrazioni del III Centenario del Seminario Vescovile

per testimoniare lo stretto legame dell'Istituzione con la storia civica della nostra città.

Il notevole contributo alla crescita culturale, civile e religiosa, la presenza attiva e decisiva nei momenti

tragici dell'ultima guerra quando il Seminario divenne luogo di sicuro incontro dei giovani; sono i segni più

giustificativi della sua incidenza nella storia cittadina.

La lettura di questo libro riporterà alla nostra memoria l'impegno della Chiesa locale e l'interesse della

municipalità per il Seminario che certamente continuerà, nel futuro, a perseguire i nobili fini per cui è

stato istituito.

Il sindaco - Francesco Gargani

PRESENTAZIONE DEL VESCOVO

Il Seminario Vescovile di Ferentino in quest'anno 1987 festeggia il terzo centenario di fondazione. La

commemorazione ha avuto inizio con la Messa celebrata dal Pontefice Giovanni Paolo II il 31 maggio 1986

nella Sua cappella privata. Dopo tale incontro di preghiera così ricco di favori celesti, i Superiori del

Seminario di Ferentino hanno organizzato numerose manifestazioni civili e religiose per festeggiare

l'importante avvenimento storico. Una iniziativa encomiabile è stata quella di scrivere la storia del

Seminario Vescovile ferentinate.

Tale scelta culturale è tanto più valida quanto più si pensa alla necessità di confermare nella memoria dei

posteri le vicende del passato, seme ed alimento per la fioritura di grazie spirituali per la Chiesa locale.

La Chiesa promuove le vocazioni al sacerdozio e le cura con amorosa sollecitudine nel Seminari, aiutando i

giovani, che li frequentano ad attuare lì pro getto di salvezza loro riservato dal Signore. Auguro al

Seminario Vescovile di continuare la Sua missione nella fedeltà a ciò che la Chiesa chiede in questo

tempo. Invoco, mediatrice Maria Santissima, la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sul

Seminario ferentinate, affinché continui a dare santi sacerdoti alla Chiesa di Dio per il servizio ai fratelli.

Dalla Sede Vescovile, 4 novembre 1987

Il Vescovo - Angelo Cella

PREFAZIONE

Conoscere la storia di un ‘istituzione significa apprezzarne maggiormente la funzionalità nel contesto

sociale, in cui opera. Se, poi, questo istituto è il seminario vescovile, luogo ideale per la cura ed il

perfezionamento della vocazione religiosa si capisce quanto sia necessario lo studio delle sue vicende

storiche. Lo studio del passato non è sterile, ma è la chiave di lettura della realtà attuale.

La Chiesa di Ferentino, appena fusa con quella di Veroli - Frosinone, celebra quest'anno il III Centenario

della fondazione del Seminario, che da trecento anni è scuola di formazione dei nostri sacerdoti e di figure

magnifiche di laici, ottimi cittadini, mariti e padri, che hanno portato la testimonianza della loro

formazione e fede nei vari ambienti, dove sono vissuti o che hanno frequentato per le varie attività, che la

stessa vita richiede.

Dopo i disagi dei primi tempi, esso ha trovato la sua sede definitiva nel luogo attuale in un edificio, che

lungo i secoli ha avuto accrescimenti e trasformazioni.

La commemorazione centenaria, però, si riferisce più che all'edificio, alla comunità del Seminario. Per oltre

due secoli la Diocesi di Ferentino ha attinto da questa scuola i suoi preti, cioè i pastori delle sue parrocchie

e i maestri del suo popolo; dall'inizio di questo secolo prepara gli adolescenti ad entrare nel Pontificio

Collegio Leoniano di Anagni.

Quanti giovani si sono formati al ministero sacerdotale nell'ascesi e nella gioia, nella preghiera e nello

studio, nell'impegno individuale e con l'aiuto comunitario!

Quanti educatori hanno profuso qui le loro doti e il loro impegno! Quante vicende alterne di gioia e di

dolore, di tranquillità e di tensioni, di crescita e di decadimento!

Dimenticare non è umano, non è saggio, e allora per un dovere di memoria e di riconoscenza verso chi ci

ha lasciato questa eredità e per quello che questa eredità ha rappresentato e rappresenta per noi, ho

pregato vivamente la Dott. Biancamaria Valeri, stimata ed esperta in materia, di fare le ricerche per

stendere una storia del Seminario.

La ringrazio per il lavoro fatto e mi auguro che esso non si limiti a soddisfare una pur giusta curiosità

storica, ma susciti in tutti amore ed impegno, perché una istituzione così importante nella vita della

Chiesa locale viva e cresca rigogliosa.

Il Signore ci sta dando la gioia di assistere ad una rinascita vocazionale.

Non è ancora sufficiente, occorre continuare a pregare e ad interessarsi al tema delle vocazioni

sacerdotali: nella nostra Diocesi questo è possibile, ed è doveroso.

Come Direttore del Centro Diocesano Vocazioni mi appello ai religiosi ed ai laici, specialmente ai genitori:

mi appello ai sacerdoti, anziani e giovani.

Mettiamo da parte discussioni e critiche.

Noi sacerdoti mostriamo a tutti la gioia per il dono ricevuto, diciamo a tutti l'amore per il Seminario: i

ragazzi e i giovani ci seguiranno.

Il III Centenario ci impegna in questa linea: dare un futuro al suo passato per la nostra Chiesa particolare.

Il Signore ci aiuti mediante l'intercessione della Madonna della Perseveranza, venerata nel Pontificio

Seminario Romano Minore e in questi giorni pellegrina al nostro Seminario e alle nostre parrocchie.

Ferentino, 6 novembre 1987

Il Rettore - Mons. Giovanni Di Stefano

CAPITOLO I

LA FONDAZIONE DEL SEMINARIO DIOCESANO DI FERENTINO

§ 1. Lo stato della diocesi dopo il Concilio di Trento

Nel 1585 il vescovo Silvio Galassi prese possesso della diocesi ferentinate, a lui affidata; subito decise di

svolgere una visita pastorale per poter conoscere più approfonditamente le necessità e la situazione

spirituale del suo gregge (1).

La realtà della diocesi non era confortante perché lo spirito religioso languiva; anche se tra i fedeli non si

manifestavano clamorosi casi di peccatori, tuttavia la pratica dei sacramenti era molto tiepida

specialmente nei centri minori della diocesi (2). Il disagio morale delle popolazioni, lasciate in balia della

più ingenua superstizione, praticata da molti diocesani (3), non era compreso dal clero, il più delle volte

preoccupato di accumulare benefici ecclesiastici o di difendere prerogative o privilegi feudali.

Il ceto ecclesiastico, quindi, non brillava per zelo pastorale e nemmeno eccelleva nell'istruzione. Pochi

ecclesiastici all'esame del Galassi risultarono meritori di elogio per la loro preparazione culturale; i più

ignoravano «litteras latinas» (4), la liturgia (5), il canto (6), inoltre non possedevano nemmeno i testi

sacri (la Bibbia) (7), il catechismo romano (8), i decreti di riforma del Concilio tridentino (9), i manuali più

noti in uso per i confessori, come la Summa Navarri (10) o la Summa Silvestrina (11).

Lo stato morale dei pastori era talvolta deplorevole: frequente il concubinaggio (12) ed i comportamenti

poco dignitosi, fomite di cattivo esempio per i fedeli (13). Il vescovo Galassi non si limitò solamente a

notare questi comportamenti ed a farli verbalizzare nella Visita, ma prese dei provvedimenti per eliminare

la condotta scandalosa del clero (14), cercando di ravvivare la sua vita spirituale, obbligando gli

ecclesiastici allo studio delle sacre lettere e delle opere teologiche, imponendo la conoscenza approfondita

dei decreti di riforma del Concilio di Trento (15).

Servendosi della sua notevole preparazione giuridica e dell'esempio formidabile del card. Carlo Borromeo,

il Galassi si prodigò nel riorganizzare le fondamenta cristiane della diocesi ferentinate. Tuttavia,

nonostante i suoi sforzi, il suo lavoro non fu completo, mancò alla sua attività di riformatore la risoluzione

di uno dei problemi più urgentemente richiesto dal Concilio tridentino: l'erezione del seminario.

Sembra strano che uno zelante pastore come il Galassi, che si era formato alla scuola del Borromeo e che,

durante il suo episcopato, cercò di incarnare le esigenze di riforma suscitate dal Concilio, abbia potuto

trascurare la necessità impellente di erigere il seminario diocesano. Con tale istituto il Vescovo ferentinate

avrebbe potuto facilmente sanare la piaga del clero indegno, avrebbe costituito una scuola dove formare

non solo la cultura del clero, ma anche la sua pietà e la sua spiritualità; avrebbe, quindi, giovato ancor di

più alla popolazione a lui soggetta, cosi avvilita nell'ignoranza e nella povertà.

Nel suo episcopato, cosi fecondo di attività riformatrice, non si ha il minimo accenno alla questione

riguardante il seminario.

È nemico della completezza storica il «naufragio» di gran parte dei documenti conservati negli archivi di

Ferentino; tuttavia una riflessione più attenta sulla storia, a noi nota, della cittadina ciociara può dare una

giustificazione del ritardo con cui il seminario venne eretto in diocesi.

Il Concilio di Trento nella sessione XXIII, tenutasi il 15 luglio 1563, aveva stabilito che ogni cattedrale

dovesse mantenere, educare e formare nelle discipline scolastiche un certo numero di ragazzi della stessa

città e diocesi (certum puerorum ipsius civitatis et dioecesis numerum) in un collegio apposito, eretto dal

vescovo preferibilmente in prossimità della cattedrale. Tale collegio non avrebbe solo dovuto preparare gli

ecclesiastici per il servizio della cattedrale, ma avrebbe dovuto essere Dei ministrorum perpetuum

seminarium, un perpetuo vivaio di ministri di Dio (sess. XXIII cap. 18).

Il Concilio stabiliva che nel seminario venissero accolti ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo

matrimonio, che sapessero sufficientemente leggere e scrivere. I giovinetti, orientati al sacerdozio

sarebbero stati scelti soprattutto tra i figli dei poveri, senza però escludere quelli dei ricchi. Essi durante il

corso di studi avrebbero appreso la grammatica, il canto, la Sacra Scrittura, le opere di scienza

ecclesiastica, le omelie dei santi e ciò che sarebbe stato necessario per amministrare i sacramenti (16).

L'esecuzione del decreto presentò subito notevoli difficoltà specialmente per il reperimento dei sussidi

economici e per il reclutamento di superiori e docenti idonei. Gli oneri di natura economica ritardarono la

fondazione dei seminari in molte diocesi italiane, nonostante che il Concilio tridentino, in previsione delle

difficoltà pecuniarie, avesse stabilito anche la creazione di un'apposita tassa pro Seminario.

Ostacoli economici impedirono al Galassi, dunque, di erigere il seminario. Infatti la sua diocesi non era

molto ricca: vi circolava poco la moneta, era per la maggior parte dei centri sottoposta alla baronia

feudale di grandi casate romane (17). L'economia non era florida e gran parte dei territori, appartenenti

alla Chiesa, erano concessi in enfiteusi con redditi non sempre sufficienti al sostentamento dei coloni, che

spesso ricorrevano all'usura (18).

Grazie alla visita pastorale del 1585 il Vescovo poté tracciare una pianta abbastanza fedele e minuziosa

della proprietà ecclesiastica e, ordinando di ristrutturare gli archivi parrocchiali, predispose un piano per il

recupero dei beni ecclesiastici occupati illecitamente (19). Questo lavoro di riordinamento della proprietà

ecclesiastica nella diocesi ferentinate fu preliminare all'individuazione di quei benefici, che potevano

essere utilizzati per l'istituzione del seminario diocesano.

Il clero di Ferentino, pur non avendo il seminario, nel XVI secolo poteva tuttavia usufruire di altre

istituzioni scolastiche, per migliorare la sua preparazione culturale. Nella città, dalla fine del XV secolo,

funzionava una scuola di retorica, fondata dall'umanista Martino Filetico (20) e tale istituto, per espressa

volontà del testatore, doveva istruire gratuitamente i giovinetti di Ferentino e del territorio. Nei centri

minori della diocesi erano aperte scuole pubbliche di grammatica, retorica e logica, i cui insegnanti

appartenevano al clero cittadino (21).

Il Galassi nella sua visita del 1585 impose ai maestri delle scuole laiche di inserire nel curriculum degli

studi materie attinenti le discipline ecclesiastiche e li invitò, in conformità con quanto consigliava il cap. 18

della XXIII sessione del Concilio tridentino, a provvedere che gli allievi «ogni giorno assistano al sacrificio

della Messa e confessino i loro peccati almeno ogni mese, che ricevan il Corpo di nostro Signore Gesù

Cristo quando il loro confessore lo giudicherà opportuno, e che prestino servizio nei giorni festivi nella

chiesa cattedrale o nelle altre chiese del luogo».

Il Vescovo, quindi, essendo a conoscenza delle povere rendite della sua diocesi, non si preoccupò di

costruire il seminario, ma pensò di utilizzare le scuole pubbliche di grammatica per la formazione del suo

clero. Appena conseguita una discreta cultura, allora l'Ordinario concedeva all'ecclesiastico, avviato al

sacerdozio, di recarsi a Roma a completare gli studi (22) specialmente giuridici (23).

Il Galassi non volle gravare la diocesi di Ferentino con la spesa derivante dalla costruzione del vero e

proprio seminario; preferì adattarsi alla situazione di fatto, in attesa che si verificassero condizioni

economiche più favorevoli. D'altra parte la difficoltà che si presentava in Ferentino era la medesima in cui

si dibattevano le diocesi viciniori. Nella vicina città di Anagni già dal 1572 il vescovo Lomellino aveva

desiderato fondarvi un seminario; ma aveva dovuto accantonare il pio proposito per la scarsezza dei

mezzi finanziari in suo possesso. Cosicché solo nel 1609, durante l'episcopato di Antonio Seneca, tale

aspirazione poté realizzarsi (24). Nella diocesi di Alatri il vescovo Bonaventura Furlani nel 1588 fondò il

seminario diocesano, che fu aperto solo nel 1689 (25). In Veroli il vescovo Asteo nel 1611 costitui il

seminario, che solo nel 1652 cominciò effettivamente ad operare (26).

Se il decreto tridentino, che aveva reso obbligatoria l'erezione dei Seminari, per molti anni fu inefficace,

ciò dipese solo dalle difficoltose condizioni economiche delle diocesi del basso Lazio, non dalla negligenza

dei loro Vescovi (27).

§ 2. Le fasi della fondazione del seminario

I primi tentativi per la creazione del seminario diocesano di Ferentino risalgono al vescovo Enea

Spennazzi, che resse la diocesi dal 1643 al 1658. Le sue premure approdarono all'emanazione di una

bolla, con la quale Innocenzo X il 15 ottobre 1652 sopprimeva alcuni benefici ecclesiastici per ricavarne

rendite e favorire la fondazione del seminario (28). Si addivenne alla chiusura dei conventi ferentinati dei

Domenicani (S. Domenico) e dei Carmelitani (S. Maria degli Angeli) e di quelli dei Conventuali di Prossedi

e Ceccano, perché ormai troppo esiguo era il numero dei religiosi in essi ospitato e le rendite non

permettevano più una vita dignitosa.

Il prefetto della congregazione super statu Regularium, il cardinale Spada, da Roma il 1° luglio 1653,

trasmise al Vescovo ferentinate la bolla di Innocenzo X, che decretava anche il modo di applicazione e di

ripartizione delle rendite dei benefici soppressi: al seminario diocesano sarebbero stati assegnati solo i

redditi dei conventi domenicano e carmelitano di Ferentino, unitamente ai 100 scudi, che un pio testatore

aveva lasciato per lo stipendio del maestro di scuola. Quanto ai religiosi, che tardavano ad abbandonare le

loro sedi ferentinati, l'Ordinario doveva sollecitarne la partenza definitiva (29).

Nonostante questa decisione drastica, dettata da esigenze economiche, ancora era lontano dalla

realizzazione il proposito di erigere il seminario. Erano trascorsi dal decreto di riforma sui seminari,

emanato dal Concilio tridentino, novant'anni, ma la situazione economica ferentinate faceva prevedere

altri ritardi. In questo lungo periodo di attesa si stavano, però, gettando le basi per poter con più facilità

erigere il pio istituto (30).

La realizzazione del progetto fu ritardata anche dalle carestie e dalle epidemie, che funestarono la prima

metà del XVII secolo. Nel primo decennio del secolo la popolazione diocesana era stata decimata da una

grave pestilenza, che aveva ridotto gli abitanti a 9.575 unità, così distribuite per centro abitato (31):

Ferentino 2510

Supino 1789

Ceccano 1284

Giuliano di Roma 1053

Patrica 879

Prossedi 796

Amaseno 696

Villa S. Stefano 399

Pisterzo 169

Tale decimazione aveva ritardato il miglioramento delle condizioni economiche, privando l'agricoltura di

forza lavoro e rendendo troppo oneroso per la popolazione il pagamento delle tasse ecclesiastiche. Molti

redditi di chiese e cappellanie si assottigliarono tanto da non essere più sufficienti al sostentamento del

beneficiato e ciò favorì quanto già aveva permesso il Concilio di Trento: il vescovo era autorizzato a

sopprimere e a fondere in un unione perpetua benefici troppo modesti (32).

Il peggioramento della situazione economica della diocesi ferentinate (33) favorì le fusioni dei benefici

ecclesiastici e permise la costituzione di un fondo di rendite, anche se poco consistenti, necessarie per la

fondazione del seminario.

Se mons. Enea Spennazzi riuscì soltanto ad ottenere l'unione dei benefici soppressi all'erigendo seminario

diocesano, più fortunato fu il vescovo Roncioni, che resse la diocesi dal 1658 al 1676. Ottavio Roncioni

riuscì a promuovere ancor di più l'attività pastorale del suo predecessore. Secondo la norma dal Concilio di

Trento impose una congrua tassazione alla mensa vescovile, ai benefici ed agli enti pii a favore del

seminario e nella congregazione del 10 ottobre 1664 elesse la cosiddetta «deputazione tridentina», ossia i

quattro deputati per amministrare le rendite del pio istituto (34).

L'Ordinario diocesano era membro di diritto della commissione, gli altri quattro membri erano eletti

secondo una precisa modalità: due scelti tra i componenti del Capitolo (uno eletto dal Vescovo, l'altro dal

Capitolo), due appartenenti al clero cittadino (uno eletto dal vescovo, l'altro dal clero secolare).

Tra gli oneri della deputazione tridentina vi era quello di nominare il rettore ed il prefetto del seminario, i

professori, di controllare la situazione economica dell'istituto e di prendere decisioni all'unanimità sulla

conduzione dei beni e delle rendite patrimoniali dell'istituto.

Il vescovo Roncioni il l° ottobre 1664 ebbe l'onore di nominare i primi deputati del seminario: in prima

congregazione dal Capitolo vennero scelti il can. Tiberio Santino ed il can. Giovanni Battista Tauco, in

seconda congregazione dal clero cittadino don Lelio Guadagnoli e don Magno Corazzini. Tali nominativi

vennero eletti considerando la probità e la disponibilità degli ecclesiastici (35). Nella stessa data il Vescovo

promulgò un editto con cui costituiva il seminario in conformità con quanto prescritto dal Concilio di

Trento.

Sarebbero stati ammessi giovani di età non minore di 12 anni: gli appartenenti ai ceti disagiati avrebbero

pagato una retta annuale di 18 scudi ciascuno, gli altri 30 scudi l'anno. Gli alunni sarebbero stati istruiti,

durante il corso di studi, da un maestro nella conoscenza della «grammatica, di Sacre Lettere, di scrivere

et altre bone discipline». Nel giorno stesso della pubblicazione dell'editto i padri di famiglia, abitanti in

Ferentino o nel territorio della diocesi, avrebbero dovuto presentare al vescovo e ai deputati i loro figlioli

desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica e «veramente accesi di voler servire a Dio et alla sua

S. Chiesa».

Al momento dell'iscrizione, dopo che i deputati si fossero informati sulla buona condotta e indole degli

aspiranti, i padri avrebbero dichiarato le generalità dei propri figli, indicando anche il nome del padre e

della madre, l'indirizzo, l'età e la «piena e vera informatione del habilità e stato suo».

Purtroppo non essendoci ancora rendite consistenti il vescovo, consigliato dai deputati del seminario,

aveva già tassato la mensa episcopale e capitolare «come del resto di tutte le entrate di prebende e

benefitii, abbatie, monasteri, hospitali, confraternite et altri beni ecclesiastici della città e diocesi... Tutti

quelli che sono stati tassati... debbono haver pagato per tutti li 25 del corrente mese de octobre la sua

rata in mano delle persone... a ciò destinate; e cosi successivamente negli anni a venire».

Il vescovo, inoltre, consigliava di unire al seminario benefici semplici: a chiunque si sarebbe prodigato in

tal senso, «parimenti si andarà sgravando ... la somma tassata» (36).

L'editto fu affisso il 19 ottobre del medesimo anno alla porta maggiore della Cattedrale e nella piazza del

comune dal Mandatario della curia episcopale Giacomo de Angelis; mentre il cancelliere Giulio de Andreis

si faceva carico di trasmettere le copie dell'editto, accompagnate da lettere circolari, nelle città sottoposte

alla giurisdizione diocesana di Ferentino, perché i vicari foranei le affiggessero alle porte delle collegiate e

ne dessero la più ampia pubblicità (37).

Il seminario di Ferentino era, dunque, stato eretto, rispettando tutte le formalità richieste dal Concilio di

Trento: tuttavia non si fa accenno ad una casa, che potesse ospitare i giovani seminaristi, né si

conservano documenti attestanti l'adesione del popolo alla deliberazione del vescovo Roncioni di

«ammettere» nel seminario giovani «delli più atti» sino al numero da lui «previsto» (38).

Può darsi che l'erezione, di cui si parla, non riguardi l'edificazione del seminario, ma solo la costituzione

ufficiale di un «seminarium», di un istituto specializzato per la formazione del clero diocesano, dipendente

direttamente dal vescovo, senza dover più ricorrere, come nel passato, alle scuole pubbliche di

grammatica e retorica.

Ottavio Roncioni chiude, quindi, la prassi consueta e si inserisce con decisione sulla scia riformatrice

indicata dal Concilio di Trento: la diocesi di Ferentino avrebbe avuto finalmente il suo seminario ed i suoi

sacerdoti avrebbero avuto fin dall'adolescenza un'istruzione degna del loro ministero. Per il momento non

era ancora urgente l'esigenza di un edificio apposito, dove ospitare i «seminaristi», che, forse sull'esempio

della diocesi di Sora (39), dimoravano con il vescovo, essendo l'episcopio di Ferentino molto vasto ed

accogliente.

Tuttavia il desiderio di mons. Roncioni era destinato a non aver fortuna, essendo troppo gravosa la retta

annua di 18 scudi per gli alunni «poveri» e 30 scudi per gli «altri». Nei seminari postridentini per lungo

tempo si mantenne la distinzione tra «alunni», mantenuti gratis, e «convittori», che si mantenevano

dietro compenso di una retta annua. Sembra, invece, dall'editto del Roncioni che tale distinzione fosse

solo in parte accettata: infatti anche i «poveri» dovevano versare un compenso pecuniario, anche se

minimo rispetto all'intera somma di 30 scudi. Ciò è giustificato se si pensa che ancora il seminario non

godeva di un consistente fondo patrimoniale. Il vescovo dovette applicare tasse sulle rendite

ecclesiastiche; ma non bastando l'introito, consigliava tanto ai sacerdoti che ai laici di unire al seminario

benefici semplici con l'accattivante proposta di sgravare, chi acconsentiva all'incentivo, dell'onere di

questa tassa pro Seminario.

Il vescovo Roncioni morì il 2 luglio 1676 senza veder progredire la sua iniziativa. Più favorevole

all'istituzione del seminario fu l'episcopato di Giancarlo Antonelli, che resse la diocesi dall'11 gennaio 1677

al 20 aprile 1694 (40). Il suo predecessore non era riuscito ad ottenere risultati positivi, perché troppo

tenue la consistenza dei redditi.

La Congregazione nel 1653 aveva concesso la facoltà di erigere il seminario, utilizzando i redditi dei due

conventi soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli: essi, infatti, ammontavano a 198 scudi e 65

baiocchi, troppo poco per poter mantenere un'istituzione così delicata e complessa (41). Perciò mons.

Antonelli decise di trovare altri cespiti d'entrata per favorire lo sviluppo ed il potenziamento del seminario

diocesano.

Il 3 aprile 1687 il vescovo Antonelli riunì il capitolo e gli espose il suo parere favorevole alla assegnazione

dei beni dei conventi soppressi e dei 100 scudi, lascito testamentario per il pagamento dello stipendio al

maestro della scuola cittadina, al seminario diocesano (42). Avuta l'approvazione a tale disegno, subito il

vescovo riunì la congregazione per eleggere i nuovi deputati. Vennero nominati solo due sacerdoti: il can.

Giovanni Battista Bellà dal Capitolo e dal clero cittadino l'abate parroco di S. Maria Maggiore Ambrogio

Squanquarilli (43).

La riunione si protrasse fino a tarda ora e si rimandò al giorno seguente, 4 aprile, l'elezione degli altri due

deputati della commissione tridentina «pro bono regimine et manutentione seminarii»: dal capitolo il

cancelliere episcopale Marsilio Agnei e «de clero civitatis» Francesco Antonio Gizzi. In quel medesimo

giorno fu decretata la definitiva e perpetua annessione dei due conventi soppressi; inoltre si stabilì di

istituire la tassa pro Seminario da applicare ai capitoli, chiese, benefici e luoghi pii tanto della diocesi che

della città. Fu incaricato di esigere tale imposta il canonico Domenico Antonio de Gasperis (44).

Intanto nella bolla episcopale, emanata il giorno precedente, il vescovo aveva espresso il desiderio di

aggregare al Seminario anche le rendite della cappellania di S. Pietro in Vincoli, vacante per la morte del

cappellano Magno Corazzini, di giuspatronato della Comunità, e delle altre cappellanie di giuspatronato

della Comunità vacanti per la morte dei loro cappellani: cappellania di S. Caterina e cappellania della

Conversione di S. Paolo (45).

Sulla cappellania di S. Pietro in Vincoli è necessario spendere qualche spiegazione, perché tale beneficio

implicò successivamente, nel corso del XIX secolo, un conflitto giurisdizionale con il Comune di Ferentino.

Tale cappella fu eretta il 4 marzo 1596 dal canonico Giovanni Leonini (46). Egli aveva avuto dal vescovo

Orazio Ciceroni e da Ercolano Masi, abate e rettore della chiesa di S. Maria Gaudenti, la licenza di

trasferire all'interno dell'edificio sacro una cappella esterna eretta vicino alla porta di ingresso e ormai

diruta. Costruita la nuova cappella, il Leonini la dotò, riservandosi solo il diritto di nominare il cappellano,

diritto che esercitò in vita e che lasciava, dopo la sua morte, al Comune di Ferentino. Il primo cappellano

fu Giovanni Battista Ciuffarella, chierico iniziato alla prima tonsura; il suo onere consisteva nel celebrare o

far celebrare due messe ogni settimana, al martedì e al sabato (47).

Essendo nel 1687 morto l'ultimo cappellano, il Comune di Ferentino, subentrato al Leonini nel diritto di

giuspatronato, decise il 6 aprile 1687 di non nominare più altri cappellani e di applicare al seminario i

redditi della cappellania, riservandosi il diritto di nominare ogni quinquennio ad un posto gratuito un

alunno scelto tra i cittadini.

Il 25 maggio, circa un mese dopo dalla deliberazione, si riunì il consiglio comunale per ratificarla. Erano

presenti i priori Plinio Bagalè, Giovanni Battista Gasbarra e Giovanni Battista Grappella, insieme con i

settantacinque assistenti e con la partecipazione del governatore Giuseppe de Sanctis. Presa la parola, il

primo consigliere Ambrogio de Gasperis chiese che venisse approvata con votazione la proposta di

passaggio ai seminario della cappellania di giuspatronato comunale. Solo dopo votazione favorevole si

poteva nominare l'alunno al posto gratuito.

Messa ai voti la prima parte della proposta (arringa) de Gasperis, risultò approvata con 74 voti favorevoli

(bianchi) contro un contrario (nero). Sempre il de Gasperis propose di nominare quattro consiglieri per la

scelta di almeno cinque nomi di concorrenti, i cui nomi sarebbero stati scritti su apposite «schedule», poi

estratte a sorte. I consiglieri eletti furono: Ambrogio de Gasperis, Ludovico de Gasperis, Camillo de

Sanctis e Marco Antonio Luciola. Furono poi designati i nomi dei concorrenti: Romualdo Francesco, Marco

Antonio Cialino, Carlo Fortunato Ulponi e Domenico Gasbarra. Fu estratto il nome di Marco Antonio

Cialino, che fu accettato in seminario solo il 4 giugno 1687 (48). Nella medesima data vennero accettate

le annessioni al seminario dei conventi soppressi e della cappellania di S. Pietro in Vincoli; furono aggiunti,

comprendendo la tassa sulla mensa episcopale e sul clero, altri 150 scudi annui (49).

Il vescovo Antonelli il 4 aprile 1687 promulgò un editto per avvertire la popolazione della sua diocesi che

venivano aperti i termini per l'iscrizione al seminario dei giovani aspiranti. Nel testo il vescovo ricalcava il

formulano del precedente editto del 1664 emanato da mons. Roncioni, pur introducendo alcune diversità

fondamentali.

Solo otto alunni «poveri», di età non superiore ai dodici anni, potevano essere accettati; gli altri giovani

desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica, sarebbero stati considerati convittori con la retta di

due scudi al mese, pagati anticipatamente. Le condizioni per essere ammessi al sacro istituto, erano

quelle stabilite dal can. 18 della sess. XXIII del Concilio Tridentino con l'esplicita menzione che i giovani

dovevano mostrarsi «veramente accesi di voler servire a Dio et alla Santa Chiesa».

Trascorsi 10 giorni dalla pubblicazione dell'editto e dalla sua affissione nei luoghi stabiliti (piazza del

Comune e porta maggiore della Cattedrale in Ferentino; porte delle chiese maggiori negli altri centri della

diocesi), venivano aperte le iscrizioni per gli aspiranti ai posti gratuiti, che sarebbero stati selezionati in

base al criterio della attitudine al sacerdozio. Dopo l'ammissione e la presentazione dei documenti di rito

comprovanti il nome, l'età, la paternità e l'indirizzo, sarebbero iniziate le lezioni, impartite da maestri di

grammatica, sacre lettere, «humanità», retorica ed altre «buone discipline».

Concludeva il testo dell'editto la nota delle rendite patrimoniali del seminario: l'unione dei conventi

soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli e gli introiti derivanti dalla tassa permanente applicata ai

benefici ecclesiastici, tassazione distinta in due rate annuali da pagarsi la prima entro il mese di maggio e

la seconda entro il mese di novembre. Il Vescovo ventilava inoltre la proposta di eliminare (sgravare) tale

tassazione, previa fusione di benefici semplici al seminario (50).

Il tentativo del vescovo Antonelli ebbe subito vasta risonanza in città e in diocesi. Il Comune si affrettò a

concedere le cappellanie di suo giuspatronato erette in S. Maria Gaudenti, per favorire maggiormente

l'inizio del nuovo istituto. Anche le famiglie ferentinati risposero all'invito dell'Ordinario e gli presentarono i

loro figli, desiderando usufruire della possibilità di partecipare all'assegnazione degli otto posti gratuiti.

Il 26 maggio 1687, il giorno successivo alla riunione consiliare in cui il Comune nominava alunno del

seminario Marco Antonio Cialino, figlio di Giuseppe (51), la deputazione tridentina eleggeva, tra quelli che

si erano presentati, quattro alunni per il quinquennio 1687 1692: Romualdo Mancini, figlio di Giacinto,

Giuseppe Collalti, figlio di Giacinto, Orazio Vellucci, figlio di Carlo Ambrogio, e Giuseppe Antonio Tartaglia,

figlio di Ambrogio (52).

La commissione avrebbe dovuto scegliere otto nominativi di alunni, invece ne scelse solo quattro. Non

furono conservate, purtroppo, le domande di iscrizione relative al primo quinquennio dell'attività scolastica

del seminario, per cui non si sa se si presentarono solo in quattro all'esame di selezione o se furono più di

quattro. Sta di fatto che il bando di concorso fu emanato il 4 aprile 1687 e le domande potevano pervenire

alla commissione dei deputati a partire dal 14 del medesimo mese ed anno senza limitazioni di sorta.

La deputazione tridentina ebbe circa 40 giorni a disposizione per esaminare le richieste di ammissione,

raccogliere informazioni sui candidati e condurre le prove di esame per scegliere i giovani più idonei al

sacerdozio. Quindi il lavoro della commissione fu svolto con prudenza e serietà. Poiché il numero degli

alunni, ammessi a godere gratuitamente del posto in seminario, era la metà esatta del numero previsto,

successivamente si aprì l'ingresso anche ai convittori, che avrebbero sborsato annualmente una retta pari

a 24 scudi l'anno. Tale retta sarebbe stata utilizzata per coprire le spese per il vitto e alloggio e per lo

stipendio ai superiori e ai docenti (53). Furono accettati come convittori per il medesimo quinquennio: da

Ferentino Vincenzo Luciola e Giacomo Bellà, da Patrica Pietro Getulio Stella e da Frosinone Germano e

Giuseppe Imperiali (54).

Il seminario diocesano aveva i suoi alunni ed i suoi convittori, ma mancava l'edificio che li potesse

accogliere dignitosamente Il vescovo Antonelli, allora, il 31 maggio 1687 riunì la deputazione tridentina e

le sottopose la sua proposta di reperire necessariamente un edificio per comoda e dignitosa abitazione dei

seminaristi e dei loro superiori. La commissione espresse parere favorevole ad utilizzare gli edifici di

proprietà dei canonici della cattedrale e della parrocchia di S. Ippolito «insimul connexos cum suo horto»,

posti nel centro abitato nel territorio della parrocchia di S. Maria Gaudenti. Il verbale della riunione è

molto preciso nell'indicare i confini della proprietà: le case confinavano con i beni dei signori de Mariis,

passati poi in proprietà alla signora Cecilia Loira, erano delimitati per due lati con le vie pubbliche e per

l'ultimo lato con i beni di proprietà dei Canonici concessi in enfiteusi a Giovanni Battista Mazzolo.

Il Concilio di Trento aveva suggerito nel can. 18 della sessione XXIII la necessità che il seminario fosse

vicino alla Cattedrale, dovendo i chierici servire in essa; pur non verificandosi in Ferentino tale

opportunità, ma dovendosi reperire urgentemente un fabbricato per alloggiare i dieci seminaristi e

dovendo finalmente dare l'avvio al funzionamento ufficiale e definitivo dell'Istituto, il vescovo Antonelli

accettò la proposta della deputazione tridentina, anche perché l'edificio prescelto era già di proprietà

ecclesiastica e quindi non si sarebbe dovuto pagare alcun affitto. Subito il Vescovo inviò il suo vicario

generale, il can. Giulio de Andreis, per ispezionare tali edifici e verificare la loro abitabilità; infatti vi si

dovevano ammettere i cinque alunni, scelti nelle congregazioni del 25-26 maggio 1687.

Intanto l'Ordinario diocesano aveva eletto rettore del seminario don Antonio Ciafroni, abate di S. Ippolito

(55). Nella stessa giornata del 31 maggio il vicario generale de Andreis si diresse verso la nuova sede del

Seminario uscendo processionalmente dalla cattedrale con i canonici e maestri di cerimonie Sante Santino

e Giuseppe Infussi, i canonici Giovanni Battista Bellà e Francesco Antonio de Andreis, l'abate Ambrogio

Squanquarilli, il deputato Francesco Gizzi, Domenico Antonio de Gasperis, Francesco Antonio Matulano,

l'abate Giacinto Ciuffarella, Michelangelo Pagella, Ambrogio de Gasperis, Pietro Paolo Squanquarilli. La

cerimonia di benedizione del nuovo seminario fu molto suggestiva: il canonico Giulio de Andreis benedisse

l'edificio, lo proclamò pubblicamente seminario diocesano e vi introdusse i chierici. Al rettore Antonio

Ciafroni consegnò le chiavi e con tale atto ufficiale gli riconobbe l'autorità di proteggere, istruire e far

progredire nella cultura e nella pietà i cinque alunni a lui affidati (56).

Le costituzioni e le regole dei seminari post-tridentini ricalcarono uno schema uniforme: non solo vennero

seguite le direttive tracciate dal concilio, ma si ritenne come modello insuperabile lo schema che la

Compagnia di Gesù aveva dato al Seminario Romano, in vigore fin dal 1571. La separazione tra

seminaristi e mondo esterno doveva essere netta e la formazione ascetica degli aspiranti al sacerdozio

doveva passare attraverso la meditazione, l'esame di coscienza e gli esercizi spirituali. Una eco di questa

intransigenza si legge nell'ultimo editto promulgato il 31 maggio 1687 dall'Ordinario, per impedire che

chiassi e schiamazzi potessero disturbare i seminaristi nel loro cammino ascetico.

Il seminario era stato eretto in un quartiere popoloso, per questo il Vescovo ordinò che nessuno, né di

notte né di giorno, osasse cantare, suonare, giocare (anche se si trattava di gioco lecito) nelle immediate

vicinanze del luogo pio, per evitare che gli alunni fossero allontanati dalle «virtù e bone e sante

educationi, prescritti dal Sacro Concilio tridentino». Chi contravveniva a tale ordine era condannato a

pagare 25 scudi, da applicarsi al medesimo seminario o ad altri luoghi pii. Nella pena era accomunato

anche chi avrebbe favorito i disturbatori. Il Vescovo fu intransigente, dichiarando che «si procederà con

ogni rigore, senza speranza di alcuna gratia, anco per inquisitione o denuntia di legato esploratore per

mezzo del giuramento». Quindi ci sarebbero stati anche degli inviati episcopali destinati a controllare che

l'editto fosse osservato e rispettato (57).

Il 6 giugno del medesimo anno Giancarlo Antonelli con soddisfazione unì altri benefici al seminario, perché

le tre possessioni di San Domenico, S. Maria degli Angeli e della Cappellania di S. Pietro in Vincoli non

erano sufficienti a sostenere le esigenze degli otto seminaristi, cinque alunni e tre convittori.

Il Vescovo riuscì ad aggiungere, per la mancanza dei cappellani, 22 benefici semplici alle rendite

dell'istituto: di questi benefici sei erano di giuspatronato di Francesco Rosini (58), otto di Giovan Pietro

Strada (59), cinque del Fede (61), uno chierico Francesco de Angelis in S. Ippolito (62).

§ 3. I primi anni di vita del pio istituto.

Sembrava che finalmente ogni cosa si fosse stabilita per il meglio, invece cominciarono i problemi. Non

era passato nemmeno un mese che il rettore don Antonio Ciafroni, il 12 luglio del medesimo anno si

presentò alla deputazione tridentina per rassegnare le dimissioni, perché riteneva le rendite del seminario

non sufficienti alle esigenze dell'istituto.

La commissione esaminò l'istanza del Ciafroni e, accettando le sue dimissioni, lo sostituì con Giovanni

Battista Pellegrini. Anche il prefetto Aristotele Velli, eletto nella congregazione del 31 maggio 1687, venne

surrogato da Domenico Rossi (63).

La situazione dell'edificio adibito a seminario non era delle migliori, perché distava troppo dalla cattedrale

ed il luogo non era adatto al raccoglimento dei seminaristi, perché era confinante con abitazioni di privati

cittadini. Sembrò quasi un segno provvidenziale quando, il 23 luglio 1687, il signor Ascanio Cascese del fu

Domenico presentò al vescovo Antonelli una supplica, in cui dichiarava di offrire al seminario una sua

casa, con orto e cortile, sita vicino ai beni degli eredi di Antonio Rossi, Cinzio Collalti e dei signori Ghetti.

La casa era delimitata dalla via pubblica ed al momento era affittata a Bernardino Isabelli. Il Cascese si

riservava solo per sé e per i suoi eredi il diritto di nominare un alunno da mantenere gratis per un

quinquennio in seminario.

La supplica ebbe positiva accoglienza da parte del Vescovo, che convocò per il giorno seguente la

deputazione tridentina, per discutere sul da farsi (64). La commissione, composta da Giulio de Andreis,

vicario generale, e dai deputati canonici Giovanni Battista Bellà e Marsilio Agnei, Ambrogio Squanquarilli,

abate di S. Maria Maggiore, e Francesco Antonio Gizzi, Abate di S. Valentino, accettò la donazione del

Cascese perché la casa era edificata in prossimità della cattedrale. Al Cascese fu riconosciuto anche lo ius

eligendi (65), che venne subito messo in atto con la presentazione di Francesco Antonio Battista (66).

Il Cascese con la sua donazione offriva al seminario una casa, insieme con una rendita di 100 scudi, 50

dei quali sarebbero stati subito versati; gli altri 50 sarebbero andati all'istituto dopo la morte del donatore.

Nelle intenzioni del munifico benefattore non era il desiderio che tale casa divenisse il vero e proprio

istituto per la formazione del clero; tale deliberazione si verificò solo nel 1694, dopo la denuncia

dell'inagibilità dell'edificio in cui era ospitato il seminario (67).

Intanto la vita dell'istituto era travagliata dalle continue dimissioni dei rettori e dei prefetti. L'11 novembre

1687 il prefetto Domenico Rossi rinunciò alla sua carica, a cui venne subito richiamato don Aristotele Velli

(68). Il 20 dicembre dell'anno successivo (1688), però, il Velli di nuovo rassegnò le dimissioni, perché

dovendosi recare in Roma per affari e dovendovi abitare, non poteva esercitare la funzione di prefetto;

immediatamente fu sostituito da Domenico Infussi (69). Non passò nemmeno un mese che il 13 gennaio

1689 don Giovanni Battista Pellegrini rettore, alias deputato, del Seminario diocesano richiese di essere

sostituito; al suo posto fu scelto Carlo Torti (70). Circa un anno dopo, il 12 aprile 1690, anche il prefetto

Domenico Infussi si dimise e venne sostituito da don Salvatore Gobbo (71).

Nel primo quinquennio di vita il Seminario ebbe a superare molte difficoltà, derivate forse dal fatto che i

superiori prescelti non erano in grado di assolvere il loro compito, oppure avevano troppi impegni che li

distoglievano dal condurre la loro vita a contatto con i seminaristi (72). Tuttavia l'istituto ancora aveva

piccole dimensioni, non superando gli iscritti la decina (73), eppure gli allievi erano dotati di vivo interesse

per lo studio, per cui, nonostante l'avvicendarsi dei superiori, essi riuscirono tutti a licenziarsi nel 1692.

Al loro posto furono introdotti il 1° ottobre 1692 altri otto alunni:

Ambrogio Antonelli, Salvatore de Angelis, Antonino Marcelli, Pietro Trenta, Giovanni Battista Epifani,

Giuseppe Viola. Su presentazione di Ascanio Cascese fu accettato Silverio Battista, mentre su

presentazione della Comunità il 22 febbraio del 1693 venne accettato Francesco Antonio Bertoni (74).

L'anno 1694 fu un anno funesto per il Seminario Vescovile e per tutta la diocesi di Ferentino: il 20 aprile

1694 morì Giancarlo Antonelli; a lui successe Valeriano Chierichelli il 21 giugno del medesimo anno (75).

Era trascorso appena un mese dalla presa di possesso della diocesi, che il 25 luglio 1694 si recò dal nuovo

Ordinario il prefetto del seminario, Salvatore Gobbo, per mostrargli le sue lamentele riguardo alla

situazione della sede dell'istituto.

La casa che il 31 maggio 1687 il vescovo Antonelli aveva stabilito come abitazione degli alunni seminaristi

non era comoda, né funzionale; era distante dalla Cattedrale e sita in una zona oscura e insalubre, per cui

gli alunni e i ministri spesso cadevano ammalati. La situazione igienica era divenuta ormai insostenibile.

Dal 23 luglio 1687 era venuta in possesso del seminario una casa edificata vicino alla cattedrale, posta in

una zona assai salubre: ma nessuno aveva mai pensato di trasferirvi la sede del pio istituto.

Questa casa, donata da Ascanio Cascese, era stata successivamente ampliata con l'acquisto da parte dei

canonici di un altro edificio contiguo dotato di cortile e di orto. Poiché il fabbricato era isolato dagli altri

poteva essere ampliato e completato di tutte le comodità necessarie per un seminario. Salvatore Gobbo

consigliava il vescovo di usare la casa Cascese come nuova sede del seminario e di trasferirvi, senza

apportarvi modifiche, gli alunni e i ministri. (76)

Il vescovo, consultatosi con i deputati, decise di accettare la proposta del prefetto del seminario e quindi

diede al vicario generale l'ordine di andare in casa Cascese, benedirla, dichiararla pubblicamente

seminario ed introdurvi gli alunni, i convittori ed i ministri. Prontamente il vicario obbedì e si recò in casa

Cascese, accompagnato dai seminaristi allora ospitati nell'istituto (77) e da Carlo Torti, rettore, e

Salvatore Gobbo, prefetto. Davanti ai deputati (78) benedisse la casa con tutte le sue pertinenze e vi

introdusse i seminaristi (79).

Le peripezie del Seminario, però, non erano terminate.

Il 9 dicembre 1694 il can. Domenico Antonio de Gasperis, depositario e agente del seminario, riferì al

Vescovo che la casa Cascese, nuova sede del seminario, era poco funzionale alle esigenze dell'istituto che

ospitava. Essa era composta da due case vecchie e dirute, che sebbene adiacenti, erano su piani diversi e

minaccianti rovina. Si doveva subito correre ai ripari, demolendo le murature pericolanti e facendone

erigere altre più solide. Inoltre si doveva provvedere a rifare il tetto e per tutto il lavoro, che si richiedeva,

era necessario convocare un architetto.

Il preventivo di spesa si aggirava sugli 800 scudi, una somma esorbitante per le magre entrate

dell'istituto. Il consiglio del depositario era di chiudere per almeno un quinquennio il luogo pio, per poter

affrontare e portare a termine i lavori richiesti. Il Chierichelli, constatando la delicatezza della questione

implicante gravi spese economiche, aggiornò la seduta al giorno seguente alle ore 17, convocando non

solo la congregazione dei deputati, ma anche Ascanio Cascese e il capo priore della Comunità di Ferentino

Domenico Antonio Tibaldeschi (80).

All'ora stabilita il 10 dicembre si riunì la congregazione composta dai deputati can. Giulio de Andreis,

Giovanni Battista Tomei, parroco di S. Pietro, Marsilio Agnei, cancelliere, Francesco Antonio Gizzi, abate di

S. Valentino e dal capo priore Domenico Antonio Tibaldeschi. Era assente per malattia Ascanio Cascese,

sostituito dal can. Domenico Antonio de Gasperis, agente e depositario dell'istituto.

All'ordine del giorno era previsto solo un argomento di discussione: ampliare, rinnovare ed adattare ad

uso di seminario casa Cascese. La discussione si accese subito, perché le difficoltà economiche da

risolvere erano molto gravi. Si trattava di reperire oltre 800 scudi, necessari per ristrutturare un

complesso edilizio composto da due case, in cui sarebbero state ospitate più di dieci persone. Dopo

matura riflessione i deputati ed il capo priore ritennero opportuno affrontare qualsiasi sacrificio economico

pur di mantenere in vita il seminario diocesano. Per questo quanto prima sarebbero iniziati i lavori ed il

seminario sarebbe stato chiuso.

Intanto bisognava designare il nome dell'architetto, che avrebbe diretto i lavori, e fare provvista di calce,

sabbia, sassi, «tartare» e di quanto potesse essere necessario per la costruzione (81). Anche Ascanio

Cascese, venuto a conoscenza della volontà espressa dalla Congregazione, espresse il suo parere

favorevole ai lavori di ripristino dell'edificio (82). I seminaristi furono dimessi e rimandati alle loro case

con l'obbligo di essere disponibili al servizio in Cattedrale.

I lavori iniziati nel 1694 terminarono quattro anni più tardi, nel 1698. Infatti il 30 novembre 1698, avendo

constatato che il nuovo fabbricato per uso seminario era stato completamente restaurato e ammodernato,

il Chierichelli ordinò a Francesco Antonio Salvatori, agente e depositano, di introdurre, a partire dal 1°

gennaio 1699 gli alunni eletti e destinati per il successivo quinquennio: Francesco e Giacinto de Gasperis,

Angelo Antonio Malatesta, Baldassarre Agnei, Pietro Paolo Sisti, Pirro Squanquarilli, Silverio Battista,

presentato da Ascanio Cascese, e un altro alunno, designato dalla Comunità. Il Vescovo riconfermava

come rettore l'abate Carlo Torti e come prefetto don Salvatore Gobbo (83).

Il giorno dopo, 1° dicembre , il Salvatori si presentò al Vescovo per chiedergli di revocare l'ordine dato:

«la fabbrica e muraglia della habitatione non sono ancora stagionate né asciutte» e facendovi alloggiare

gli alunni, il rettore e il prefetto, sarebbe come «esporli alla morte o ad una lunga malattia, per essere la

calce delle muraglie, volte e matonati fresca».

Il vescovo e i deputati avrebbero potuto rendersi conto, dopo aver eseguito un sopralluogo, che bisognava

aspettare un altro anno prima di permetter l'ingresso ai seminaristi. Mons. Chierichelli, chiamati i deputati,

si recò a verificare la veridicità della deposizione del Salvatori: oculariter si rese conto del pericolo che

avrebbero corso gli alunni sia per il fetore sia per l'umidità, che esalava dalle pareti. Perciò stabili che gli

alunni non potessero entrare nel nuovo seminario prima del mese d'ottobre dell'anno successivo (1699),

perché bisognava dare ai muri il tempo di asciugarsi (84).L'inizio dell'anno scolastico, intanto, veniva

fissato per il 1° novembre 1699.

Mentre l'edificio diventava abitabile, mons. Vescovo il 15 luglio 1699 rinnovò la composizione della

deputazione tridentina: al posto del can. Giovanni de Andreis e dell'abate Ambrogio Squanquarilli designò

Domenico Antonio de Gasperis, vicario generale, e Giovanni Sante Santino (85). Sette giorni dopo, il 21

luglio, Mons. Chierichelli esaminò Domenico Antonio de Gasperis (di 45 anni) e Giovanni Francesco

Antonio Salvatori (di 52 anni), sotto giuramento, riguardo ai beni posseduti dal seminario.

Le entrate ammontavano a circa 256 scudi e 65 baiocchi così ripartiti:

1) dai beni dei conventi soppressi e dalla cappellania di S. Pietro in Vincoli, scudi 47 e baiocchi 20;

2) per canoni, pigioni di case, affitti di orti, possessioni e prati, scudi 65 e baiocchi 20;

3) grano «sconcio» rubbia 21 alla misura romana, scudi 72;

4) mosto di canoni e «risposto» barili quaranta, scudi 12;

5) olio, barili quindici, scudi 2 e baiocchi 25;

6) entrate annue derivanti da sei benefici di giuspatronato del sac. Francesco Rosini e consistenti in grano,

denari e mosti, scudi 30;

7) entrata annua derivante dai cinque benefici di giuspatronato del chierico Antonio Rogato Vanni e

consistenti in grano, denari e mosti, scudi 28;

Le uscite ascendevano a scudi 404 così ripartiti:

1) salario del rettore, scudi 40;

2) salario del prefetto, scudi 18;

3) salario del cuoco, scudi 12;

4) vitto per Otto seminaristi poveri, rettore, prefetto, cuoco in ragione di scudi 24 ciascuno l'anno, scudi

264;

5) per la celebrazione delle messe e per l'acquisto di cera per i conventi e cappelle uniti al seminario,

scudi 30;

6) per legna e olio, scudi 20;

7) per utensili necessari al seminario, scudi 10;

8) per il mantenimento delle case e delle chiese, scudi 10.

Le entrate erano inferiori alle uscite di circa 147 scudi e 35 baiocchi e i due deponenti erano degni di fede,

perché avevano amministrato i beni del seminario: Domenico Antonio de Gasperis dalla data di erezione al

15 maggio 1696, Giovanni Francesco Antonio Salvatori da tale data al 21 luglio 1699 (86). Il Vescovo

quindi ebbe una chiara visione dello stato economico in cui versava il pio istituto, situazione in verità non

molto florida.

Avvicinandosi la data della riapertura del seminario mons. Chierichelli insieme con i deputati stabilì con un

decreto, emesso il 22 settembre 1699, che i lavori di restauro del nuovo seminario erano terminati e

pertanto nell'edificio poteva essere ripresa l'attività di formazione degli aspiranti alla carica ecclesiastica

(87). Intanto il 29 settembre del medesimo anno la carriera di prefetto veniva assegnata a Salvatore

Gobbo, quella di rettore a don Antonio Gizzi (88).

Il 30 settembre furono nominati gli alunni per il quinquennio 1699 1704; Baldassarre Agnei, Gregorio

Savelloni, Pietro Paolo Collalti, Pietro Paolo Germanus Sixti, Francesco Antonio Avanzi, Pietro Collalti e,

presentato da Ascanio Cascese, Romualdo Giovanni Squanquarilli.

Il candidato del Comune, Giuseppe Calabrese, entrò in seminario solo il 4 giugno 1700 (89).

Appena approvato l'elenco degli alunni, ebbe luogo la cerimonia di benedizione della nuova sede adibita a

seminario. Dal palazzo episcopale si snodò una processione composta dal vicario generale Domenico

Antonio de Gasperis, iuris utriusque doctor e protonotario apostolico, seguito dagli alunni, dal rettore

Antonio Gizzi e dal prefetto Salvatore.

Il de Gasperis benedisse il nuovo edificio e vi ammise gli alunni con i loro superiori, dopo aver dato lettura

dell'editto episcopale, pubblicato nella stessa giornata del 30 settembre 1699 (90).

L'editto di Mons. Chierichelli intendeva difendere l'integrità e il decoro del Seminario, per cui proibiva che

in esso potesse entrare alcuna donna, né parenti di alunni o convittori o ministri. Nessuno poteva entrare

nell'edificio senza licenza in scriptis dell'Ordinario, eccettuando i deputati, i ministri, il depositario, garzoni

e «vetturali». Per impedire che nei dintorni dell'istituto si facesse chiasso, il Chierichelli ripropose la multa

già stabilita dall'Antonelli, di 25 scudi per i contravvenenti (91).

Il 5 dicembre 1699 il Chierichelli nella sua relazione ad limina poté dichiarare non solo l'ammontare reale

dei redditi del seminario a 348 scudi e 65 baiocchi, ma anche che ora poteva disporre di un fabbricato

nuovamente costruito dalle fondamenta, più moderno e funzionale per le esigenze dei seminaristi (92).

Purtroppo due anni dopo, il 2 ottobre 1701, il prefetto chierico Domenico Antonio Collalti (93), notificò che

«l'habitatione del seminario sta in pericolo di rovinare, conforme minaccia da più parti, vedendosene i

motivi delle muraglie e volte tutte crepate, dalle quali del continuo ne casca la calcina o calcinaccio».

Qualche giorno prima ne era caduto dalla volta del dormitorio grande quantità. Si richiedeva di nuovo il

permesso di far uscire gli alunni dal seminario, per poter condurre a termine i lavori.

Subitanea fu la reazione del Vescovo, che, convocati all'istante i deputati, con essi si portò ad ispezionare

i danni. Con suo disappunto dovette constatare la verità di quanto aveva dichiarato il Collalti: la volta del

dormitorio minacciava veramente imminente pericolo di crollo. Riunito il consiglio dei deputati, mons.

Chierichelli deliberò che gli alunni potessero uscire dal seminario e tornare nelle loro case fino a quando,

scongiurato il pericolo di crollo della volta, la sede dell'istituto fosse riattata e restaurata (94).

Eliminato il pericolo, l'attività del seminario riprese a svolgersi normalmente.

Il 5 novembre 1703 vennero introdotti come alunni del quinquennio 1703 - 1708 Giacinto Ambrogio

Agnei, Girolamo Bossi, Pietro Giorgi e, presentato dal Cascese, Francesco Antonio Galassi. Solo mesi più

tardi, 1° gennaio 1704, la Comunità ferentinate presentò il suo nominativo: Magno Marra (95).

Intanto l'istituto andava acquistando una fisionomia culturale sempre più precisa. Alle discipline

tradizionali quali grammatica, retorica, logica e sacra scrittura, nel 1705 vennero associate anche altre

materie:

morale e scienze fisiche (96). Il seminario di Ferentino usciva dall'«infanzia» e si avviava a divenire un

istituto specializzato per la formazione del clero diocesano.

Note

1) AVF, Visite Pastorali 1585, ff. 1-82; cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, un vescovo della Controriforma a Ferentino (1585-1591), ed. Casamari

1983, pp. 25 ss.

2) AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 75: alle domande del Vescovo l'arciprete Francesco Procacci dichiarò sconsolatamente che i cittadini di

Supino non osservavano il precetto festivo e non frequentavano la Chiesa (cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., p. 37).

3) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., p. 39.

4) AVF, Visite Pastorali, 1585, ff. 13, 14, 76.

5) Ibidem, f. 38v.

6) Ibidem, f. 17.

7) Ibidem, ff. 11v, 12v, 15r.

8) Ibidem, ff. 14v, 15v, 16v, 18v.

9) Ibidem, f. 11v. Alcuni ecclesiastici non possedevano nemmeno il breviario; tra questi è da ricordare il chierico Curzio Giuli (Ibidem, f. 18v).

10) La Summa Navarri era un'opera destinata ad istruire i sacerdoti nel delicato sacramento della Penitenza; era stata composta nel 1575 dal

dotto Martin De Azpilcueta (1492-1586), il Navarro, col titolo Enchiridion sive manuale confessariorum et poenitentium.

Il) La Summa Silvestrina era anch'essa un testo molto letto e studiato nel XVI secolo, tanto da essere uno dei libri necessari per la

completezza della biblioteca di ogni sacerdote. Fu stampata in Roma nel 1516 con il titolo Summa Summarum quae Silvestrina dicitur. La

denominazione Silvestrina fu data perché opera del p. Silvestro Mazzolini dell'Ordine dei Predicatori.

12) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 34, 36, 98.

13) Ibidem, pp. 36 - 37.

14) Ibidem, p. 36.

15) Ibidem, pp. 25ss e 73ss.

16) Per una conoscenza delle fonti del Concilio Tridentino cfr. Concilium tridenti num. Diariorum, actorum, epistolarum, tractatuum nova

collectio, Friburgi Brisgoviae, 1901ss. Per una traduzione accurata degli atti del concilio cfr. i passi scelti nell'antologia curata da M. Bendiscioli

e M. Marcocchi, Riforma Cattolica, Roma ed. Studium, 1963.

17) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 25ss.

18) Ibidem, p. 38.

19) Ibidem, pp. 37 - 38.

20) Ibidem, pp. 83 - 85; per una notizia più approfondita su tale scuola cfr. B. Valeri, Un'esemplare scuola di retorica a Ferentino nel

Rinascimento, relazione tenuta nel Convegno di Studi Storici «L'Umanesimo in Ciociaria», Torrice 18/19 maggio ‘87, Frosinone 1987, pp.

67ss.

21) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 27 - 28.

22) Ibidem, p. 34.

23) AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 63 v. Il ventisettenne diacono Marco Antonio de Petris già dal 1582 studiava in Roma diritto civile e

canonico.

24) F. Caraffa, Il Seminario diocesano di Anagni dalle origini alla fine dell'Ottocento, Italprint Colleferro, 1981, pp. 9 - 10.

25) Seminaria Ecclesiae Catholicae, a cura della S. Cong. de Seminaribus et Studiorum Universitatibus, Città del Vaticano, 1963, p. 722.

26) Ibidem, p. 725

27) A sostegno di quanto affermato sul ritardo riguardo alla erezione dei seminari diocesani di Anagni, Veroli, Alatri basta considerare i

seguenti dati relativi alle altre diocesi del Lazio meridionale. Il seminario diocesano di Segni fu eretto nel 1709 dal vescovo Filippo Ellis; quello

di Terracina - Priverno - Sezze fu istituito nel 1650 in Sezze dal vescovo Ventimiglia; quello di Tivoli fu costituito il 6 aprile 1635 dal card.

Giulio Roma. Un'eccezione è rappresentata dalla diocesi di Sora - Aquino - Pontecorvo, dove il Seminario risale al 1565, quando il vescovo

Tommaso Gigli, il 7 giugno, lo costituì unendogli i benefici di alcune parrocchie (Ibidem, pp. 723 - 725).

28) AVF, Patentalium, ff. 115v e ss.

29) Ibidem, f. 118r.

30) In questi novant'anni (1563 - 1653) i vescovi di Ferentino non erano rimasti inattivi. Già ho parlato diffusamente dell'attività pastorale di

Silvio Galassi (1585 - 1591) e del suo impegno riformistico. Egli sulla scia dei due visitatori apostolici, che l'avevano preceduto (Domenico

Petrucci nel 1578, in ASV, Visite Apostoliche, 55; e Pietro Antonio Olivieri nel 1581, in ASV, Visite Apostoliche, 73) minuziosamente si dedicò

alla riforma della sua diocesi. I suoi successori proseguirono nell'attività di riforma, incentivando la rinascita dello spirito religioso (ad es. il

fiorire del culto del martire Ambrogio sotto il lungo episcopato di Ennio Filonardi, durato dal 1612 al 1644) e favorendo la moderata ripresa

dell'attività economica o il recupero della proprietà ecclesiastica.

31) AVF, Patentalium, ff. 2 - 3.

32) «Per la costruzione del collegio per il salario di professori ed inservienti, per il nutrimento degli allievi e per altre spese saranno

necessarie sicure entrate; i redditi già destinati... all'istruzione e al sostentamento dei fanciulli siano applicati al Seminario a cura del

Vescovo. Inoltre i medesimi vescovi... sottrarranno dalle rendite della mensa episcopale, del capitolo, di qualunque dignità, pensionato,

ufficio, prebenda, abbazia, priorato, di qualunque Ordine regolare,... di benefici anche regolari, anche dotati di un diritto di patronato, anche

esenti... La porzione cosi detratta sarà applicata ed incorporata a detto collegio e vi si potrà aggiungere qualche beneficio semplice, di

qualunque qualità e dignità sia, o dei prestimoni... anche prima che si siano rese vacanti, senza pregiudizio del culto divino e di coloro che li

otterranno» (Sess. XXIII, cap. 18).

33) I primi sintomi della crisi economica erano stati già avvertiti nella diocesi già dalla seconda metà del XVI secolo, cfr. B. Valeri, Silvio

Galassi, cit.; AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 482. Il popolo di Prossedi era incorso nella scomunica, perché aveva comprato il grano fuori della

Provincia di Campagna, contravvenendo agli ordini dell'autorità ecclesiastica. Lo Stato Pontificio nel XVI secolo impostò una politica di

protezionismo economico, per mantenere il prezzo del grano e bloccare almeno in parte l'inflazione, che angustiava le povere popolazioni a lui

soggette (cfr. la pregevole opera di J. Delumeau, Vie économique et sociale de Rome dans la seconde moitié du XVI siècle, Parigi, 1957 -

1959, 2 voll.).

34) Sess. XXIII, can. 18. In un primo momento tutti e quattro i nomi dei deputati venivano scelti dal Vescovo; successivamente si stabilì che

due nomi sarebbero stati presentati dal Vescovo e gli altri due nomi dal capitolo e dal clero della città, sede della cattedra episcopale.

35) AVF, Patentalium, f. 109r.

36) Ibidem, ff. 109v - 110.

37) Ibidem, ff. 110v.

38) Purtroppo non sono conservati nell'Archivio vescovile a Ferentino documenti relativi a questo primo «bando» di concorso per accedere a

posti in seminario. Probabilmente il numero degli ammessi non doveva superare la diecina; ciò si può congetturare sulla base del primo

elenco o «catalogo» di alunni in nostro possesso (AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione): nel 1687, il 31 maggio, furono introdotti

per un quinquennio sei alunni e cinque convittori. La differenza tra alunni e convittori era definita dal fatto che gli alunni venivano sostenuti a

spese del seminario. I convittori, invece, appartenendo a famiglie benestanti, potevano pagare il loro mantenimento. Nell'editto del vescovo

Roncioni si legge questa differenza nella diversa modalità della retta annua: 18 scudi i «poveri», 30 scudi «gli altri». Di Ottavio Roncioni si

conserva anche il testo di un Sinodo, celebrato il 29 settembre 1666 e stampato in Velletri dalla tipografia Cafasso nel 1667.

39) I seminaristi della diocesi sorana abitarono con il Vescovo fino al 1616, anno in cui si iniziò la fabbrica del seminario, che terminò nel

1618 sotto l'episcopato di Gerolamo Giovannelli (Seminaria Ecclesiae Catholicae, cit. p. 723).

40) Il Vescovo Antonelli celebrò l'8 giugno 1683 un sinodo; alcune costituzioni, in esso stabilite, si conservano nell'Archivio Capitolare di

Ferentino, al f. 81 del vol. 4. 10 e al f. 93 del vol. L/II.

41) ASV, Relationes ad limina, A, relazione di mons. Valeriano Chierichelli (1699).

42) AVF, Patentalium, f. 115v.

43) Ibidem, f, 116v.

44) Ibidem, f, 117v.

45) Ibidem, ff, 114v-115r, bolla di Giancarlo Antonelli (copia).

46) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 17ss, relativamente al comportamento immorale del canonico sulla vendita del grano a «credenza».

47) AVF, Collazioni, vol. C/VII, ff. 54ss, (copia). Il Leonini volle lasciare una testimonianza perenne della sua generosità, facendo incidere

un'epigrafe e facendola collocare nella nuova cappella. L'epigrafe, di forma rettangolare, ancora si conserva in S. Maria Gaudenti; è in

travertino ed ha il seguente tenore:

CAP. S. PA. AP. IN QVA ELIGAT. CAP. CIVIS FER.

MAGIS IDON. PER POP. FER. ERECTA DOT. PER IO. LE.

CAN. FER. QVM ONERE CELEB. SEV CELEB. FAC.

SING. III FER.

A. D. MDLXXXXVI.

48) AVF, Collazioni, vol. C/I, ff. 77ss.

49) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di mons. Chiericheili (1699), cit.

50) AVF, Patentalium, ff. l3ss.

51) Cfr. supra nota 48.

52) AVF, Patentalium, f. 118v.

53) Quello dello stipendio ai docenti era un altro punto dolente tanto che nella citata sess. XXIII can. 18 «allo scopo di provvedere con minor

spesa alla creazione ditali scuole, il santo Concilio ordina che i vescovi... obblighino quelli che tengono cattedre di insegnamento e tutti gli

altri che sono in possesso di prebende; a cui sia annesso l'obbligo di insegnare e far lezione, ad esercitare codeste funzioni nelle dette

scuole... dovranno istruire personalmente... i ragazzi che vi sono educati; altrimenti metteranno al proprio Posto maestri capaci, da loro scelti

ma fatti approvare dall'Ordinario». Il Vescovo di Ferentino poteva risparmiare lo stipendio ai docenti; infatti usufruiva del numeroso clero

regolare residente in città, primi fra tutti i Francescani Conventuali di S. Francesco.

54) AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione. Nel 1689 fu introdotto un solo convittore: Francesco Cianciarelli (Ibidem).

55) Ibidem, f. 120r.

56) Ibidem, f. 120v.

57) Ibidem, f. 119.

58) Uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Lucia, uno in S. Valentino, due in S. Andrea, uno in S. Giovanni Evangelista. Tali benefici furono

definitivamente annessi al seminario dopo la morte del Rosini, il 9 marzo 1694 (AVF, Collazioni, voi. CI/I, ff. 111 - 112).

59) Due in S. Valentino, due in S. Agata, uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Maria Gaudenti, uno in S. Giovanni Evangelista, uno in S.

Pancrazio.

60) Uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Lucia, uno in S.Agata, uno in S. Pancrazio, uno in S. Ippolito. Mentre il vescovo Chierichelli era in

sacra visita a Patrica, gli si presentò il 18 novembre 1695 il prefetto del seminario, Salvatore Gobbo, per annunciargli la morte di Antonio

Rogato Vanni «de provincia Marchiae». Il seminario, dunque, poteva entrare nel possesso definitivo dei suoi benefici, come già l'Antonelli

aveva decretato il 6giugno 1687 (AVF, Collazioni, voi. C/I, f. 159r).

61) Uno in S. Maria Maggiore e uno in S. Maria Gaudenti. Il 22 luglio 1700 il sacerdote Giuseppe Fede mori; perciò i benefici di cui era

titolare, in conformità alla bolla episcopale di Giancarlo Antonelli del 6 giugno 1687, dovevano entrare nel pieno possesso del Seminario. Il

depositano o agente dell'istituto, Giovanni Francesco Antonio Salvatori, il 25 luglio si recò dal vicario generale Domenico Antonio De Gasperis,

per dichiarare la vacanza di tali benefici e per ottenere la loro definitiva annessione al Seminario. Il De Gasperis dapprima constatò l'effettiva

esistenza dei benefici; poi stabili che il rettore del seminario, abate Domenico Infussi, e l'economo del luogo pio, canonico Giovanni Battista

Luciola, ne entrassero in pieno e totale possesso, con l'onere di provvedere gli altari di tutti gli arredi necessari al culto (AVF, Collazioni, voi.

C/I, ff. 216ss).

62) AVF, Collazioni, vol. C/I, ff. 80v e ss.

63) AVF, Patentalium, f. 121.

64) Ibidem f. 121v.

65) Ibidem, f. 123r.

66) Ibidem, primi fogli senza numerazione. Ascanio Cascese il 20 agosto 1679 ricevette una lettera patentale del vescovo Antonelli, con cui

veniva eletto procuratore dei poveri (Ibidem, f. 125r).

67) Ibidem, ff. 105ss.

68) Ibidem, f. 3r.

69) Ibidem.

70) Ibidem, f. 3v.

71) Ibidem.

72) Il primo rettore, don Ciafroni, era parroco di S. Ippolito e questo incarico lo rendeva troppo occupato; anche il prefetto Velli era

impegnato in affari, che lo richiamavano in Roma.

73) Nella relazione ad limina, che Giancarlo Antonelli inviò il 1° marzo 1688 a Roma, il vescovo dichiarava che il seminario, eretto l'anno

precedente contava 8 iscritti: cinque alunni e tre convittori (ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di G. Antonelli, 1688). Tale numero

rimase invariato fino al 1735, quando i seminaristi divennero diciotto (ASV, Relationes ad limina, A., Relazione di F. Borgia, 1° dicembre

1735).

74) AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione.

75) Valeriano Chierichelli, vescovo di Ferentino dal 1694 al 1718, anno in cui rassegnò le dimissioni, durante il suo episcopato ebbe ad

affrontare molte contrarietà. Visitarono la diocesi e misero sotto inchiesta la sua attività molti visitatori apostolici: nel 1707 Vittorio Felice

Coucci, vescovo di Fondi, e Giovanni Battista Bassi, canonico di Torino e vescovo di Anagni, nel 1710 Lorenzo Tartagni, nobile di Forlì, nel

1718 Simone Gritti, che poi successe al Chierichelli sulla cattedra ferentinate. (AVF, Vescovi, f. 101r). Durante il suo episcopato, tuttavia, il

Chierichelli commissionò la fabbricazione del coro in legno della Cattedrale al maestro Giuseppe Giorgi da Santopadre (1695); fece restaurare

l'altare maggiore della medesima chiesa nel 1707 (Arch. Cap., vol. L/VIII, ff. 401 e 810ss); con un decreto stabilì la necessità di riparare la

cattedrale e l'episcopio, di edificare una nuova sede per il seminario e di erigere il monte di pietà (Acta Camerarii Sacri Collegi S. R. E.

Cardinalium, 24, f. 90). Il Chierichelli fu consacrato dal card. Barbarigo, vescovo di Montefiascone, zelante imitatore del cardinale Borromeo e

fondatore del seminario della diocesi di Montefiascone.

76) AVF, Patentalium, f. 105r.

77) Marco Antonio Cialino, Giuseppe Viola, Ambrogio Antonelli, Salvatore de Angelis, Pietro Trenta, Antonio Marcelli, Pietro Epifani, alunni;

Giovan Battista Bassi, convittore.

78) Il 1° marzo 1691 il vescovo Antonelli dovette sostituire il deputato can. Giovanni Battista Bellà, abitante in Roma, con il suo vicario

generale, Giulio de Andreis (AVF, Patentalium, f.112r). Il 5 dicembre 1964 il vescovo Chierichelli, essendo morto il deputato Ambrogio

Squanquarilli, lo sostituì con il sacerdote, che svolgeva le funzioni di parroco di S. Pietro (ibidem, f. 112v).

79) cfr. supra nota 76.

80) AVF, Patentalium, ff. 106ss.

81) Ibidem, f. 107.

82) Ibidem, primi fogli senza numerazione.

83) Ibidem, f. 107v.

84) Ibidem, f. 111r.

85) Ibidem, f. 17r.

86) Ibidem, f. 108.

87) Ibidem, f. 7v.

88) Ibidem, f. 3v.

89) Ibidem, primi fogli senza numerazione.

90) Ibidem, f. 8v.

91) Ibidem, f. 9r.

92) ASV, Relationes ad limina, A, relazione di V. Chierichelli (1699).

93) Il Chierico Collalti era stato eletto, al posto di Salvatore Gobbo, il 1° febbraio 1700 (AVF, Patentalium, f. 3v).

94) AVF, Patentalium, f. 9v.

95) Ibidem, primi fogli senza numerazione.

96) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di Valeriano Chierichelli (13 giugno 1705).

CAPITOLO II

IL PRIMO REGOLAMENTO

La Costituzione del vescovo Simone Gritti (1727)

Valeriano Chierichelli può definirsi il secondo fondatore del seminario diocesano di Ferentino: a lui si deve

la collocazione della sede nell'edificio, che ancor oggi ospita il pio istituto (1), e a lui si deve

l'orientamento verso la definizione di un preciso ordine degli studi.

Il Chierichelli tu molto sensibile ai problemi inerenti alla fondazione e costituzione dei seminari: egli era in

amicizia con il vescovo di Montefiascone, il card. Marco Antonio Barbarigo, che lo aveva consacrato alla

dignità dell'episcopato. Il Barbarigo, fondatore del seminario diocesano di Montefiascone, certamente non

poté fare a meno che ricordare al novello vescovo di Ferentino la necessità dei seminari per la santa e

retta formazione del clero. Anche il decreto pontificio di nomina imponeva al Chierichelli il dovere di

erigere e confermare nella sua istituzione il seminario diocesano.

Quando mons. Chierichelli prese possesso della diocesi ferentinate, con sollievo constatò che il seminario

era un dato di fatto, aveva le sue rendite; bisognava dargli una sistemazione non solo nelle strutture

murarie, ma anche in quelle più propriamente spirituali e culturali. L'attuazione dei suoi propositi ebbe

notevoli ritardi sia per le già ricordate vicende edilizie, che angustiarono i primi decenni di vita della pia

istituzione, tanto che il seminario fu chiuso per oltre cinque anni; sia perché il continuo avvicendarsi di

rettori e di prefetti impediva il consolidarsi di un sistema omogeneo nella gestione dell'istituto.

Riflettendo sulla storia della fondazione del seminario ferentinate, si ricava la convinzione che l'istituto,

almeno nella struttura disciplinare e didattica, si organizzò poco alla volta. Ciò tuttavia non deve indurre a

formulare un giudizio riduttivo sull'effettiva capacità del seminario ferentinate di formare adeguatamente

alla vita ecclesiastica i suoi sacerdoti.

Se si scorre la vasta bibliografia pubblicata sui seminari italiani (2), si nota che quasi generalmente la

gestione degli istituti di formazione del clero secolare si consolidò dopo tentativi e ripensamenti. Il Concilio

di Trento aveva indicato le direttive di massima, cui dovevano ispirarsi i vescovi per istituire i seminari

(3); era poi la situazione concreta che doveva determinare il modo di comportamento dell'Ordinario.

Almeno per il XVI secolo il modello ideale, cui tutti dovevano conformarsi, era riconosciuto nella vigorosa

ed efficace opera pastorale di S. Carlo Borromeo. Egli istituì in Milano il seminario, al quale aggiunse

diversi seminari minori ed uno per le vocazioni tardive. Non sempre fu possibile applicare il modello

proposto dal Borromeo alla situazione varia delle diocesi italiane; tuttavia il suo esempio fu una spinta a

perseguire pur nella molteplicità delle condizioni particolari, un criterio di uniformità per poter realizzare

regole chiare ed un'efficiente organizzazione.

La struttura organizzativa del seminario vescovile di Ferentino, nell'ultimo ventennio del XVI secolo, fu

molto semplice, anche perché il numero degli iscritti non superava la decina. Il corso di studi, improntato

all'acquisizione delle discipline umanistiche, si svolgeva in cinque anni. I seminaristi lo iniziavano a 12

anni e lo terminavano a circa 18 anni, dopo aver acquisito non solo la conoscenza dei doveri propri dello

stato ecclesiastico, della Sacra Scrittura e della teologia (4), ma anche della grammatica, «humanità»,

retorica (5) e scienze fisiche (6). Non sembra, sulla base dei documenti in nostro possesso, che

l'insegnamento ai seminaristi fosse svolto da docenti specializzati; questo almeno fino alla seconda meta

del XVIII secolo.

Nella nota delle uscite del seminario, stilata nel luglio del 1699 (7), il personale, che gestisce l'istituto, è

composto da un rettore, un prefetto ed un cuoco: non si fa riferimento ad insegnanti. Quindi il rettore

ricopriva il ruolo di lettere, oltre che di custode della probità di costumi ed educatore della «pietà» dei

seminaristi. Ciò è giustificato dal salario molto elevato che percepiva annualmente, 40 scudi, circa il triplo

di quello che riscuoteva il prefetto (18 scudi). La diversità del trattamento economico dipendeva, dunque,

dalla funzione che si svolgeva all'interno dell'istituto.

Il rettore era responsabile dei seminaristi, loro maestro ed educatore; pertanto doveva riscuotere un

salario, che lo ripagasse della grande responsabilità a lui affidata. Il prefetto, svolgeva generalmente

compiti di vigilanza sui seminaristi, quando uscivano dal seminario per partecipare alle funzioni religiose

officiate in cattedrale o quando li doveva aiutare nello studio. Questo incarico di vigilanza richiedeva

prudenza e abilità, ma non impegnava al pari dell'incarico di rettore; perciò lo stipendio del prefetto era

assai minore, tanto che successivamente la carica di prefetto fu affidata ai seminaristi, frequentanti

l'ultimo anno del corso di studi.

Si può paragonare il prefetto al ludi magister delle scuole - convitto umanistiche; infatti in un documento

del 3 gennaio 1709 tale similitudine è confermata (8). Dal 1707 per più anni fu visitatore e vicario

apostolico della diocesi ferentinate il vescovo di Anagni Giovanni Battista Bassi. Durante tale periodo

mons. Bassi ebbe piena autorità di emanare decreti ed editti, come se fosse lui il titolare della diocesi: e

cosi il 3 gennaio 1709 investi Giuseppe Calabrese (9) della carica di «ludi magister» degli alunni del

seminario ferentinate. Il Calabrese, però, sarebbe stato confermato nella carica previa professione di

fede: questo particolare indica la responsabilità, cui era chiamato il prefetto del seminario. Infatti egli

diveniva quasi «pedagogo» dei seminaristi, ossia il loro precettore o istitutore; avrebbe vegliato sulla loro

condotta per evitare che leggessero libri proibiti o facessero giochi poco leciti. Il precettore doveva seguire

i seminaristi nel lungo percorso educativo, che li avrebbe condotti al sacerdozio; quindi non solo doveva

aiutarli nello studio, ma anche indirizzarli e seguirli nella frequenza ai sacramenti, fondamento necessario

per la costituzione di una vita veramente cristiana.

Il «ludi magister», in pratica, doveva «vivere» con i seminaristi e la sua figura era talmente importante

che persino il V Concilio Lateranense (1512 - 1517), celebrato sotto Leone X, nella sessione IX aveva

sentenziato intorno alla sua funzione all'interno della vita della chiesa. Dai primi anni del XVIII secolo il

seminario ferentinate ebbe anche un economo (10), che doveva gestire l'amministrazione delle rendite e

dei beni in possesso del pio istituto.

Se nel primo ventennio di vita il seminario vescovile di Ferentino condusse vita stentata per i vari

problemi che dovette affrontare, prima fra tutti quello di una sicura e stabile dimora, la situazione migliorò

notevolmente quando, dopo le dimissioni di Valeriano Chierichelli, rassegnate nel 1718, gli successe nella

cattedra ferentinate Simone Gritti che già si trovava in diocesi come vicario apostolico. Anche l'episcopato

di Simone Gritti non fu tranquillo, perché ebbe le medesime «persecuzioni» del suo predecessore; tuttavia

fu significativo per l'impronta originale che seppe dare alla diocesi.

Mons. Gritti fu uno zelante vescovo e durante i suoi undici anni di episcopato in Ferentino (resse la diocesi

dall'8 luglio 1718 al 1729, quando fu trasferito alla sede di Acquapendente) si prodigò molto per il

seminario diocesano. Si avvide che, oltre alla cronica carenza di mezzi finanziari (11) ancora nessun

vescovo si era preoccupato di stilare un ordinamento per quel luogo pio, la cui retta e regolare gestione

avrebbe assicurato alla diocesi ed alla Chiesa sicuri beni spirituali.

L'edificio, che ospitava il seminario, era in un decente stato di sistemazione; ma per le scarse rendite, che

l'istituto possedeva, si potevano sostenere non più di otto alunni e non se ne potevano ospitare altri.

Già da tempo si era ricorso al sistema dei semiconvittori (12), cioè di giovani che in parte pagavano la

retta, non potendo il seminario sostenere tutte le spese per il vitto e l'alloggio di coloro che lo

frequentavano, aspirando al sacerdozio.

Per il momento bisognava accantonare il progetto di ampliamento dell'edificio per accogliere più candidati

desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica: le poche rendite non permettevano tali spese, né si

prevedeva un loro incremento mediante la fusione di altri benefici. Al vescovo Gritti non restava da

sviluppare altro che la parte spirituale: stilare le regole per la conduzione del seminario. Ciò fece il 18

luglio 1727, durante la Sacra Visita, e testimoniò con orgoglio nella Relatio ad limina del 1° novembre

1728 (13).

Le Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino, dettate dal Gritti, furono pubblicate

ufficialmente nel 1727, due anni dopo un importante Sinodo Provinciale, tenuto a Roma sotto la personale

direzione di Benedetto XIII. Fu lo stesso papa a voler celebrare tale concilio, nonostante il parere contrario

dei cardinali: lo volle presiedere egli stesso e ciò lo tenne occupato per più settimane facendogli

tralasciare gli altri doveri, richiesti dalla carica pontificia. Il Papa volle questa riunione anche per verificare,

a circa cento anni di distanza, l'attuazione delle norme tridentine circa i seminari diocesani; e per la

formazione del clero nei seminari, nello stesso anno 1725, nominò un'apposita congregazione (Bolla

Creditae nobis coelitus del 9 maggio 1725). Sull'onda dell'azione pastorale di Benedetto XIII numerosi

vescovi si orientarono verso una più precisa regolamentazione delle loro diocesi e, in special modo, dei

loro seminari (14). Anche l'Ordinario ferentinate si inseri nel generale spirito di riforma che pervadeva la

Chiesa cattolica (15).

§ 1. Le Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino (18 luglio 1727)

Durante la Visita pastorale del 1727 il vescovo Simone Gritti visitò anche il seminario e, accortosi

dell'inesistenza di un regolamento, che ordinasse la vita dell'istituto, lo stilò lui stesso e lo pubblicò

immediatamente, facendolo anche rilegare a mo' di volumetto. Il regolamento comprende, oltre la

premessa introduttiva, cinque capitoli, cosi suddivisi:

cap. I - Obblighi del Rettore o Maestro

cap. II - «Incombenze» del Prefetto

cap. III - «Pesi» dei seminaristi

cap. IV - «Incombenze del ministro che maneggia l'entrate del Seminario»

cap. V - Oneri del cuoco, con funzioni di portinaio e «spenditore ossia servente» del seminario.

Il testo, che si sviluppa in 24 fogli scritti con calligrafia chiara e ordinata, è in italiano, perché le Regole

dovevano «leggersi, a chiara intelligenza, in publico refettorio ogni primo giorno del mese, alla qual

lettura dovranno trovarsi presenti tutti li compresi in esse» (16), cioè il rettore, il prefetto, il ministro, i

seminaristi, i convittori e il portinaio.

Esaminando il contenuto del regolamento, si nota l'esigenza di organizzare la vita del seminario in modo

tale che i suoi superiori ed i suoi ospiti fossero orientati al perseguimento prima della «gloria di Dio» e poi

del bene della Chiesa e delle anime. Ciò è espresso incisivamente nella Premessa introduttiva delle Regole

(17).

Tra le incombenze, che porta con sé la carica episcopale, «una delle principali si è quella della disciplina e

buona direzione del nostro Seminario, giacché da questo hanno a sortire ecclesiastici degni del proprio

carattere e talmente forniti delle virtù intellettuali e morali che non solo rieschino d'esempio e

d'ammirazione ai popoli della nostra Città e Diocesi per i santi costumi, ma anche colla loro scienza e

dottrina possino istradare i Prossimi a quel termine, a cui aspirar deve ogni fedele e per il di cui

conseguimento siamo stati dall'Altissimo creati». In queste poche righe è condensato non solo il fine

culturale, cui deve tendere il futuro sacerdote, ma anche la linea di condotta, che egli dovrà osservare una

volta divenuto ministro della Chiesa. Il popolo dei fedeli aveva bisogno di sacerdoti istruiti, che non

dimenticassero di attuare il fine principale della loro missione: la Carità.

La consapevolezza del ministero sacerdotale si confermava e si consolidava in proporzione alla coscienza

di aver seguito un itinerario formativo, nel quale oltre al sapere si approfondiva anche la «sapientia

cordis». Dal seminario doveva uscire un sacerdote completamente rinnovato rispetto al modello ideale

proposto all'imitazione dei fedeli immediatamente dopo la conclusione del Concilio tridentino: al defensor

fidei doveva succedere l'ascetico e zelante pastore di anime. In questo credeva fermamente il Gritti, tanto

più che, come afferma esplicitamente, in Ferentino vi era urgente bisogno di un modello esemplare di

sacerdote, dal quale «si potrebbero apprendere le virtù; cosi anche mancano i giovani desiderosi di

approfittarsi in quelle» e manca «in questa medesima città... l'Università de' Studii» (18).

Quest'ultimo riferimento all'Università, la cui assenza era ritenuta una grave limitazione, ci fa

comprendere come il Vescovo, nello stabilire le regole di condotta per i seminaristi, avesse di mira il

progetto di un perfezionamento degli studi che implicasse un approfondimento continuo dei medesimi.

Non vi è vera sapienza, se non vi è costante ed amorosa applicazione allo studio ed all'approfondimento

dei suoi valori. Da queste premesse teoretiche scaturiva, dunque, tutta la struttura organizzativa del

seminario vescovile di Ferentino, a partire dalle norme che dovevano regolare la carica e i doveri del

Rettore (19).

Al momento dell'ammissione alla carica di Rettore subito doveva essere approntato e risolto il problema

dello stipendio, che sarebbe stato fissato in una somma superiore ad una «tavola di una mercede

competente». Questo appunto preliminare, concernente problemi di natura economica, sembrerebbe

contraddire le dichiarazioni espresse nella Premessa; invece il riconoscimento economico dovuto al

Rettore del seminario ci fa comprendere in modo più chiaro la nuova valutazione data a tale carica.

Ricevere un congruo salario rendeva ancor più importante la responsabilità assunta e spronava il rettore

ad impegnarsi con maggior dedizione al suo lavoro, prefiggendosi «nell'animo l'utile ed il profitto de' suoi

alunni» (20). I suoi oneri didattici consistevano nell'istruire i seminaristi nelle lettere e nel timor di Dio,

non solo con l'insegnamento teorico, ma anche con l'esempio pratico del suo comportamento ricavandone

grata «beneficienza» dal Vescovo e dagli altri superiori.

L'orario delle lezioni non doveva superare le cinque ore giornaliere: due ore e mezza la mattina ed

altrettante nel pomeriggio. Nella mattinata il Rettore avrebbe spiegato le regole grammaticali

dell'Emanuele (21), le «Epistole» e le «Orazioni» di Cicerone, programmando le lezioni secondo il grado di

comprensione e di preparazione raggiunto dalle varie classi del seminario; chiudeva l'orario mattutino la

spiegazione dei canoni del Concilio di Trento. Nel pomeriggio il Rettore avrebbe spiegato l'«Eneide» di

Virgilio, il Catechismo Romano e le lezioni del Breviario. Come si vede, lo studio del seminarista era

programmato in modo tale che di mattina venivano approfondite le tematiche inerenti alla prosa latina,

nel pomeriggio quelle della poesia, ritenuta più facile e dilettevole della prosa.

Lo studio dei classici latini, Cicerone e Virgilio, era propedeutico all'esercizio giornaliero di composizione in

volgare e di simultanea traduzione in latino. Il Rettore durante la correzione degli elaborati doveva aiutare

l'alunno ad autocorreggersi, cioè a «far ritrovare tutte le regole ad ogni circostanza, affinché finalmente

emendi da sé li suddetti errori» (22).

La lezione di teologia si risolveva nello studio preliminare del Catechismo Romano, del Breviario e del

testo del Concilio di Trento. Il vescovo Gritti non tralasciò di consigliare al Rettore anche il modo di

comportamento opportuno: «E perché la sperienza, la quale è maestra delle cose, c'insegna che la troppa

confidenza dei scuolari col maestro è cagione di negligenza dei medesimi, rifletta esso, pertanto, di farsi

più temere che amare, regolandosi con prudenza, secondo le qualità de' giovani, o più o meno diligenti, o

più o meno timidi; né trascorra nel troppo e continuato rigore, affinché non si avvilischino, ma sappia

usare circospezione, per renderli più diligenti ed animosi ad intraprendere le fatiche e lo studio» (23).

I canoni del metodo educativo, cui doveva ispirarsi il Rettore, erano quattro: amorevolezza, capacità di

lettura psicologica dei ragazzi, fermezza e moderazione. Egli doveva essere abile nell'individuare i

caratteri dei suoi allievi, per poter applicare a ciascuno di essi una didattica particolare: verso i poco

diligenti fermezza nello spronarli allo studio, verso i «timidi» moderazione ed amorevolezza, perché non si

«avvilischino». Questo metodo preannuncia quello che sarà poi chiamato metodo individualizzato.

Tuttavia l'impostazione della scuola è quella propria delle scuole cattoliche della Controriforma, in cui il

maestro esercitava nei confronti dei propri allievi un moderato paternalismo e, mediante il rispetto della

disciplina ed insistendo sull'esercizio della memoria e della ripetizione (24), mirava al loro «indurimento»,

cioè al rinforzo delle capacità esistenti o acquisite con lo studio e l'esperienza. E questo anche il metodo

propugnato dalla Ratio studiorum dei collegi gesuitici, sul cui modello si esemplavano, pur con qualche

differenza, i seminari vescovili.

Nel seminario di Ferentino, secondo la Costituzione del vescovo Gritti, si verificò una simbiosi tra il metodo

gesuitico ed il metodo delle scuole umanistiche. Secondo i canoni della pedagogia gesuitica nel seminario

ferentinate si privilegiava lo studio del latino e si insisteva sul rispetto della disciplina e del silenzio, sui

quali doveva costantemente vigilare il rettore, anche comminando pene per i disubbidienti (25). Si

assegnava grande rilevanza alla esemplarità del comportamento del rettore, che non doveva far trasparire

dai suoi gesti parzialità alcuna né nei rimproveri né nell'insegnamento.

Gli alunni dovevano apprendere maggiormente dall'esempio, piuttosto che dalle parole, «buone creanze si

nella scuola come nel refettorio ed in qualsivoglia altro luogo, tanto nel parlare, quanto nel gestire ed in

ogn'altro moto della persona». Dall'esempio gli scolari avrebbero appreso il giusto modo per «trattare alla

presenza de' maggiori, degli eguali et inferiori», specialmente il comportamento da assumere durante il

servizio in Cattedrale. «E quando (il Rettore) scorgesse che li medesimi scuolari o seminaristi fossero si

temerari che non osservassero il silenzio e la modestia in tempi e luoghi dovuti e specialmente in Chiesa,

procederà al castigo e penitenza in pane ed acqua» (26).

I castighi erano proporzionati alla gravità della disubbidienza. Sempre li decideva il rettore, tranne nel

caso che un seminarista o convittore gli mancasse di rispetto: solo allora era il vescovo ad intervenire con

castighi «più proprii e più adeguati» (27). Il rettore doveva sempre riferire al vescovo l'andamento del

seminario, affinché l'Ordinario potesse esaminare e prendere provvedimenti opportuni secondo i casi (28).

Come si vede, l'impostazione del seminario ferentinate era verticistica: il vescovo ne era l'autorità morale,

ma il vero e proprio capo era il rettore, cui competeva non solo l'andamento didattico, ma anche la cura

ed il progresso della spiritualità dei seminaristi. Infatti il vescovo Gritti ricordava quale doveva essere il

più impegnativo onere del Rettore o Maestro: «far imparare la Dottrina cristiana del Bellarmino a quei che

non la sapessero e di far fare ogni mattina, prima di dar principio alla scuola, l'orazione mentale per un

quarto di ora, almeno sopra le Meditazioni del Buseo (29) o d'altro auttore» (30). Non mancava alla

formazione del seminarista la recita del Rosario, l'esame di coscienza serale ed il ringraziamento a Dio,

datore di ogni bene (31).

A differenza dei collegi gesuitici, nel seminario di Ferentino, il rettore non doveva far leva sul sentimento

dell'emulazione, anche se indirettamente il vescovo Gritti riconosce la possibilità di far seguire la preghiera

mentale anche da «uno de' Convittori o Seminaristi, il più degno fra gl'altri» (32).

L'aggettivo «degno» indicava solo il criterio di scelta, non era un elemento selettivo utilizzato per

sollecitare l'emulazione reciproca: infatti poteva guidare la preghiera solo chi era sicuramente

incamminato sulla via della perfezione.

Stabiliti i compiti del rettore, con il ricordargli di chiudere dopo l'Ave Maria ogni porta di accesso al

seminario e di impedire che vi potessero entrare donne o altri estranei (33), il Vescovo passò a definire le

«incombenze del Prefetto» (34). «Per la povertà del medesimo seminario non si può stipendiare» un

Prefetto, per questo il Gritti ordinò che «sia uno de' Convittori da elegersi da parte dell'Ordinario». Egli

avrebbe avuto l'incarico di condurre i seminaristi in chiesa o a passeggio: «sia suo peso il procurare che

per le strade publiche (i seminaristi) camminino tutti a due a due, con distanza proporzionata tra gli uni e

gl'altri, con occhi bassi, con passo grave senza dimenare con moto irregolare le braccia, ma con quella

composizione e modestia, che renda edificazione ai riguardanti» (35). L'atteggiamento esterno doveva

essere educato e composto non solo quando il seminarista andava per strada, ma anche quando si

trovava in dormitorio.

Il Prefetto doveva impedire ogni schiamazzo e doveva avvisare il rettore se vi era qualche alunno

maleducato e disturbatore, perché fosse castigato «a proporzione della sua colpa». Per «adocchiare

chiunque avesse un tal ardire, dovrà tenersi accesa tutta la notte una lampada nel mezzo del detto

dormitorio». La cura di questa lampada spettava ad uno dei seminaristi o convittori, scelto

settimanalmente e punito in caso di negligenza insieme con il Prefetto (36).

Il Prefetto avrebbe fatto pulire il dormitorio due volte alla settimana dagli stessi seminaristi, ciascuno

dovendo spazzare «quella parte convicina al proprio letto»; inoltre egli avrebbe dovuto impedire che, per

il caldo, qualcuno degli alunni si facesse vedere scomposto o seminudo (37). In questa serie di regole si

nota un cambiamento nel ruolo del prefetto: mentre prima della Costituzione del Gritti, il Prefetto aveva la

fisionomia del precettore (38), nel 1727 invece è ridotto al rango di un semplice capoclasse.

La parte più interessante delle Regole per il buon governo del Seminario riguarda i «pesi» che devono

osservare i seminaristi (39). Il Vescovo stabilì che potevano essere ammessi solo ragazzi, che avessero

compiuto 12 anni, di legittimi natali, d'indole buona e disposti a migliorare sempre più nella dottrina e nei

buoni costumi. La retta, cui erano obbligati, ammontava a 20 scudi annui e doveva essere pagata in rate

mensili. Il Vescovo faceva intravvedere anche l'evenienza che tal somma potesse essere aumentata non

solo per «l'età e qualità de' giovani», ma anche per l'aumento del costo della vita, essendo la retta

destinata a pagare le spese per il vitto. Il seminario, infatti, oltre all'alloggio, provvedeva

all'alimentazione: «letto, vestito, biancaria, posata et altro si avrà ciascheduno da provvedere del proprio»

(40).

Una volta entrati in seminario la separazione dal mondo era netta e decisa: i seminaristi non dovevano

scrivere lettere ad esterni né riceverne senza il permesso del rettore e previa lettura delle medesime (41).

A loro era proibito anche affacciarsi alle finestre, «particolarmente a quelle dalle quali si possono vedere le

persone»; anche quando i seminaristi tornavano in vacanza nelle loro case, non dovevano affacciarsi «ben

sapendosi quanto sia pericoloso ne' giovani dar troppa libertà agli occhi, li quali sono come finestre per

dove entra la morte spirituale, cioè il peccato» (42).

La vita di comunità imponeva anche sacrifici: il medesimo trattamento alimentare a tavola, eccettuando

chi fosse malato (43), e l'osservanza di un rigido ordine degli studi.

Nella retta non era compreso il pagamento dello stipendio al rettore, per cui, «per maggiormente

stimolano ad insegnare, ciò che deve, con attenzione ed amore», ciascun seminarista, all'atto dell'ingresso

in seminario, gli donava, come contributo alla sua dedizione, un onorario, consistente in una «piastra».

Nelle Regole non è specificata la data di inizio delle lezioni scolastiche; forse era fissata a discrezione del

rettore, oppure le lezioni si protraevano continuamente per tutto l'anno solare, osservandosi come

vacanza le domeniche, le feste comandate (44) ed ogni giovedì (45). Nei giorni di vacanza non si dava

lezione, perciò i seminaristi, dopo il Vespro, accompagnati dal Prefetto, sempre che non vi fosse

impedimento alcuno, potevano uscire a spasso per la città (46).

Nel seminario svolgeva attività didattica un solo maestro, il Rettore, che doveva impartire tutte le

conoscenze necessarie per cinque ore giornaliere; Poiché l'intero corso di studi durava un quinquennio, se

si ammetteva la possibilità di tre mesi di vacanza, i seminaristi non avevano tempo sufficiente per

acquisire perfettamente tutte le nozioni culturali. Inoltre il Rettore poteva programmare il corso delle

lezioni in base al livello di preparazione dei suoi allievi ed a seconda delle loro capacità (47).

Dai documenti in nostro possesso si ricava che, almeno per il primo periodo di esistenza del seminario, i

seminaristi venivano iscritti ogni quinquennio, cosicché il gruppo degli allievi risultava omogeneo fino alla

licenza. Questo era determinato dalla carenza di stanze in dotazione del seminario e ciò risulta anche dalla

lettura approfondita delle Regole del Gritti. Il testo della costituzione episcopale fa riferimento solo ad una

stanza utilizzata come aula scolastica (48): si parla, inoltre, di un dormitorio degli allievi (49), della sala

per lo studio (50), della cucina (51), del refettorio (52), di una cappella sita al piano del dormitorio (53) e

di un cortile per la ricreazione, dove ai seminaristi era consentito «giuocare qualche volta alle boccie»

(54). A queste stanze doveva naturalmente aggiungersi quella del Rettore. Complessivamente il seminario

di Ferentino doveva avere circa dieci stanze e il dormitorio degli studenti doveva essere molto ampio.

La giornata del seminarista era scandita da un orario assai articolato. Gli alunni e i convittori si alzavano,

svegliati dal prefetto con il suono di una campanella: d'inverno un'ora prima dell'alba, d'estate mezz'ora

prima. Dovevano vestirsi in un quarto d'ora e subito dopo entrare in cappella accompagnati o dal rettore o

dal direttore spirituale, per un altro quarto d'ora di orazione mentale. Terminata la preghiera, avevano

una mezz'ora per ripetere gli argomenti di studio, assegnati il giorno precedente; dopo iniziavano le

lezioni della giornata.

Finite le due ore e mezza di lezione mattutina, accompagnati dal prefetto, i seminaristi si recavano in

chiesa per assistere alla messa in ginocchio, con la testa bassa o rivolta all'altare. Ascoltata la messa,

tornavano in seminario per applicarsi a tradurre in latino, ciascuno per conto proprio, la composizione in

italiano a loro assegnata (55). Lo studio durava fino all'ora di pranzo, il cui inizio sarebbe stato avvisato

con il suono di una campanella.

Radunatisi tutti in refettorio, dopo la benedizione della mensa impartita dal Rettore, mentre i seminaristi

mangiavano rispettando un assoluto silenzio, uno di essi, scelto settimanalmente, avrebbe letto ad alta

voce autobiografie di Santi o il Martirologio Romano.

I seminaristi erano dispensati dal silenzio solo nelle solennità principali dell'anno: Natale, Pasqua,

Ascensione, Pentecoste, Assunzione di Maria Vergine al Cielo e la ricorrenza in cui si celebrava il martirio

di S. Ambrogio. A queste festività il Rettore poteva aggiungerne altre a sua discrezione (56).

Il vitto era sobrio, ma veniva arricchito di una pietanza nelle giornate di Natale, Pasqua e S. Ambrogio,

protettore di Ferentino; «e l'istessa distinzione si usi per l'ultimo giorno di Carnevale (martedi grasso)

coll'aggiunta d'un antipasto di più» (57). Dopo il ringraziamento, alla fine del pranzo, i seminaristi

potevano godere di un'ora di ricreazione, senza «pigliarsi troppa licenza o nel parlare o nello scherzare;

ma i discorsi dovevano essere o di cose buone o almeno indifferenti e si dia di bando alle mormorazioni di

chi che sia, per non perdere la carità verso de' prossimi e la grazia del Signor Iddio, quando la detrazzione

fosse gravemente pregiudiziale per l'altrui fama» (58).

Terminata la ricreazione, che a volte consisteva nel gioco delle bocce, eseguito solo per divertimento,

senza strepiti o clamori (59), un suono di campanella avvertiva i giovani di tornare in classe per

continuare, sotto la guida del Rettore, le lezioni. Allo scadere delle due ore e mezza di lezione ci sarebbe

stata la lezione di canto fermo o figurato, «ornamento necessario in ogni ecclesiastico». I giovani, quindi,

si sarebbero portati in cappella per le orazioni serali, che nel periodo estivo si recitavano «su l'ore

ventiquattro in punto», ossia le 18, e immediatamente si sarebbero recati in refettorio per la cena.

Durante la cena il regolamento era quello stabilito per il pranzo; ad essa sarebbe seguita un'ora di

ricreazione, dopo la quale «si dovrà andare alla cappelletta, dove si leggerà il punto della meditazione per

la mattina seguente e si reciterà qualche breve orazione... il De profundis... l'orazione pro Benefactoribus

defunctis... preci per quelli che hanno fondato et in qualunque modo beneficato al Seminario» (60).

Esauriti tutti i compiti richiesti, «tutti si porteranno al dormitorio, dove si spoglieranno con ogni possibil

modestia, con pensare che quel letto potrebbe essere l'istessa notte un cataletto; e pertanto ciascuno

penserà attentamente a fare atti di contrizione, di conformità al volere di Dio, di Fede, di Speranza, di

Carità e simili per poter prendere il riposo dell'anima in Dio e del corpo nel letto» (61).

Questa era la giornata del seminarista: tutto in essa era determinato con precisione per impedire che il

giovane restasse in ozio e si abbandonasse a pensieri non adeguati alla finalità spirituale del luogo, che lo

ospitava. Niente, dunque, era lasciato all'improvvisazione o allo spontaneismo. Persino le ore serali da

destinare allo studio erano stabilite secondo un rigido calendario: dal 4 ottobre al 1° novembre doveva

destinarsi alla memorizzazione degli argomenti di studio un'ora; dal 1° novembre al 31 gennaio allo studio

erano concesse due ore e mezza; dal 1° febbraio a Pasqua un'ora e mezza. Il prefetto doveva

«sopraintendere» allo studio, controllando che ciascuno stesse al suo posto «con quel numero de' lumi,

che si stimerà dal Rettore puramente necessario» (62). Il Vescovo stabili anche il menù dei seminaristi. Il

vitto non doveva eccedere la spesa di due baiocchi per ciascun giovane. Ogni giorno veniva servita la

minestra e l'insalata (secondo piatto) era distribuita il lunedì, il mercoledì, il venerdì e il sabato. La sera

dei giorni di domenica, martedì e giovedì si serviva brodo di carne. Con i tozzi di pane avanzati e raffermi

si preparava la minestra di pane, «detta volgarmente pancotto». Il pane, distribuito ai seminaristi, doveva

essere bianco, impastato con la farina ricavata dal grano, che il seminario stesso forniva al fornaio. Ogni

pagnotta non doveva superare le dieci once di peso. Anche il vino era distribuito a pranzo e a cena, una

foglietta e mezza al pranzo ed una sola alla cena per ciascuno (63): gli avanzi ritornavano «alla

disposizione del Rettore o Prefetto in utili del Seminario». Un consiglio il Vescovo dava premurosamente al

ministro: «applichi... lo studio al risparmio, dovunque può, come usarebbe se fosse interesse suo proprio»

(64).

Le Regole del Gritti non trascurarono di regolamentare anche il comportamento del personale

amministrativo e di servizio, che collaborava per la corretta gestione del seminario. Il Ministro, cui

spettava uno stipendio annuo di dodici scudi, era l'amministratore dei beni e doveva svolgere il suo

dovere con grande diligenza ed avvedutezza (65); pertanto avrebbe dovuto provvedersi di un registro sul

quale segnare le entrate e le uscite giornaliere dell'istituto. Egli, ogni primo lunedì del mese, doveva

relazionare sulla sua amministrazione ai deputati del Seminario, riuniti con il Vescovo. Solo quando il

Ministro doveva affrontare spese straordinarie («dare i beni stabili in affitto o locazione»), avrebbe dovuto

chiedere il beneplacito vescovile. (66)

Il seminario aveva una struttura gerarchica ben definita: a capo dell'istituto era il Rettore, a lui sottoposto

era il Prefetto. Il Ministro, invece, dipendeva dal Vescovo ed era responsabile davanti alla deputazione

tridentina ed ai visitatori (sindicatori, che annualmente l'Ordinario nominava per far controllare

l'amministrazione.

Al seminario non mancava il cuoco, che, però, per le poche rendite dell'istituto, doveva svolgere anche

mansioni di portinaio e di cameriere; egli percepiva uno stipendio annuo di sei scudi e veniva alloggiato a

spese del seminario (67). Le «incombenze del cuoco» non riguardavano solo la cucina che gli veniva

prescritta dal Ministro, ma anche mantenere integro il vasellame, gli utensili e le vivande (68). Quando il

cuoco aveva terminato il suo lavoro in cucina, doveva badare alla porta, per impedire che senza permesso

si potesse uscire o entrare.

Se qualcuno alla porta chiedeva di parlare con un seminarista, il cuoco - portinaio doveva ottenere dal

Rettore il permesso. Il colloquio non era concesso se interrompeva le ore di lezione e di studio (69).

La conversazione, non essendoci parlatorio, avveniva lungo un corridoio, per non permettere ai

seminaristi di scendere alla porta d'ingresso (70).

Il cuoco doveva fare la spesa, sollecitamente e senza attardarsi nelle bettole, nei giochi di piazza o in

discorsi con persone poco affidabili, pena il licenziamento (71); inoltre svolgeva anche le mansioni di

cameriere e servo (72). Nessuna confidenza doveva avere con i seminaristi né poteva di nascosto portare

ad essi vivande o biglietti (73). Nel suo lavoro doveva sempre aver presente il fine soprannaturale: «abbia

sempre nelle sue azioni innanzi agli occhi... che dal suo servizio, fatto di cuore, ne ritrae pur merito,

servendo Iddio ne' suoi ministri» (74).

Le Regole del Gritti risentono molto della mentalità del tempo forse alcune di esse ci potranno far

sorridere per la loro ingenuità Tuttavia sono un documento assai importante per capire la successiva

evoluzione storica del seminario diocesano ferentinate.

Note

1) La fabbrica del Seminario, restaurata sotto l'episcopato del Chierichelli, rimase immutata nelle sue strutture per quasi due secoli, pur

essendo stata in parte ampliata sotto il vescovo Borgia nel 1751, come testimonia la lapide, murata nel corridoio d'entrata dell'edificio:

SEMINARIUM ECCLESIASTICUM

ERECTUM EPISCOPO IOHANNE CAROLO ANTONELLO

HIC POSITUM EPISCOPO VALERIANO CHIERICHELLO

AUCTUM DEIN ET IN HANC MOLEM

REDACTUM

EPISCOPO FABRITIO BORGIA

A. D. MDCCLI.

Delle decisioni prese dal vescovo Borgia in merito al seminario si parlerà nel successivo III capitolo.

2) Oltre al citato saggio di F. Caraffa di cui alla nota 24 del capitolo I, cfr. anche: Il seminario di Padova, notizie, a cura di vari, Padova 1911;

Il seminario di Piacenza e il suo fondatore, a cura di vari, Piacenza 1969; L. Mezzadri, Il collegio Alberoni di Piacenza: contributo alla storia

della formazione sacerdotale, Roma 1971; A. Berenzi, Storia del seminario vescovile di Cremona, Cremona 1925; L. Caliaro, Storia del

Seminario vescovile di Vicenza, Vicenza 1936; A. Pellico, Seminario di Feltre. Notizie storiche, Venezia 1942; 6. Pistoni, Il seminario

metropolitano di Modena. Notizie e documenti, Modena 1953; A. Gabrijelcic, Alle origini del Seminario di Perugia (1559 - 1660), Boll. della

Dep. di Storia Patria per l'Umbria, 1971, pp. 1 - 201.

3) cfr. O'Donohoe, Tridentine Seminary Legislation. Its Sources and its Formation, Lovanio 1957; Idem, The Seminary Legislation of the

Council of Trent, in Il Concilio di Trento, I, Roma 1965, pp. 157 - 172; H. Jedin, Domuschule und Kolleg. Zum Ursprung der Idee des tridenter

Priesterseminars, Trieer Theologische Zeitschrift (fino al 1944: Pastor Bonus) Treviri 1888ss.; Idem, L'importanza del decreto tridentino sui

seminari nella vita della Chiesa, in «Seminarium» 15 (1963) 396 - 412.

4) Nel 1705 il Vescovo Chierichelli fece inserire nel curriculum degli studi anche l'insegnamento della teologia morale. Cfr. supra nota 96 del I

capitolo.

5) Sia nell'editto di mons. Roncioni nel 1664 (AV F, Patentalium, f. 109r) sia in quello di mons. Antonelli del 1687 (AVF, Patentalium, f. 113)

viene affermato che nel seminario sarebbero state impartite da un maestro le discipline letterarie ed umanistiche oltre all'insegnamento dello

«scrivere», ossia della composizione.

6) Il vescovo Chierichelli fu fautore dell'introduzione delle discipline matematiche nel corso di studi del seminarista. Cfr. supra nota 96 del

primo capitolo.

7) cfr. supra nota 86 del I capitolo.

8) AVF, Patentalium, ff. 170v - 171r.

9) Giuseppe Calabrese era entrato in Seminario come alunno presentato dalla Comunità, il 4giugno 1700 (cfr. supra nota 89 dell capitolo):

quindi nel 1709 non doveva avere più di 21 anni.

10) Cfr. supra nota 61 del 1° capitolo.

11) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di S. Gritti del 1° novembre 1721 e del 1° novembre 1728.

12) Ibidem, Relazione di S. Gritti del 1° novembre 1728.

13) Ibidem. Il testo delle Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino dettate da Simone Gritti nel 1727 si conservano nell'Archivio

Vescovile di Ferentino in una cartella, che contiene documenti riguardanti il Seminario diocesano e risalenti all'epoca contemporanea. Sono

state per caso ritrovate ed il loro invenimento è stato tanto sorprendente, perché si ignorava la loro esistenza.

14) Ne è testimonianza il sinodo diocesano celebrato nel 1726 dal vescovo Giovanni Battista Bassi in Anagni. Negli atti manoscritti ditale

assise sono inseriti alcuni decreti del Sinodo Romano provinciale, promosso da Benedetto XIII, segno della grande risonanza dell'iniziativa

papale (cfr. F. Caraffa, Il seminario diocesano di Anagni, cit., p.13).

15) Il pontificato di Benedetto XIII fu improntato dallo spirito semplice e ascetico del Papa, che proveniva dall'ordine domenicano. Il Pontefice

fu esempio di zelo pastorale: infatti pur essendo stato eletto alla carica suprema della Chiesa, mantenne l'arcivescovado di Benevento, che

visitò spesso. Ridusse lo sfarzo della corte papale e si prodigò ad edificare chiese e ospedali, a soccorrere anche con i suoi denari i poveri, a

promuovere sinodi provinciali, a promulgare sagge leggi, a ridurre l'attrito tra potere laico e quello ecclesiastico. Benedetto XIII nei suoi

cinque anni di governo pontificio non smise mai di indossare, al posto delle vesti papali, l'abito del suo ordine, quello domenicano, come

segno di umiltà e fedeltà alla sua vocazione.

16) AVF, Regole, f. 24r.

17) Ibidem, ff. 1 e 16r.

18) Ibidem, f. lv.

19) Ibidem, «Obblighi che risguardano il Rettore e Maestro del Seminario. Cap. I».

20) Ibidem, f. 2.

21) Si tratta della grammatica latina scritta dal gesuita Emanuele Alvarez, De Institutione Grammatica. Questa grammatica ebbe più di

quattrocento edizioni e fu la più usata, anche se ricevette diverse critiche di natura didattica. Nel 1894 tale opera venne riedita in veste

rinnovata dai gesuiti americani del Woodstock College (U.S.A.).

22) AVF, Regole, f. 2v.

23) Ibidem, ff. 2v - 3.

24) Ibidem, f. 3r. Il Rettore doveva far esercitare giornalmente i suoi allievi nella ripetizione a memoria delle regole spiegate e di alcuni versi

di Virgilio e di Cicerone.

25) Ibidem, f. 3r. Il Rettore aveva l'obbligo di far osservare sempre in silenzio ai seminaristi, eccettuando il momento della ricreazione. Anche

nel refettorio il rettore doveva vigilare sul comportamento disciplinare dei giovani: «osservi bene tutti i loro andamenti e gesti, per vedere se

vi sia chi borbotti o si lamenti delle vivande o chi voglia esser singolare nel mangiare cibi più confacenti al suo genio. E quando ritrovasse

persona di tal sorta, la mortifichi con publiche penitenze di digiuni in pane ed acqua... adoprando sempre la discrezione e la prudenza».

26) Ibidem, ff. 3v - 4r.

27) Ibidem, f. 4r.

28) Ibidem.

29) Buseo, nome italiano del teologo gesuita Peter de Buys (Nimega 1540 - Vienna 1587); professore di esegesi neotestamentaria nella

università di Vienna (1571), fu membro per la commissione della ratio studiorum. È noto come editore della Summa di Pietro Canisio. Sue

opere sono le Auctoritates S. Scripturae et SS. Patrum, che pubblicò anonime e la Summa doctrinae christianae (1577).

30) AVF, Regole, f. 4v.

31) Ibidem, ff. 4v - 5.

32) Ibidem, f. 4v.

33) Ibidem, f. 5.

34) Ibidem, ff. 5v - 7: «Incombenze del Prefetto, Cap. II».

35) Ibidem, f. 6r.

36) Ibidem, f. 6v.

37) Ibidem, f. 7.

38) Cfr. supra nota 8 del II capitolo.

39) Ibidem, ff. 7 - 17: «Pesi dei Seminaristi. Cap.III».

40) Ibidem, ff. 7v e 17r.

41) Ibidem, f. 17r.

42) Ibidem, f. 16v.

43) Ibidem, f. 11v. al malato, alunno o convittore che fosse, competeva la spesa delle medicine e l'eccedenza della spesa per il vitto, qualora

superasse la somma della retta.

44) Ibidem, f. 15.

45) Ibidem. Se nella settimana cadeva qualche festa, allora il giovedì si svolgeva regolarmente lezione.

46) Ibidem, f. 15. Anche un altro motivo poteva indurre i superiori a non concedere vacanza ai seminaristi: per la povertà dell'istituto non si

possedeva una casa adatta ad ospitare i giovani per trascorrere un periodo di ferie (ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di Pietro Paolo

Tosi del 10 gennaio 1790).

47) AVF, Regole, f. 2. Non sembra che agli inizi della sua attività il seminario di Ferentino richiedesse come requisito per l'ammissione anche

l'aver frequentato un corso di studi elementare. Per essere ammessi bastava avere 12 anni, essere nati da legittimo matrimonio e sapere

almeno leggere. Ancora nel 1867 il curriculum degli studi iniziava dall'acquisizione dei rudimenti delle Lettere (ASV, Relationes ad limina, B,

Relazione di Gesualdo Vitali del 12 giugno 1867).

48) Ibidem, f. 10r.

49) Ibidem, f. 6v.

50) Ibidem, f. 14v.

51) Ibidem, f. 16v.

52) Ibidem, ff. 9v, 11r.

53) Ibidem, ff. 9v e 14r.

54) Ibidem, f. 12v.

55) Ibidem, ff. 7v - 9. Durante lo studio era severamente vietato «far ridere», «ciarlare»; lo studente non doveva nemmeno lamentarsi per la

fatica, che richiedeva il suo impegno; infatti «se pare poco dura la fatica, a cui si soccombe per giungere all'acquisto della scienza, riusciranno

poi soavissimi i frutti della medesima» (ibidem, f. 8).

56) Ibidem, ff. 11ss.

57) Ibidem, f. 12r.

58) Ibidem, f. 12v. La vita di comunità non era facile e spesso potevano sorgere delle antipatie tra seminaristi; ma chi era incamminato sulla

via del sacerdozio doveva vincere con la forza di volontà e con l'autodominio i suoi istinti naturali, usando ogni diligenza per non cadere in

peccato ed accostandosi alla confessione ed alla comunione «in tutte le feste mobili, in quelle della SS.ma Vergine, in quelle degli Apostoli ed

in tutte le terze domeniche di ciascun mese (ibidem, f. 15v). I seminaristi avrebbero ricevuto l'eucarestia dalle mani del Vescovo nei

Pontilicali (ibidem) ed ogni sabato avrebbero ascoltato dal Rettore o dal direttore spirituale un fervorino su argomenti sacri o di teologia

morale (ibidem, f. 16r).

59) Ibidem, f. 12v.

60) Ibidem, ff. 13r - 14r. Ai moderni sembreranno strani gli orari, che scandivano la vita dei seminaristi. In realtà le ore 20, non

corrispondevano alle 20 odierne, ma alle ore 14 e le 24 alle ore 18. Infatti era costume, negli orari ecclesiastici, seguire il sistema di contare

le ore dal vespro del giorno precedente.

61) Ibidem, f. 14v.

62) Ibidem, f. 14v. Nei giorni di festa vi era una variazione nel programma della giornata. Appena alzati (non si farà l'orazione mentale, ma

tutti dovranno cantare nella cappelletta... l'offizio della SS.ma Vergine alternativamente a due cori ... con quel rispetto e devozione che si

richiede nelle lodi alla regina del Cielo». Al termine dell'ufficio, se i giovani seminaristi non dovevano essere obbligati al digiuno eucaristico,

avrebbero consumato una colazione composta da pane e vino e subito dopo, in attesa che arrivasse il tempo stabilito per la cerimonia,

avrebbero svolto i compiti scolastici. Quindi «giunto il tempo di portarsi alla cattedrale dopo i tocchi della messa maggiore», vi si sarebbero

recati in ordine; entrati in essa, dopo la riverenza al Santissimo Sacramento, sarebbero entrati in sagrestia e, salutati i canonici, avrebbero

indossato le loro cotte e si sarebbero disposti secondo l'ordine dato dal maestro delle cerimonie. Alla fine della liturgia essi avrebbero

accompagnato prima il Vescovo nei suoi appartamenti, poi si sarebbero recati di nuovo in seminario per studiare canto fermo (o figurato) o

qualche altro argomento culturale fino all'ora del pranzo, stabilito per le undici e mezza in inverno e per mezzogiorno in estate (ibidem, ff. 9 -

11r).

63) Ibidem, ff. 18v - 19r.

64) Ibidem, f. 20r.

65) Ibidem, ff. 17v - 20r: «Incombenze del Ministro che maneggia le entrate del Seminario».

66) Ibidem, f. 18r.

67) Ibidem, ff. 20v - 21r.

68) Ibidem, ff. 21v.

69) Ibidem, f. 22r.

70) Ibidem, f. 22v.

71) Ibidem, f. 23r.

72) Ibidem.

73) Ibidem, f. 23v.

74) Ibidem, f. 24r.

CAPITOLO III

IL SEMINARIO NEL PRIMO SECOLO DI VITA

Il Gritti fu trasferito nel 1729 nella diocesi di Acquapendente e non poté verificare né l'attuazione delle

regole, da lui stilate, né il miglioramento della vita dei seminaristi. Fabrizio Borgia, il vescovo che gli

successe e resse la diocesi dal 23 dicembre 1729 al 1754, data della sua morte, non si lasciò sfuggire

l'occasione di potenziare e migliorare l'istituto del seminario vescovile di Ferentino.

Si può, a buon diritto, sostenere che il Settecento fu l'epoca d'oro del seminario ferentinate, non solo

perché il tal periodo si definì meglio la sua struttura culturale, ampliandosi ed articolandosi con più

precisione il curriculum scolastico; ma anche perché si incrementò la frequenza dei giovani e ciò

determinò uno sforzo notevole per l'ammodernamento dei locali e per la ricerca di nuovi cespiti di entrate.

Nel XVIII secolo la storia della diocesi di Ferentino fu dominata da due grandi figure di pastori: Fabrizio

Borgia, (1) che la governò per venticinque anni, e Pietro Paolo Tosi, (2) che la resse per 46 anni dal 16

settembre 1754 al 1800. La lunga durata dell'episcopato dei due presuli, oltre al loro infaticabile zelo

pastorale, dà la spiegazione del successo delle loro iniziative.

§ 1. Il rigoglio culturale del XVIII secolo.

Nel 1732, il 5 dicembre, Fabrizio Borgia scriveva una Relatio ad limina molto precisa e riferiva che nel

seminario gli otto alunni frequentanti si sostenevano de proprio, cioè erano convittori. Gli alunni

progredivano in sapienza e dottrina, solo nella grammatica «sufficienter proficiunt». Essi servivano la

cattedrale nelle festività e seguivano con diligenza le regole e le costituzioni che il Borgia aveva dettato,

riformando quelle del Gritti (3).

Gli Avertimenti per il buon regolamento delli seminaristi introducono nel primo articolo l'affermazione che

il fine e l'oggetto primario di ogni regola è il retto comportamento da osservare e praticare davanti a Dio e

davanti al prossimo. Da questo principio scaturisce l'ordine per i seminaristi, tanto alunni quanto

convittori, di chiedere continuamente nella loro preghiera pubblica e privata «un tal amore da Sua Divina

Maestà» che sia sostegno di ogni loro atto. Solo così secondo il vescovo Borgia i seminaristi avrebbero

potuto sperare «ogni più felice avanzamento nella perfezione cristiana ed un profitto speciale alla coltura

delle lettere» (art. I).

Stabilito che il principio primario di ogni azione umana, tanto nell'ordine spirituale quanto in quello

culturale, era la Carità, il Vescovo indicò il cammino da seguire per perfezionarlo nella concretezza della

vita: «il mezzo efficacissimo per ciò fare è la frequenza delli santissimi sacramenti». Per questo ordinò che

i seminaristi ogni domenica si accostassero alla confessione e nelle terza domenica del mese alla

comunione, da ricevere anche nelle feste solenni. La confessione doveva essere frequente, la comunione,

invece, mensile: questo stava a significare che per accostarsi all'eucarestia si doveva essere degni e tale

dignità si accresceva tanto più si saliva nell'ordine ecclesiastico.

Infatti il suddiacono e il diacono dovevano accostarsi più frequentemente alla comunione proprio per la

loro maggiore responsabilità all'interno della vita ecclesiastica. Tuttavia mons. Borgia non lasciava di

esortare i seminaristi a fare confessioni annuali e generali e comunioni straordinarie per loro devozione

(art. II). Era obbligatorio ricevere la comunione specialmente durante i pontificali celebrati dal Vescovo o

da altri da lui designati (art. III).

Dopo che il Vescovo ebbe determinato i principi ispiratori nel suo regolamento, passò a delineare nei

minimi particolari la vita pratica del seminarista. Il giovane entrato nel pio istituto, previa esibizione

dell'attestato di frequenza ai sacramenti, rilasciato dal parroco, nella prima domenica o festa di precetto

successiva alla sua ammissione doveva accostarsi alla confessione e comunione (art. IV). A lui era

imposta la rigida osservanza del regolamento, compilato per rendere meno gravosa la vita comunitaria

(art. V).

La giornata del seminarista iniziava con la preghiera, distinta in due momenti: dapprima l'orazione

mentale per un quarto d'ora, riflessione e meditazione personale su un tema proposto dal prefetto,

successivamente un altro quarto d'ora di «orazioni vocali, solite a dirsi nella mattina» (art.VI). L'altra

preghiera quotidiana del seminarista era il rosario; invece la domenica si recitava l'Ufficio della Beata

Vergine (art. VII) con ordine e senza generare confusione o riso, cantando in falsetto (art. VIII).

I seminaristi erano suddivisi in due camerate a secondo della loro età, sotto la sorveglianza di un prefetto

(art. IX). Tra camerate era proibito il reciproco contatto, permettendo solo scambi di opinioni su

argomenti scolastici previo permesso del maestro (art. X).

Entrando in seminario, il giovane doveva abbandonare l'atteggiamento individualistico ed assumerne uno

improntato da genuino spirito comunitario, specialmente nei periodi di svago (artt. IX e XII). Per i

contravventori di tale norma la prescrizione consisteva nel silenzio imposto fino a quando il prefetto non

disponeva altrimenti (art. XII).

Negli Avertimenti del vescovo Borgia riecheggiava la medesima volontà di educare il seminarista non solo

nella cultura scolastica, ma anche nel comportamento. Mai il giovane chierico doveva assumerne

atteggiamenti, che nuocessero al suo decoro (art. XIV), o doveva usare parole e gesti volgari (art. XV),

nemmeno per ischerzo; né gli era permesso portare con sé armi e temperini (art. XVI) o leggere opere,

che impedissero una buona e santa formazione culturale (art. XVIII).

Durante le ore di svago era permesso leggere qualche libro di devozione, mentre era proibita la lettura di

«romanzi, commedie o altri simili» (art. XVIII). Il decoro imponeva ai giovani il rispetto dell'abito

ecclesiastico, da loro indossato (art. XIX) sia nell'interno del seminario che durante le passeggiate (art.

XX). Non si doveva alzare la voce né disubbidire ai superiori andando a fare ricreazione fuori delle

camerate dei luoghi a ciò destinati (art. XXI). Anche nel gioco il seminarista doveva essere educato e

sobrio: non doveva alzare la voce né dire parole piccanti né giocare con i soldi «benché in leggerissima

somma»; gli era consentito giocare a bocce, a dama e con le «immaginette e simili cosarelle... per puro

spasso» (art.XXII). Dall'art. XIII all'art. XLII il vescovo Borgia riconfermò le norme già stabilite dal Gritti

sull'ordinamento interno del seminario: ribadì l'osservanza del silenzio in refettorio, durante le lezioni e le

preghiere (art. XXIX), l'obbligo della pulizia quasi quotidiana delle camerate (art. XXXI), gli oneri dei

cuochi e degli inservienti, il divieto dei seminaristi di andare alla porta (art. XXXIV) o di parlare con il

personale di servizio (art. XXXIII) o di lamentarsi per il pranzo (artt. XXIV - XXVI).

Nessuno degli alunni poteva uscire dal seminario senza il permesso del vescovo (art. XLIII); ai convittori

cittadini che «avranno il permesso d'andare a pranzo alle proprie case, le si assegnerà anche il compagno

delli più provetti, quale, accompagnatolo in casa, farà ritorno nel seminario. Il giovane restato in casa,

dopo il pranzo debba essere accompagnato dal padre o madre o altro parente» (art. XLIV). Sicuramente a

tali seminaristi, cui era consentito recarsi a pranzo nelle loro famiglie, il valore della retta era dimezzato.

Un'altra distinzione si evidenziava all'interno del seminario tra gli studenti desiderosi d'acquisire una sana

preparazione culturale e quelli che entravano nell'istituto col «fine di giungere al santo sacerdozio». Per

questi il corredo doveva consistere, oltre che nella divisa del seminarista, comune a tutti i dimoranti

nell'istituto, anche nella cotta o altri paramenti richiesti ai chierici, che dovevano servire durante le

funzioni in cattedrale. Tali paramenti dovevano essere confacenti all'ordine sacro ricevuto dal seminarista

(art. XLV).

Gli ultimi articoli degli Avertimenti, dal XLVI al LXI, ripropongono le norme disciplinari dettate dal vescovo

Gritti nel 1727 per regolamentare la condotta dei seminaristi specialmente quando si recavano a dormire.

Nel dormitorio ci doveva essere sempre per tutta la notte la luce accesa ed i giovani avrebbero osservato

con diligenza tutti i comandi loro impartiti dal prefetto.

Fedele al motto biblico «quos amo corrigo et castigo», il vescovo Borgia invitò i seminaristi a considerare

le correzioni e gli ammonimenti, indirizzati al miglioramento della loro condotta, uno strumento necessario

per la formazione di coloro che avevano scelto una via impegnativa, quella del sacerdozio. Il criterio guida

dell'azione dei superiori era l'amore; infatti solo chi ama il suo prossimo, non disdegna di riprenderlo

quando sbaglia, perché desidera indirizzarlo al conseguimento di un bene sempre più grande. Il numero

degli alunni in breve tempo aumentò, passando da otto a venti (4). Il Vescovo, operando la riforma degli

studi, aveva distinto le attività didattiche, per cui in seminario prestavano la loro opera un insegnante per

grammatica e «umane lettere» ed un precettore per filosofia e teologia morale (5). I seminaristi erano

incentivati nello studio, perché spesso molti di essi davano esempio di dottrina «in publicis thesibus», cioè

venivano impegnati nella dissertazione pubblica di tesi teologiche o letterarie (6). Questa è la

testimonianza più evidente dell'accettazione del metodo gesuitico, che utilizzava due strumenti

metodologici di notevole importanza: la praelectio e la concertatio.

La praelectio veniva utilizzata specialmente durante il corso di studi di retorica (7): essa consisteva nella

scelta di un tema o nella presentazione di un brano, analizzato nelle sue regole grammaticali, retoriche,

poetiche e poi illustrato con dati storici, geografici o scientifici, per poterne trarre conclusioni soprattutto

etico - religiose. Questo metodo caratterizzava la scuola del seminario ferentinate voluta dal vescovo Gritti

(8).

Nell'impostazione didattica voluta da Fabrizio Borgia questo momento della praelectio non mancava, tanto

che il Vescovo aveva assegnato l'insegnamento della grammatica e della retorica ad un insegnante

distinto da quello di filosofia e di teologia. Come lo studio della retorica veniva integrato con quello della

filosofia, così il metodo della praelectio veniva completato con quello della concertatio o disputa teoretica

tra i due gruppi in cui veniva divisa la classe.

La concertatio si fondava su domande e risposte sia da parte del docente sia degli allievi tra loro: talvolta

essa consisteva in una gara, in cui i due gruppi, dimostrando tesi o discutendo problemi culturali,

manifestavano il loro grado di preparazione. La concertatio era organizzata in vista del continuo progresso

degli allievi, che erano stimolati nel senso dell'onore e nel desiderio dell'emulazione (9).

La più forte incidenza del metodo gesuitico nel seminario ferentinate era dovuta alle simpatie, che mons.

Borgia nutriva per l'ordine di S. Ignazio. Infatti ciò è testimoniato anche dalla notizia, che il vescovo

riferisce nella relazione ad limina del 1° dicembre 1735: egli, a sue spese, pagava l'alloggio ai padri

Gesuiti, che appositamente faceva venire in seminario per predicare gli esercizi spirituali agli alunni (10).

Anche gli esercizi spirituali diventarono sistematici; si predicavano prima dell'inizio ufficiale delle lezioni

scolastiche ed anche nei cosiddetti momenti «forti» dell'anno liturgico. Il personale, chiamato a questo

ufficio, era altamente specializzato e, quindi, offriva un servizio incisivo e valido; non si trattava di lezioni

spirituali «arrangiate» dal rettore o dal direttore spirituale ogni sabato, come stabilivano le Regole del

Gritti (11).

Gli alunni, intanto, continuavano a crescere: nel 1741 erano ventiquattro (12), nel 1751, venticinque

(13). Anche il corpo insegnante si ampliava: oltre ai precettori vi erano lettori per l'insegnamento della

filosofia, della teologia scolastica e morale in aggiunta a quello per la grammatica e le «humaniores

litterae» (14). La funzione del lettore era molto importante nelle scuole ecclesiastiche, essendo la lezione

scolastica una vera e propria lectio, ossia lettura e spiegazione del brano prescelto per l'insegnamento.

Gli alunni del seminario di Ferentino mostrarono interesse per la riforma scolastica operata dal Borgia e

progredirono assai nel rendimento (15). Il vescovo Borgia, allora, nel 1754 inserì nel corpo docente del

seminario un altro maestro, quello di S. Scrittura ed un «moderator cantus» (16).

La situazione didattica del pio istituto migliorò ancor di più sotto il quarantennale episcopato di mons.

Tosi. Questo vescovo dedicò molta cura a reperire personale docente preparato e idoneo a svolgere il

compito di guida per i giovani, che si incamminavano lungo la via del sacerdozio.

Il rettore, padre Domenico de Dominici (17), riceveva nel 1756 uno stipendio di 50 scudi per insegnare

retorica e grammatica; egli era probo e assai preparato, come il padre maestro Romanini, che proveniva

dal convento dei francescani conventuali di Ferentino ed era stato assunto, proprio dal Tosi, per essere

lettore di filosofia e di teologia (18). Altri maestri non poteva il vescovo chiamare, Poiché le entrate del

seminario, 400 scudi annui, erano insufficienti a sostenere la spesa di altri stipendi; i salari del rettore, dei

maestri e del ministro complessivamente raggiungevano i 109 scudi e con i restanti 291 scudi il seminario

doveva provvedere al vitto e all'alloggio dei seminaristi, alla conservazione dei due conventi suburbani di

S. Maria degli Angeli e di S. Domenico, agli oneri delle messe da celebrare nelle varie cappellanie, annesse

come benefici al seminario, ed alla manutenzione dell'edificio, che ospitava i seminaristi (19). Tuttavia gli

alunni studiavano con profitto e progredivano anche nel canto fermo, insegnato da un maestro

specializzato (20).

Il vescovo Tosi visitava spesso il seminario (21), anche per controllare l'attuazione delle regole da lui

dettate per i chierici residenti nel pio istituto nel sinodo del 1767 (22). Il sinodo diocesano celebrato da

Tosi ebbe vasta risonanza nella diocesi, tanto da indurre il Vescovo a pubblicarne gli atti l'anno successivo,

nel 1768.

Ai lavori della riunione, il cui fine era la rinnovazione della vita diocesana in tutti i suoi aspetti,

parteciparono anche i deputati del seminario: il canonico Gaetano Pompili, il canonico Francesco Antonio

Ghetti, morto mentre si stava curando l'edizione degli atti sinodali, l'abate di S. Valentino Giovanni Luca

de Sere e l'abate di S. Maria Gaudenti Domenico Capua (23). Al seminario il sinodo dedicò 35 articoli, in

cui venne compendiata ogni regola stabilita dai predecessori e confermata dall'uso, tanto che il sinodo del

Tosi può ritenersi la regolamentazione definitiva del seminario ferentinate.

I primi due canoni (artt. I e II) della Parte III, cap. V (De clericorum seminario) sono un'introduzione

storico - teologica al regolamento vero e proprio. Dopo una breve descrizione delle finalità istitutive del

seminario, ad opera del Concilio Tridentino (Sess. XXIII, de reform. cap. 18), e dopo aver sommariamente

ricordato la data di fondazione ed il Vescovo fondatore del seminario di Ferentino, il Tosi dichiarò i suoi

propositi istituzionali: «nostra auctoritate fovere necessum est ac tota animi nostra contentione

enitendum, ut augeatur, recte administretur, provide gubernetur». Quindi l'Ordinario caldeggiava e

sosteneva con tutte le sue forze ed in virtù della sua autorità, l'accrescimento dell'istituto non solo dal

punto di vista esteriore e quantitativo, ma specialmente da quello di un incremento qualitativo, ossia di

dottrina e pietà.

Per raggiungere e conseguire tali obiettivi, il Tosi richiedeva una retta amministrazione ed un prudente e

previdente governo da parte del Rettore, Maestri, Prefetti, Amministratori, i quali, destinatari principali

delle costituzioni sinodali, le avrebbero dovute conoscere con chiarezza ed applicarle con altrettanta

fermezza e sollecitudine. Davanti alla loro responsabilità non vi era solo l'istruzione immediata dei

seminaristi, ma il bene di tutta la diocesi, che doveva avere santi e saggi sacerdoti (art. II).

Definite le finalità dell'istituzione, il Vescovo iniziò a prescrivere quanto spettava alla competenza del

Rettore. Nel seminario il cardine era rappresentato dal Rettore, sulla cui persona era esemplato il modello

del perfetto sacerdote; cosicché egli doveva curare la sua persona in modo tale da esprimere la virtù, la

viva dottrina, lo zelo e la pietà, per spingere i suoi seminaristi a perseguire il medesimo ideale di vita con

il comportamento più che con la parola (art. III). Il Rettore aveva, quindi, un compito molto delicato,

dovendo curare il progresso spirituale dei giovani a lui affidati (art. IV), ciò che solo una grande

esperienza di vita, unita ad una vigilanza sollecita, ad una prudente moderazione (artt. V e VI) e ad una

sagace capacità di introspezione psicologica (art. VII), poteva permettere.

Oltre a controllare i giovani, il Rettore doveva seguire attentamente anche l'attività degli ufficiali e

dell'economo del seminario: tra i suoi oneri c'era, dunque, quello più prosaico di controllare l'igiene e la

salubrità delle stanze (art. VIII), di non permettere l'ingresso di alcuno senza licenza dell'Ordinario (art.

XI), di mantenere sempre chiuse le porte dell'edificio, specialmente per non farvi entrare donne (art. XII),

di stabilire i posti nel dormitorio e determinare gli orari della giornata (art. XIII).

L'adolescenza è un'età difficile, per questo doveva essere cura del Rettore controllare i comportamenti dei

giovani convittori e alunni: non solo doveva indirizzarli verso un'attiva vita spirituale e sacramentale, ma

continuare a seguirli anche quando, durante le ferie autunnali, essi tornavano a casa. Infatti al loro rientro

in Seminario i giovani dovevano mostrare un attestato, rilasciato dal parroco e comprovante che il

seminarista pur essendo in vacanza, aveva assolto gli obblighi del suo stato: nei giorni festivi aveva

soddisfatto il precetto, aveva ricevuto la Comunione e la Confessione, aveva svolto lezioni di catechismo

(art. XXXI) e si era comportato bene (art. XXXIII).

Al Rettore competeva l'autorità di dimettere dal seminario gli alunni e i convittori e se uno di essi si

ammalava, doveva seguirlo con ogni cura (art. XIV). Il suo diretto superiore era il Vescovo al quale

doveva riferire sull'andamento del seminario (art. X) ed obbedire, senza pretendere di assumere

atteggiamenti innovativi rispetto ai voleri dell'Ordinario (art. XI). Nel suo compito di vigilanza sui

seminaristi era aiutato dal Prefetto (artt. XV e XVI), al quale erano demandati compiti di vigilanza della

disciplina e dell'igiene dei locali e delle persone. Riguardo al Prefetto mons. Tosi riconfermò le Regole del

Gritti (24); invece si prodigò nel descrivere gli oneri dei vari maestri, insegnanti nel seminario. Per

definire i loro compiti il vescovo dettò ben otto articoli.

Nel testo normativo, stabilito nel sinodo del 1767, non sembra che il Rettore avesse anche l'onere

dell'insegnamento nella scuola del seminario: egli era soltanto il rappresentante dell'istituto e svolgeva

funzioni dirigenziali, per questo doveva essere esente da responsabilità didattiche. L'insegnamento era

troppo oneroso per chi, come il rettore, doveva organizzare tutta la vita della comunità. Il sinodo

consigliava una diversificazione tra le mansioni del rettore e quelle dei Maestri, ma le scarse risorse

economiche del seminario ferentinate imposero al vescovo di eliminare tale differenza e di attribuire di

nuovo al Rettore l'incarico di insegnante di grammatica e retorica (25).

Secondo le norme del sinodo diocesano del 1767 dovevano esserci almeno quattro maestri a seconda dei

quattro gruppi di materie insegnate nel seminario: grammatica (art. X), latino ed «humaniores litterae»

(art.XXI), retorica e poesia (art. XXII), filosofia, teologia, giurisprudenza, storia ecclesiastica ed etica (art.

XXIII) (26). Ai maestri era affidata l'istruzione culturale dei seminaristi, che erano chiamati a frequentare

il ginnasio (art. XVIII). Tuttavia i docenti dovevano iniziare e terminare le lezioni con la preghiera e

dovevano provvedere l'aula scolastica in un'immagine religiosa (art. XIX). La grammatica veniva studiata,

perché disciplina propedeutica al corretto ragionamento (art. XX) e gli insegnanti di «humaniores

litterae», curando lo studio del latino, dovevano educare i loro discepoli a parlare scioltamente la lingua

latina impedendo con ogni cura errori di pronuncia e di sintassi (art. XXI).

Nel seminario era impartito anche l'insegnamento della retorica e della poesia per abituare gli allievi ad

esercitarsi nell'arte oratoria, ma i docenti dovevano evitare che l'esercizio continuato con la poesia

introducesse la consuetudine con costumi profani. Per scongiurare che la lezione desunta da autori pagani

inquinasse gli animi degli studenti, il Vescovo consigliava ai maestri persino a riscrivere i brani poetici, se

non potevano sostituirli o ometterli (art. XXII).

Anche lo studio della filosofia non era esente da rischi, perché facilmente poteva essere studiata per se

stessa e non per essere utilizzata come supporto propedeutico alla teologia. E chiaro l'influsso della

filosofia tomista, che considerava le verità della ragione preambulum fidei e la filosofia come ancilla

theologiae. In seminario dovevano formarsi ministri della chiesa e non saeculi doctores, cioè dotti nel

sapere mondano. Complemento della teologia era lo studio della giurisprudenza, della morale e della

storia ecclesiastica (art. XXIII). Ai maestri era richiesta la consapevolezza che la scuola è efficace, se alle

parole segue un comportamento conforme ai principi teoretici trasmessi (art. XXV). Non mancava nel

numero delle materie il Catechismo Romano e la teologia sacramentale, strumenti necessari per il futuro

prete (art. XXIV).

Nelle norme del sinodo Tosi non mancò il riferimento all'economo del seminario, che doveva essere

onesto, pratico e previdente nell'amministrare i beni dell'istituto (art. XXVI) e nel mantenere due registri:

uno per l'inventano dei beni e per le spese di amministrazione, l'altro per registrare i nomi dei seminaristi,

con le date di ammissione e di licenza (art. XXVII). Gli ultimi otto articoli, dal XXVIII al XXXV, trattano

argomenti burocratici: le norme di ammissione al seminario (art. XXVIII) la retta annua, ammontante a

30 scudi, che i seminaristi pagavano a semestre o a trimestre per il vitto (art. XXIX), l'abito ecclesiastico e

la tonsura, che i seminaristi dovevano assolutamente portare (art. XXX) e l'orario della giornata, che

ricalcava quello stabilito dal Vescovo Gritti nelle Regole del 1727 (art. XXXI) (27).

L'educazione, cui era sottoposto un seminarista, era completa e organica, doveva plasmare un uomo

nuovo, che sarebbe stato attento ad ogni suo gesto e ad ogni sua parola: egli doveva essere modesto nel

comportamento, sobrio nella conversazione, solerte nell'adempimento dei suoi doveri (art. XXXII).

Il gioco non era bandito dall'educazione del seminarista, anzi onesti e leciti svaghi servivano per rilassare

l'animo; unici divertimenti esclusi erano il gioco delle carte e dei dadi, cioè i giochi d'azzardo (art. XXXIII).

Per gli studenti discoli era prevista l'espulsione dall'istituto, dopo tre ammonizioni successive (art. XXXIV).

Tutte le trentacinque norme erano finalizzate all'arricchimento spirituale e al progresso del seminario

vescovile (art. XXXV), i cui primi responsabili erano il Vescovo e la deputazione tridentina. Sembrava che

l'ordinamento del seminario fosse ormai stabilito e che ai seminaristi non restasse altro che giovarsi

dell'istituto messo a loro disposizione; invece furono proprio gli alunni a lamentarsi con una lettera, a dir

poco, «incendiaria», spedita alla Congregazione del Concilio il 16 dicembre 1769 (28).

Gli alunni di Ferentino raccontavano la loro situazione e reclamavano giustizia. Essi si appellavano ad un

antico privilegio secondo il quale avrebbero dovuto pagare una retta annuale di 15 scudi, somma molto

minore a quella versata dai forestieri. Invece una decisione del Vescovo aveva annullato tale distinzione,

ordinando il pagamento di una medesima retta di 30 scudi tanto per i seminaristi cittadini quanto per i

diocesani. L'aumento della retta si era verificato, perché nel 1750 era stato chiuso il seminario per lavori

di ampliamento e con le rendite dell'istituto si sarebbero pagate le spese della fabbrica. Terminati i lavori

e riaperto il seminario, gli alunni ebbero la sgradevole sorpresa di vedere aumentata la retta annuale a

trenta scudi «col pretesto di doversi estinguere li debiti per detta fabbrica».

I seminaristi ferentinati allora ricorsero alla Congregazione per ottenere il ripristino dei 15 scudi solo per i

cittadini. Essi adducevano vari argomenti. alla loro perorazione: era ingiusto gravare con rette esose gli

studenti, quando il seminario possedeva pingui rendite e quando anche la mensa vescovile contribuiva con

una tassa speciale alle risorse dell'istituto. I seminaristi si spingevano oltre nel loro reclamo, cercando di

trovare una giustificazione all'aumento della retta nella scusante che al seminario servivano altri maestri e

di conseguenza doveva essere corrisposto loro un congruo salario. Anche questa probabile scusa era

scartata perché, quando la retta era di 15 scudi, il seminario disponeva di maestri di grammatica, retorica,

umanità e filosofia morale. In passatoi erano anche più alunni, che davano lustro all'istituzione con il loro

profitto lodevole. Nel 1769 invece non si poteva dire altrettanto; le risorse erano poche, perché la cattiva

amministrazione dilapidava le rendite.

Oltre ad accusare l'impreparazione del personale docente, che non attirava altri allievi, e la poca

onorevole gestione amministrativa, i giovani seminaristi non trascuravano di lamentarsi per lo scarso

vitto, mentre in città vi era abbondanza di generi alimentari di prima qualità ed anche a basso prezzo.

Nella lettera reclamo i seminaristi inclusero anche la tabella dei prezzi di vendita dei generi di prima

necessità, facilmente acquistabili in Ferentino. La carne di «vaccina» costava due baiocchi la libbra, quella

di vitella e castrato dodici quattrini, quella di capra e altri carni «basse», cioè di scarso valore

commerciale, sette quattrini la libbra, il grano non superava il valore di quattro scudi il rubbio; il vino, il

cui raccolto era stato abbondante, era pagato in ragione di quaranta baiocchi ogni barile ed in città vi era

grandissima abbondanza di legumi ed altre «vettovaglie». Gli studenti si lamentavano perché ritenevano,

che nella richiesta di aumentare la retta a trenta scudi, si celasse un interesse, non molto lodevole, di

carpire e gabellare la buona fede dei seminaristi ferentinati.

La risposta vescovile si ebbe solo un mese dopo, il 10 gennaio 1770 (29). Il Vescovo dichiarò false e

tendenziose le accuse dei giovani e le smascherò una ad una. La retta annua, che i seminaristi versavano,

era di 25 scudi, utilizzata solo per pagare il vitto. Il reddito del seminario non era florido, a stento

raggiungeva i 400 scudi, dai quali si traeva lo stipendio per pagare i cinque maestri, che prestavano la

loro opera nella scuola (30), lo stipendio per il rettore e gli inservienti, il sostentamento di due alunni, che

gratuitamente per legato pio erano ammessi a frequentare il seminario, e le spese di manutenzione con

gli oneri di messa dei due conventi extramuranei, annessi all'istituto nel 1653. Quanto alla nuova fabbrica

del seminario, erano stati spesi circa 800 scudi, pagati grazie ad un mutuo che il pio istituto aveva

ottenuto durante l'episcopato di mons. Borgia (la I rata) e di mons. Tosi (la II più consistente rata). Il

reclamo dei giovani era destinato a rimanere solo una vivace parentesi goliardica, smentita dalla realtà dei

fatti che le relazioni episcopali testimoniavano con evidenza lampante.

§ 2. Le vicende edilizie del seminario e la situazione economica nel XVIII secolo

Anche nel XVIII secolo l'edificio del seminario conobbe restauri ed ammodernamenti, perché aveva

bisogno di spazio maggiore per ospitare i giovani seminaristi, che accorrevano numerosi ad iscriversi. Nel

giro di pochi anni, dal 1730 al 1735, il numero dei seminaristi salì da otto a venti (31) e dopo il 1790

raggiunse i trenta iscritti (32). Quindi era urgente un ampliamento dell'istituto, ma per fare ciò era

necessario reperire altri fondi economici.

Il seminario di Ferentino era stato eretto per educare santamente i giovani; ma per raggiungere tale

obiettivo, doveva fidare sull'aiuto di valenti maestri, ai quali sarebbe stato opportuno corrispondere un

congruo salario per l'opera prestata. Oltre a queste spese l'istituto doveva provvedere alla manutenzione

dell'edificio e di altri conventi ad esso annessi come benefici. Allora il Gritti pensò di introdurre, il 26

settembre 1725, una tassa, il cui valore oscillava tra il cinque e il tre per cento su ogni rendita annuale di

chiese, cappellanie, benefici e confraternite della città e diocesi (33).

Tale tassa, però, non sembra essere stata applicata con regolarità, se il Vescovo Borgia nel 1732

dichiarava che mai era stata imposta una regolare tassazione a favore del seminario. L'istituto si

sosteneva con i 110 scudi annui derivanti dai redditi dei due conventi extramuranei di S. Domenico e di S.

Maria degli Angeli, dai 40 scudi annui della cappellania di S. Pietro in Vincoli e da vari redditi, provenienti

dai ventidue benefici annessi dall'Antonelli al seminario (34). Tuttavia il numero crescente degli alunni ed

il perfezionarsi delle strutture scolastiche esigevano un ampliamento dell'edificio, per il quale era urgente

esigere il rispetto dell'editto di Mons. Gritti, mai applicato (35).

Il Borgia, constatando che anno per anno la situazione diveniva sempre più precaria e cresceva l'esigenza

di maggiore spazio per i 25 seminaristi frequentanti, riuscì ad ottenere l'ordine di ampliare il seminario

con una spesa complessiva di 154 scudi «in parandis coementis». Il Vescovo contava di non contrarre

debiti per il suo impegno edilizio, anche perché con le multe, da lui comminate, era riuscito a racimolare

ben 100 scudi (36).

Nel 1754 mons. Borgia dichiarò alla Congregazione del Concilio che la fabbrica del seminario era stata

completata, e, a ricordo di tale opera, nella facciata aveva fatto murare un'epigrafe, che ricordava non

solo i suoi predecessori Antonelli e Chierichelli, fondatore il primo ed organizzatore del seminario il

secondo, ma anche il felice coronamento della sua opera edilizia (37). Anche i redditi dell'istituto erano

fiorenti se potevano permettere il sostentamento di dodici alunni e di altrettanti convittori e di

corrispondere salari congrui agli ufficiali dell'istituto (rettore ed economo) e ai maestri di lettere, di Sacra

Scrittura e al «moderator cantus» (38).

Il successore mons. Tosi, nel prendere possesso della diocesi ferentinate, ereditò anche i difficili problemi

economici del seminario. I ventitré seminaristi, che nel 1756 lo frequentavano, pagavano rette di diversa

consistenza; due alunni erano alloggiati gratis, essendo uno accettato su presentazione della Comunità ed

uno degli eredi Cascese. Gli altri avrebbero dovuto pagare una retta di 25 scudi solo per il vitto, ma alcuni

versavano 20 scudi, altri 15 scudi ed uno 12 scudi e 5 baiocchi.

Il seminario era composto da un deambulatorio, un dormitorio e diverse stanze, aveva anche il pozzo; ma

necessitava di un ulteriore ampliamento, per cui era stata preventivata una spesa di almeno 600 scudi,

somma che l'istituto non possedeva a causa delle sue scarse entrate (39). Bisognava chiedere un mutuo

con l'interesse del 26%: tale sacrificio era imposto dalla constatazione che l'edificio era ancora per la

maggior parte inabitabile e il reddito annuo non consentiva di detrarre una tale somma per affrontare e

sostenere le spese di ristrutturazione. Anche le rette, che pagavano i seminaristi, a mala pena coprivano

le spese per il vitto; infatti solo pochi giovani pagavano la retta completa, gli altri per le condizioni

economiche della loro famiglia erano esonerati dal pagamento dell'intera somma, versandone solo una

parte più o meno consistente. Il seminario doveva, poi, mantenere a sue spese due giovani di Ferentino

mentre un alunno di Prossedi era mantenuto dalla sua comunità di provenienza.

Al Vescovo servivano denari per poter restaurare il seminario e per potervi ospitare un numero sempre

maggiore di alunni; perciò chiese il beneplacito apostolico di applicare il 3% di tassa sui benefici

ecclesiastici (40). La Congregazione non accettò la richiesta di aumentare la tassazione, ma consigliò di

accrescere le rendite del Seminario sopprimendo confraternite, benefici, cappellanie (41).

La situazione dei benefici ecclesiastici di Ferentino non era semplice da risolvere e specialmente quella dei

benefici uniti al seminario vescovile. Il pio istituto poteva contare solo sul pieno ed indiscusso possesso

della cappellania di S. Pietro in Vincoli, come anche riconosceva la bolla papale di Benedetto X del 12

dicembre 1727 (42). Eppure alcuni cittadini intrapresero azioni legali non solo per togliere al seminario

ferentinate tale beneficio, ma anche gli altri (43). Già dal 1732 il vescovo Borgia lamentava che molti

cittadini avessero sollevato questione di invalidità riguardo alle annessioni fatte da Antonelli al seminario

(44); ma durante l'episcopato del Tosi si giunse ad adire le vie legali.

Nel 1761 il chierico Pietro Nolli fu persuaso ad intentare causa al seminario per riprendergli il possesso

della cappellania di S. Pietro in Vincoli (45). Dal 1700 Giovanni Battista Ferri aveva sollevato l'illegittimità

dell'unione della cappellania di S. Pietro in Vincoli al seminario; ma Benedetto X aveva risolto la questione

il 12 dicembre 1727, sentenziando che la cappellania contesa alla morte del Ferri sarebbe passata in pieno

e totale possesso del seminario. Alla sua morte, avvenuta nel 1736, il Nolli rivendicò a se stesso il diritto

della cappellania. Anche questa volta, però, grazie all'intervento di Clemente X, il seminario poté godere

della titolarità del beneficio, indebitamente conteso dal Nolli (46).

Quella di Pietro Nolli non fu l'unica rivendicazione: precedentemente anche don Fabio Pace aveva

intentato causa al seminario per far dichiarare nulla l'annessione dei benefici Rosini al pio istituto; anche

questa volta la pretesa fu dichiarata insussistente (47).

Queste controversie legali imposero al seminario vescovile di Ferentino molte spese e assottigliarono le

sue magre rendite, tanto che si impedì l'ingresso a molti giovani aspiranti al sacerdozio, non si poté

pagare lo stipendio al prefetto, che era scelto tra i seminaristi, non si poterono stipendiare altri inservienti

oltre il cuoco, cui all'occorrenza si richiedevano le funzioni di portinaio e di cameriere (48).

Nonostante le controversie giuridiche e le difficoltà economiche, il profitto dei seminaristi era lodevole; ma

al vescovo Tosi premeva la salute dei suoi giovani, che non potevano usufruire di vacanze autunnali,

perché il seminario non possedeva una casa di campagna. Il Vescovo, per non pregiudicare la salute dei

seminaristi, era costretto a dimetterli per il periodo delle vacanze autunnali (mesi di settembre e ottobre),

con grande preoccupazione. Pensò, dunque, di ovviare a tale situazione reintegrando la tassa per il

seminario; la sua decisione poteva suscitare discordie e querele, ma gli avrebbe permesso un maggiore

introito di denari, tale da permettergli di affittare una casa di campagna. Inoltre avrebbe aumentato la

retta per gli studenti extradiocesani a 30 scudi l'anno (49). La Congregazione mitigò la decisione del

Vescovo, consigliandogli di abolire le vacanze autunnali e di imporre una tassa assai moderata.

Mons. Tosi aveva richiesto espressamente che l'economo del seminario possedesse un registro, in cui

segnare i beni dell'istituto, i suoi redditi e le sue spese (50). Tale registro doveva essere annualmente

mostrato all'Ordinario perché egli potesse controllare l'amministrazione del luogo pio. La prescrizione era

stata dettata, perché con la costituzione del seminario si era andata sempre più ampliando la consistenza

dei suoi redditi.

Nel 1755 dal sig. Filippo Vergè Fini, pubblico agrimensore di Ferentino, era stato stilato un «libro

dell'inventario legale di tutti i beni urbani e rustici del venerabile seminario» di Ferentino (51); purtroppo

l'archivio del seminario non conserva più tale importante documento e solo da pochi documenti superstiti,

conservati nell'Archivio Vescovile di Ferentino, sì può ricostruire, almeno a grandi linee, la situazione

patrimoniale del luogo pio nel XVIII secolo.

Il seminario possedeva numerosi beni, per la cui conduzione ricorreva alla prassi del contratto enfiteutico.

La prima richiesta di enfiteusi nel XVIII secolo risale al 14 settembre 1729, quando Francesco Trenta

richiese in affitto un cortile posto dietro la stalla di Sante Rossi, per costruirvi una stalletta per i maiali;

egli avrebbe pagato un canone di 15 baiocchi l'anno (52).

Successivamente, il 10 gennaio 1755, per un canone annuo di trenta giuli si concesse in enfiteusi a favore

del sig. Viola una possessione del seminario (53). A Dionigi e Michelangelo Vinci venne concesso il 22

settembre 1758 in enfiteusi un terreno in contrada Valle Marsecana, ossia Cancello, con l'onere di ridurre

metà del fondo a seminativo e l'altra metà a selva; i Vinci si impegnavano a pagare un canone di 15 giuli

(54).

L'enfiteusi veniva spesso concessa con l'obbligo della miglioria, ossia di apportare miglioramenti al bene

dato in affitto ad tertium genus. Questo fu il caso di un predio, sito in contrada Madonna degli Angeli e

confinante con il pozzo Calcara e l'orticino della chiesa. Dal fondo, la cui estensione si aggirava oltre il

rubbio, si ricavava un affitto consistente in 6 quarte di grano. Poiché tale predio aveva bisogno di

miglioramenti, il seminario bandi l'affitto; rispose Agostino Picchi di Ferentino, che si impegnò a piantare

nella zona collinare del fondo ulivi e nella parte pianeggiante viti. Oltre al solito affitto di 6 quarte di grano

il Picchi si impegnò a dividere a metà il raccolto di olive e per un terzo quello del mosto (55). Il vescovo

Tosi accettò la richiesta del Picchi il giorno 8 settembre 1764, includendo tra le clausole del contratto

anche quella di inserire nella miglioria una piantagione di gelso, la costruzione di una casetta ed il

riconoscimento che il prezzo del grano oscillava tra i 5 e i 7 scudi e mezzo il rubbio, a seconda della

qualità e della quantità del raccolto (56).

Talvolta il terreno affittato in enfiteuti non rendeva più e allora gli enfiteuti ne chiedevano la permuta. Il

31 dicembre 1767 Filippo Stampa, enfiteuta del seminario per una possessione, sita in contrada Fresine,

del valore di 29 scudi e 4 baiocchi, presentò richiesta di permutarla con un'altra in contrada Carditola,

ossia Viano, valutata 37 scudi e baiocchi 35. Dalla perizia, redatta da Filippo Vergè Fini il 24 dicembre del

medesimo anno, risultava che il terreno di Fresine, confinante con i beni dei signori Ugolini, era sassoso,

non adatto ad essere coltivato e senza alberi; invece la possessione di Carditola era di buona qualità, era

terreno lavorativo, con alberi vitati (cioè vigneto che si appoggiava su alberi da frutta), e con quindici

alberi di olivo. Lo Stampa chiedeva all'economo del seminario, Antonio Ricci, di stipulare il contratto, atto

che prontamente fu scritto ed approvato (57).

L'anno successivo, 1768, Antonio Ricci, nominato rettore del seminario, prese informazioni sulla richiesta

di permuta presentata da Giovanni Pietro Ghetti. Il Ghetti possedeva in enfiteusi un orto, stimato 128

scudi; egli lo volle cambiare con un fondo posto in contrada Collichio di valore 80 scudi. Naturalmente il

cambio era vantaggioso per il seminario; pertanto il rettore ed anche la Congregazione dei Cardinali

approvarono tale permuta il 2 dicembre 1768 (58).

Una volta fu lo stesso seminario di Ferentino a richiedere alla Congregazione dei Cardinali di approvare

una permuta; l'accordo era già intercorso tra le parti. Il seminario possedeva un predio indiviso con il

signor Paolo Borgetti in contrada La Matrice; poiché il seminario voleva la proprietà intera del fondo,

aveva convenuto con il Borgetti di prendere tutto l'appezzamento con l'aggiunta di un arboreto in

contrada Valle. L'11 settembre 1777 la Congregazione dei Cardinali approvò il cambio ed il 1° ottobre del

medesimo anno anche il vescovo di Ferentino (59).

Quando si doveva concedere una permuta, era necessario non solo raccogliere informazioni sul valore dei

beni in questione, ma anche perizie tecniche redatte da «pubblici agrimensori», cioè da tecnici stipendiati

per valutare e stimare con precisione la realtà del patrimonio dato o richiesto in enfiteusi; spesso si

richiedeva una dichiarazione rilasciata dai confinanti, per avere una più chiara conoscenza della realtà dei

fatti.

Il 29 gennaio 1786 Pietro Antonio Bifari, di 70 anni, dichiarò che il suo confinante Francesco Ferri

conduceva da quarant'anni una vigna, dì proprietà del seminario, posta in contrada Sommo. Poiché questo

vigneto non rendeva, lo aveva ridotto ad albereto (frutteto) e oliveto; infatti il terreno, di cattiva qualità,

essendo sassoso era poco fertile e se vi si coltivava una quarta di grano, appena si raccoglieva il

corrispondente di quanto era stato seminato. Anche gli ulivi e le viti davano poco frutto (60).

Tale dichiarazione del Bifari era stata richiesta dallo stesso Ferri, per accluderla alla supplica, che rivolse a

mons. Tosi per giustificare non solo le migliorie, ma anche per ottenere la riduzione degli arretrati del

canone ed il passaggio del fondo in enfiteusi al nipote Giuseppe Cuppini.

Francesco Ferri, ormai avanti negli anni e senza prole, aveva condotto il citato predio per quarantasei

anni, pagando sempre un canone annuo di 1 scudo. Il ministro o economo del seminario, invece, avendo

aggiornato i canoni alla stima corrente dei contratti di enfiteusi e del valore reale del fondo, richiedeva un

canone di 20 scudi. Il Ferri, pur avendo apportato delle migliorie al predio di Sommo, non aveva una

somma tale da poter tranquillamente saldare il disavanzo degli arretrati; inoltre, essendo vecchio, non

avrebbe avuto il tempo materiale per pagare gli 874 scudi di disavanzo.

Perciò chiedeva due possibilità: o essere condonato dal pagare gli arretrati, data la tarda età sua e della

moglie; o trasferire l'enfiteusi con il debito a suo nipote Giuseppe Cuppini. A scusante dell'irrisorio canone

di 1 scudo, da lui pagato per oltre quarant'anni, c'era la testimonianza dell'inventario dei beni del luogo

pio nel quale per il predio di Sommo era fissato il canone di 1,50 scudi. Quando si concesse il fondo al

Ferri, non era usato il sistema del contratto, al più si provvedeva con il semplice memoriale: per questo

era ingiusto applicare, a chi non aveva contemplato nemmeno la possibilità di un aggiornamento dei

prezzi o di ulteriori clausole, una multa con valore retroattivo (61).

Al seminario di Ferentino non ricorrevano solo per ricevere una sana istruzione o la convenienza di poter

sfruttare e migliorare i suoi terreni; ma anche per ottenere denaro in prestito, ciò che un tempo si definiva

«censo». Naturalmente il denaro prestato sarebbe stato restituito versando una modesta percentuale di

interessi; la Chiesa doveva soccorrere i bisognosi senza, però, praticare il sistema degli usurai.

Il 12 maggio 1759 i due coniugi Domenico e Antonina di Giulio chiesero al seminario vescovile un prestito

di 12 scudi, impegnando la loro casa di tre stanze e orto, posta nel territorio della parrocchia di S. Pietro,

presso i beni dei signori Ambrogio Pasqualetti e Nicola Bianchi. Come sicurtà presentavano il canonico

Benedetto Caperna (62).

Una notizia curiosa si ricava spulciando i documenti di archivio: il seminario vescovile di Ferentino

possedeva un locale, adibito ad osteria, e sito «in regione nuncupata Porta del Borgo», vicino la chiesa di

S. Agata (63). Nel 1773, essendo prossima la proclamazione dell'Anno Santo, i deputati del seminario

chiesero la possibilità di creare un mutuo di 1.000 scudi per ristrutturare l'osteria, affinché potesse

accogliere degnamente i pellegrini. Se il mutuo veniva concesso, a partire dal 1777, quattro anni dopo

l'erogazione del prestito, il seminario avrebbe restituito la somma con il versamento di 50 scudi annui fino

all'estinzione totale del debito. La richiesta venne approvata dalla Congregazione dei Cardinali il 15 luglio

1773 (64).

I lavori vennero eseguiti prontamente, ma trent'anni dopo l'osteria aveva nuovamente bisogno di

riparazioni; infatti le intemperie e l'incuria l'avevano assai danneggiata. L'architetto camerale Bracci,

passando in Ferentino nel 1803, aveva visitato il locale e redatto una perizia per approntare lavori di

restauro e riattazione: in tutto ci sarebbero voluti 400 scudi. Restaurare il locale significava aumentare

l'affitto dei pigionanti che invece di pagare 75 scudi, avrebbero dato un affitto di 110 scudi. Questo

andava in grande vantaggio al seminario, che poteva liberarsi subito del debito ed incrementare le sue

magre rendite (65). Il seminario allora decise di notificare l'avviso di concessione in enfiteusi dell'osteria,

che era una casa composta di tre vani, coperti a tetto e confinante con la strada maestra (66).

Si è conservato un modello dell'avviso, con cui il seminario di Ferentino notificava il bando per l'affitto

dell'osteria. Da tale avviso si ricavano altri dati relativi al locale: esso era ad uso di trattoria e locanda, gli

era annesso un orticino ed un pozzo, era edificato «sulla linea della strada Casilina, che da Roma conduce

a Napoli». Gli aspiranti a partecipare alla gara d'affitto avrebbero presentato le loro offerte, chiuse e

sigillate, in Cancelleria Vescovile entro dieci giorni dall'affissione dell'avviso. Si presentarono solo tre

persone: Ambrogio Catracchia con l'offerta di 9 scudi annui di canone (67); Silvestro di Tomassi con la

medesima offerta e Giacinto Ferraguti con l'offerta di 10 scudi annui. Naturalmente fu accettata la

proposta del Ferraguti anche perché l'offerente si era impegnato a restaurare e migliorare, entro tre anni,

la casa, che era stata stimata 275 scudi (68).

Si assiste dunque nel XVIII secolo al consolidarsi della proprietà del seminario ed alla tendenza a

migliorare il suo rendimento (69). La politica economica dell'istituto consisteva nello sfruttare meglio i

beni già in suo possesso piuttosto che ottenere nuove annessioni di Cappellanie, che l'esperienza aveva

dimostrato poco proficue, date le controversie legali sorte con i titolari. Insieme a questa politica di

investimenti di fondi, i vescovi imposero la necessità di costituire un inventario, che almeno descrivesse la

consistenza dei fondi, valutasse il loro valore reale ed indicasse i più utili sistemi di sfruttamento. Questa

lungimiranza economica creò le basi per lo sviluppo rigoglioso, che il seminario vescovile di Ferentino ebbe

nel XIX secolo.

Note

1) Fabrizio Borgia nacque a Velletri il 16 ottobre 1689 e si laureò in utroque iure nell'università di Macerata il 28 maggio 1721. Divenuto

vescovo di Ferentino nel 1729 a quarant'anni, si prodigò in molte opere. Nel 1747 rinnovò la cappella, dedicata a S. Ambrogio ed eretta in

Cattedrale. Durante i lavori di ripristino ritrovò il corpo del Santo centurione (Arch. Cap., Instrumenti, lett. C, f. 69). Dopo tale inventio

riordinò l'ufficio del santo e lo fece ristampare. Rimodernò il palazzo episcopale e terminò un appartamento, i cui lavori erano stati iniziati dal

suo predecessore. Alla sua morte lasciò ai poveri della città di Ferentino tutto il grano, che si conservava nel monte frumentario, da lui

costituito. Il suo corpo fu seppellito nella Basilica cattedrale, in un artistico sepolcro opera dello scultore genovese Queirolo. (AVF, Vescovi, f.

101r).

2) Pietro Paolo Tosi, nato nel 1714 fu creato vescovo di Ferentino da Benedetto XIV nel settembre 1754; morì il 31 marzo 1798 a 84 anni e il

suo corpo fu sepolto nella cattedrale ferentinate, il due aprile del medesimo anno, vicino all'altare maggiore. Nel 1767 convocò un sinodo

diocesano, i cui atti furono stampati l'anno successivo dalla Tipografia Salomoni di Roma. La sua attività è documentata dai numerosi atti

conservati nell'Archivio Vescovile di Ferentino, tra i quali si ricordano le minute di diverse relazioni ad limina ed il testo di una lettera

pastorale(2 febbraio 1755), scritta per spiegare l'importanza e l'utilità dell'insegnamento della dottrina cristiana ai fanciulli e agli adulti (AVF,

Vescovi, f. 101v).

3) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 5 dicembre 1732. Il Borgia allude alle regole da lui stilate negli Avertimenti per il

buon regolamento delli seminaristi che vennero approvati il 29 gennaio 1753. L'originale degli Avertimenti è conservato nell'Archivio Vescovile

di Ferentino.

4) Ibidem, Relazioni di F. Borgia del 1° dicembre 1735 e del 5 novembre 1738.

5) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 1° dicembre 1735.

6) Ibidem.

7) Non necessariamente la distinzione delle materie nei collegi gesuitici veniva stabilita in base alla scansione tipica della scuola

contemporanea. Più che di classi, per la pedagogia gesuitica, si deve parlare di corsi, in quanto gli argomenti di studio venivano articolati

secondo programmi, la cui trattazione poteva durare anche tre anni. Per esempio il corso di retorica durava due anni, quello di filosofia tre.

8) Cfr. supra nota 22 del capitolo II.

9) Per ulteriori approfondimenti sulla pedagogia gesuitica, utile è il saggio di G. Giampiero - F. Trossarelli, La pedagogia nella tradizione

culturale dei gesuiti, in Nuove Questioni di Storia della Pedagogia, La Scuola Brescia, 1977, vol. I pp. 737ss.

10) ASV, Relationes, ad limina, A, Relazione di F. Borgia dell dicembre 1735.

11) Cfr. supra nota 61 del capitolo II.

12) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 4 settembre 1741.

13) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 22 ottobre 1751.

14) cfr. supra nota 12.

15) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 22 ottobre 1751.

16) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 5 febbraio 1754.

17) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 15 novembre 1756.

18) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1758. Di questa relazione si conserva la minuta in AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, ff.

273 - 285.

19) Ibidem.

20) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1759.

21) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 10 dicembre 1771. Ditale relazione si conserva la minuta in AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, ff. 279 -

302.

22) AVF, Sinodo, pp. 165 - 170.

23) Ibidem, p. XIX.

24) Cfr. supra nota 34 del capitolo II.

25) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di P.P Tosi del 1° dicembre 1758.

26) I documenti, che testimoniano l'attività didattica del seminario, descrivono una diversa ripartizione del corpo docente: il rettore insegnava

grammatica e retorica, un altro docente filosofia e teologia (ibidem) e un altro canto fermo (ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di P.P.

Tosi del 1° dicembre 1759). Per avere il maestro di giurisprudenza bisognerà aspettare il XIX secolo, quando i gesuiti, che surrogarono i

Conventuali nella conduzione della scuola cittadina, aprirono pubblici corsi di diritto (ASFr, Seminario, 1820). Con ogni probabilità il docente

di filosofia insegnava anche teologia dommatica (o scolastica); l'insegnamento della storia ecclesiastica competeva al Rettore, perché, come

avevano già stabilito le Regole del Gritti, insegnava grammatica e retorica insieme con le norme del Concilio di Trento e del Catechismo

Romano. La contrazione del personale docente era determinata dalle povere rendite del Seminario.

27) Cfr. supra nn. 55-56 del cap. II.

28) AVF, Informazioni, vol. D/I, ff. 290ss.

29) Ibidem, f. 291r.

30) Un maestro insegnava filosofia e teologia dommatica (o scolastica), uno morale, uno grammatica, uno retorica, uno canto fermo.

31) ASV, Relationes ad limina, (A), relazione di F. Borgia del 1° dicembre 1735.

32) Ibidem, relazione di P.P. Tosi del 10 gennaio 1790.

33) AVF, Editti, f. 15r.

34) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 5 dicembre 1732.

35) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 4 settembre 1741.

36) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 22 ottobre 1751.

37) Ora questa lapide si trova murata nel corridoio d'ingresso all'attuale seminario.

38) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 5 febbraio 1754.

39) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 15 novembre 1756.

40) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1758.

41) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1759.

42) AVF, Collazioni, vol. C/I, f. 383v. Copia ditale bolla si conserva anche in ASFr, Seminario, b. 514, fascicolo 1064.

43) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1762.

44) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 5 dicembre 1732.

45) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1762. La causa durò un anno e si risolse a favore del seminario il 16 gennaio 1762.

46) Ibidem, B, Relazione di P.P. Tosi del 14 dicembre 1777.

47) Ibidem.

48) Ibidem.

49) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 10 gennaio 1790.

50) AVF, Sinodo, parte III, cap. V. art. XXVII, p. 169.

51) AVF, Collazioni, vol. C/III, f. 317v.

52) Ibidem, vol. C/IV, ff. 198 - 200.

53) Ibidem, vol. C/III, ff. 490 - 495.

54) Ibidem, ff. 317v - 318.

55) AVF, Informazioni, vol. D/III, ff. 133ss, memoriale del 7 agostol764.

56) Ibidem, f. 134v.

57) AVF, Collazioni, vol. C/III, ff. 556 - 558.

58) AVF, Informazioni, voi. D/III, ff. 227ss, memoriale del 16 settembre 1768.

59) Ibidem, ff. 421 - 422.

60) AVF, Collazioni, voi. C/VI, ff. 563ss.

61) Ibidem, f. 564.

62) Ibidem, vol. C/III, ff. 347 - 348.

63) Ibidem, ff. 488 - 489.

64) Ibidem.

65) Ibidem, vol. D/V, ff. 384 - 385.

66) Ibidem, ff. 793 - 794. Con la medesima notificazione il seminario concedeva in enfiteusi, in linea maschile, oltre all'osteria altri due fondi:

I) un terreno «nudo» con casetta fatiscente di capacità coppe 5 circa in contrada La Stufa, confinante per tre lati con la strada; 2) un terreno

arativo «nudo» in contrada via di Campola, ossia Fontana Olenti, di capacità quarte 3, confinante con la via maestra e i beni dei signori Bossi.

Quest'ultimo fondo fu concesso a Raimondo Bernola, possidente, con il pagamento di un canone annuo di 3 quarte di grano. Il Bernola fu

l'unico offerente ed a lui l'economo del seminario, canonico Acquavita, lo concesse il 17 agosto 1807 (ibidem, f. 811). Il terreno in contrada

S. Spirito, invece, fu concesso in enfiteusi ai fratelli Giampietro, Saverio e Francesco Datti, con l'onere di un canone annuo di 1 rubbio e

mezza quarta di grano, di riparare la casetta in esso costruita e di mantenere indivisa la proprietà (ibidem, f. 810).

67) Ibidem, f. 809.

68) Ibidem, f. 810v.

69) Un esempio ditale nuova prospettiva economica, perseguita dal seminario, fu la richiesta di miglioria a favore di Biagio Salvatori. La

famiglia Marinelli godeva l'utile dominio di un terreno in contrada La Vallicella: non avendo più bisogno di conservare tale diritto, i Marinelli lo

offrirono in favore di Biagio Salvatori, con l'annuo affitto di un rubbio di grano. Il terreno valeva 90 scudi, ma se si apportavano miglioramenti

era rivalutato a scudi 891. Il seminario, quindi, accettò l'offerta (ibidem) vol. D/VII, ff. 201 - 204, 18 settembre 1808). Nel 1811 il seminario

concesse in enfiteusi ad Onofrio Datti un pezzo di terreno «nudo», cioè non coltivato, in contrada La Lenza, con un canone di una quarta di

grano pronto per essere portato in granaio. L'enfiteuta inoltre si impegnava a migliorare il fondo «vestendolo», ossia piantandovi alberi da

frutta (ibidem, vol. C/III, ff. 708 - 709).

CAPITOLO IV

LE VICENDE DEL SEMINARIO NEL XX SECOLO

Nel XIX secolo il seminario vescovile di Ferentino conobbe un periodo di vero splendore, grazie

all'infaticabile attività di vescovi come Giuseppe Maria Lais (1), Vincenzo Macioti (2), Bernardo Maria

Tirabassi (3), Gesualdo Vitali (4) e Pietro Facciotti (5). Sotto l'azione di questi illuminati pastori il pio

istituto venne rinnovato in tutte le sue strutture, da quelle edilizie a quelle spirituali, culturali e burocratico

- amministrative.

Agli inizi del secolo l'edificio del seminario, dopo un intervento di restauro al soffitto del dormitorio (6), era

solido e ampio, tanto da ospitare sessanta alunni circa. Se ne possiede una minuziosa descrizione, stilata

nel maggio 1836 dal rettore can. Magni (7) su richiesta del vescovo Macioti, promotore di un'importante

visita pastorale (8).

L'edificio del seminario era a due piani. Al pianoterra, subito a sinistra dell'ingresso, era una camera

coperta a volta, dentro la quale era una cisterna per l'acqua. La camera riceveva luce da una finestra alta

nove palmi e protetta da un'inferriata. A destra dell'ingresso si accedeva in un corridoio piccolo, dove si

trovava una seconda cisterna d'acqua. Esso era illuminato da una finestra e dava adito ad una carbonaia e

alla cantina.

La cantina, composta da tre vani, poteva contenere circa 25 botti; due dei suoi vani avevano una finestra,

che dava nel cortile interno, l'altra nell'orticino della cucina. La cantina aveva anche un'uscita sulla strada

maestra, «per commodo... nella vendemmia». Infatti l'uva veniva trasportata direttamente in cantina,

senza così sporcare l'ingresso principale dell'edificio.

Nel cortile interno del seminario si entrava attraverso il corridoio principale: in esso si apriva a sinistra il

granaio, che aveva anche la parte esterna sulla via maestra e due finestre con inferriata, la legnaia ed il

pollaio. A destra invece vi era un locale adibito a lavatoio ed un altro dove si «spillava» l'acquavite. Il

cortile era chiuso per quattro lati ed il lato opposto all'ingresso, chiuso da un muro alto circa tredici palmi,

aveva un cancello che dava nell'orto.

Al primo piano dell'edificio si accedeva mediante una scala a due rampe. Al termine della prima rampa,

che iniziava dal corridoio d'ingresso, si apriva una finestra con inferriata, affacciantesi sul cortile interno.

Dal ballatoio si entrava a destra in due stanze: una coperta a volta, che dava sul cortile, l'altra

sovrastante la stanza del pianterreno, che aveva il pozzo. Ambedue le stanze avevano finestre con

inferriate.

La seconda rampa di scale, composta di 18 gradini di travertino, terminava in un ballatoio illuminato «di

prospetto» da una finestra alta sei palmi e munita di vetri. Sulla destra del medesimo ballatoio si entrava

nell'ufficio dell'economo, composto da due stanze, che si affacciavano sulla strada. Uscendo da tale ufficio,

passando per una bussola, si accedeva ad un secondo corridoio, al cui termine era la camera del

ripetitore, coperta a volta e con finestra sulla strada.

Questo secondo corridoio aveva luce da una finestra con vetri, situata in corrispondenza del portone

d'ingresso. Dopo la camera del ripetitore vi era una camera con finestra ovale, che dava accesso al

corridoio d'ingresso alla cucina. Dirimpetto a tale camera, usata dagli inservienti del seminario, vi era una

torretta di legno con orologio a pendolo. Al termine del corridoio, a destra, si apriva la porta di accesso

alla cucina e al refettorio, il cui soffitto era a volta. Il corridoio riceveva luce da due finestre prospicienti il

cortile, mentre il refettorio da un finestrone, che si affacciava sulla strada, e da due finestre che

guardavano l'orticino della cucina. Il refettorio aveva un pulpito di legno «per uso da leggere in tempo di

pranzo e cena». La cucina era illuminata da tre finestre: una a sinistra dell'ingresso, prospiciente il cortile,

una accanto al camino ed un'altra sulla porta «che dà ingresso al piccolo orticino ... ove esiste un luogo

commodo ad uso dei servi».

Ritornando nel corridoio grande, su cui si affacciava la camera del ripetitore, «vi si trova dirimpetto

un'altra bussola; quindi, entrando da essa, a diritta vi è una porta, che dà ingresso ad un mignano con

luoghi commodi per l'uso dei superiori. Detto mignano tutto di legno corrisponde nel cortile interno». Dalla

bussola si passa in un'altra camera grande usata come stanza da studio dai «piccoli» alunni; tale stanza

riceve luce dal cortile interno ed è intercomunicante con una «più grande e a volta, che serve di camerata

dei piccoli, ove sono due fenestre dalla parte di mezzogiorno, con suoi vetri e gelosie. Uscendo da questa,

a mano manca, vi è altra porta che mediante un piccolo corritore dà ingresso al lavamano e luogo comodo

per uso della suddetta camerata. Vi sono due finestre con vetri e quindi si passa da altre due camere ed

un piccolo camerino».

Questi ultimi tre vani, intercomunicanti, ricevevano luce dal cortile interno; precedentemente erano stati

usati come dispensa, ma nel XIX secolo erano utilizzati come infermeria. Dal ballatoio d'ingresso a questi

tre vani, sulla sinistra si accedeva ad altre due stanze, utilizzate come granaio, che si affacciavano

sull'orto. Dal primo piano si saliva al secondo per una scala di ventuno gradini di travertino, che si alzava

in prosecuzione della scala di accesso al primo piano.

Sul ballatoio, illuminato «di prospetto» da una finestra, a destra si apriva una porta, che dava ingresso

alla camerata dei «grandi» con cinque finestre ed un locale con il «lavamano e luoghi comodi per uso degli

alunni con due finestre». Dal ballatoio si accedeva anche «di prospetto» alla «libreria» o biblioteca,

illuminata da tre finestre, due affacciantesi sul cortile, una sull'orto. L'appartamento del rettore

comprendeva un corridoio di disimpegno ed una camera grande con finestra affacciantesi sulla strada.

Dalla camera del rettore, attraverso un locale adibito a «lavamano con luoghi commodi», si passava alla

camerata dei mezzani, illuminata da quattro finestre, due a destra e due a sinistra. Dalla camerata si

passava alla cappella, le cui finestre davano sull'orto. Unita alla cappella era un piccola camera sottotetto

usata come sacrestia. Dalla cappella si accedeva, mediante una porticina, alle soffitte.

L'edificio del Seminario era funzionale ed era dotato di un piccolo archivio, dove l'economo conservava

sedici registri delle amministrazioni annuali dell'istituto. La biblioteca, abbastanza fornita di libri,

possedeva un aggiornato inventario, compilato da don Vincenzo Giannoni. Era permesso il prestito dei

libri, «premessa però la ricevuta».

Gli inservienti del seminario erano quattro: un cuoco col salario di 24 scudi annui (9), uno sguattero col

salario di 10 scudi (10), un cameriere, con il salario di 18 scudi (11), un cuoco «giubilato» (12). Questi

inservienti non costituivano gli unici collaboratori del seminario; essi erano il personale fisso, ma insieme

con loro all'occorrenza prestavano la loro opera il dottore (13), il chirurgo (14), il «computista» (15), ossia

chi faceva i conti, il procuratore (16), il portiere (17) e il barbiere (18).

Nel seminario vescovile di Ferentino, dal 1815 al 1870 circa, non vi erano maestri; i giovani seminaristi

andavano a seguire le lezioni nel collegio Filetico, gestito dai Gesuiti. Tuttavia il seminario stipendiava il

rettore, con il salario di 24 scudi annui (19), l'economo (20), il ripetitore (21), il prefetto (22) e il maestro

di canto (23).

I seminaristi, distinti nelle tre camerate dei «piccoli», «mezzani» e «grandi», a turno servivano la

cattedrale; solo nelle solennità erano obbligati tutti insieme a partecipare alla sacra funzione. Essi erano

obbligati ad indossare la divisa: una sottana di colore violaceo («paonazza») con mostre rosse. D'estate,

quando uscivano, indossavano una soprana del medesimo colore e d'inverno «il ferraiolo di Borgonzone o

panno di colore blu, con maniche» (24).

§ 1. Le cure dei Vescovi

Dall'11 agosto 1800 al 1815 fu vescovo di Ferentino Nicola Buschi. Pur essendo animato da buoni

propositi pastorali, tuttavia non li poté portare a pieno compimento sia perché, durante la sua carica, la

diocesi fu turbata dalle scorrerie dei briganti e delle truppe rivoluzionarie francesi, sia perché sull'esempio

dell'Ordinario anagnino giurò fedeltà al governo francese ed alla costituzione. Alla sua morte fu sepolto

nella Cattedrale di Ferentino, nella cappella di S. Ambrogio (25).

Nonostante le tristi vicende del suo episcopato, egli si prodigò per il seminario vescovile. Il 5 dicembre

1801 ottenne l'autorizzazione ad aggregare al seminario le rendite di alcuni benefici, che già dal 29

maggio del medesimo anno aveva deliberato: un beneficio resosi vacante nella chiesa di S. Pietro a

Supino, la cappellania sub titolo di S. Ambrogio di Selva Molle e il beneficio semplice di S. Maria

dell'Auricola in Amaseno, di cui era titolare il principe Filippo Magno Colonna. I patroni dei due benefici si

riservarono il diritto di nominare sei alunni in seminario, di cui quattro sarebbero stati accettati

gratuitamente, gli altri due avrebbero pagato metà della retta (26).

Il successore di mons. Buschi fu Luca Amici, eletto l'11 marzo 1815. Mons. Amici resse anche la diocesi di

Anagni nel periodo in cui il suo titolare era stato sospeso, in quanto aveva giurato fedeltà a Napoleone.

Egli governò la diocesi ferentinate per soli due anni, infatti mori l'8 febbraio 1818. Durante il suo

episcopato prese la risoluzione di autorizzare i seminaristi a frequentare le lezioni nel collegio Filetico, che

dal 1815 era gestito dalla Compagnia di Gesù. La sua deliberazione era stata causata dall'esiguo reddito

dell'istituto, che non avrebbe permesso di pagare stipendi adeguati ai cinque maestri necessari per

l'istruzione dei chierici. Infatti secondo la costituzione del 1767, dettata dal vescovo Tosi, nel seminario

dovevano svolgere funzione didattica insegnanti di grammatica, di retorica, di filosofia, di teologia e di

canto gregoriano.

I Gesuiti nel loro Collegio ferentinate impartivano tali lezioni e con una modica spesa il Vescovo avrebbe

assicurato ai suoi seminaristi una solida preparazione (27). Inoltre il seminario aveva ottenuto un prestito

di 1000 scudi, utilizzati dal compianto mons. Buschi per ripararlo ed ampliarlo con un nuova «accessione».

In parte il debito era stato saldato, ma ancora le spese da affrontare erano urgenti ed a stento soddisfatte

dal reddito annuo dell'istituto, ammontante a 600 scudi. Da questa somma si dovevano detrarre gli oneri,

tra i quali il salario del rettore, che nel 1822 era il canonico Pietro Paolo Pisani, «uomo di età grave e di

vita morigerata» (28).

Il pio istituto non poteva fare affidamento sulle rette versate dai seminaristi (29), i quali molto spesso

risultavano morosi per le loro povere condizioni economiche (30).

Subito dopo la morte di mons. Amici fu eletto vescovo di Ferentino fra' Gaudenzio Patrignani dei minori

osservanti, che resse la diocesi dal 25 maggio 1818 al 1823, quando gli successe mons. Giuseppe Maria

Lais. Il Lais mantenne la cattedra episcopale di Ferentino per 13 anni, fino alla sua morte avvenuta nel

1836.

Questi divise le sue cure pastorali fra la cattedra ferentinate e quella anagnina, di cui fu amministratore

apostolico fino al 1834. In Ferentino trovò un seminario vescovile ben organizzato e sul suo modello

rinnovò le strutture di quello anagnino (31). Alla morte di mons. Lais fu eletto alla cattedra episcopale

Mons. Vincenzo Macioti (1836 - 1840). Questi, non appena prese possesso della diocesi ferentinate, svolse

una rapida e meticolosa visita pastorale, durante la quale, avendo conosciuto la situazione diocesana,

riuscì a riformare, secondo le esigenze a lui attuali, tutte le istituzioni ecclesiastiche, primo fra tutte il

seminario vescovile (32).

Mons. Macioti, prima di iniziare la S. Visita al seminario di Ferentino, inviò al Rettore un elenco di quindici

quesiti, a cui rispondere nel termine di «giorni 40» dalla data del 10 maggio 1836. Il Vescovo non solo

chiedeva la data precisa dell'erezione dell'istituto, ma anche se «abbia sofferto mai cambiamenti di

locale», il luogo dove era edificato, la minuta descrizione dei suoi ambienti e di tutte le sue strutture

didattiche e disciplinari. La risposta del Rettore non si fece attendere e con chiarezza diede esauriente

chiarificazione ad ogni quesito; tuttavia il Vescovo trovò delle manchevolezze non solo nella gestione

dell'istituto, ma anche nel profitto spirituale degli allievi, perciò pensò di migliorare il regime del

seminario, che ancora era rimasto al regolamento prescritto circa cento anni prima da Benedetto XIII (33)

e settanta anni prima dal vescovo Tosi (34). Il decreto di riforma del seminario vescovile fu pronto nel

breve volgere di giorni, segno dell'impegno pastorale del Macioti, ed il suo testo fu pubblicato il 31 maggio

del medesimo anno 1836, con l'obbligo per il Rettore di leggerlo pubblicamente per una sola volta nel

refettorio e di ripeterne la lettura, una volta al mese, in ciascuna camerata fino alle vacanze autunnali.

Poi, mentre l'originale del decreto sarebbe stato incluso negli atti della Visita, la copia in possesso del

Rettore sarebbe stata conservata nell'archivio del luogo pio.

Il decreto di riforma era scaturito sia dalle risposte del Rettore ai quesiti, sia dalla visita pastorale eseguita

dal Vicario vescovile nei giorni 23 e 24 del mese di maggio. Il Vicario aveva notato diversi abusi, presto

notificati al Vescovo. Le camerate non erano dedicate ad alcun santo protettore, né in esse vi era collocata

immagine sacra. Gli alunni non erano abituati, prima di uscire o dopo il rientro in camerata, a pregare la

Vergine; anzi erano disordinati e chiassosi, mentre camminavano per i corridoi o andavano in cappella o a

passeggio per la città, «senz'ordine, attruppati o divisi in bande senza regola».

Il medesimo disordine si notava nell'ora della levata dal letto: i seminaristi «non tutti sono ugualmente

pronti ad alzarsi, per cui alcuno non trovasi in ordine al suono dello studio, dopo la mezz'ora della levata».

Anche nelle pulizie personali i giovinetti erano poco accurati, come nell'abbigliamento: non tutti usavano

la medesima berretta con fiocco propria della divisa ecclesiastica, ma alcuni preferivano indossare

copricapi simili a quelli usati dai secolari o berretti con fiocchi molto grandi. Spesso i seminaristi calzavano

ciabatte invece di scarpe, erano poco ordinati nel cambiarsi la biancheria e nel rassettare i loro credenzini,

dove «ritengono... oggetti commestibili e grassi... temperini, forbici, danari, orologi ed altri oggetti di

valore o pericolosi». Il loro comportamento era superficiale anche nel coro, perché non possedevano

generalmente l'ufficio della Madonna o altri libri devoti, per cui erano facile preda della distrazione. Nei

rapporti con i colleghi erano poco rispettosi: non si salutavano tra loro incontrandosi, «ordinariamente nel

parlarsi si danno del tu» e non sempre, durante le ore di studio stavano «voltati e fissi nel rispettivo

credenzino». Le prescrizioni episcopali riguardarono, dunque, la disciplina da osservarsi in seminario. Ogni

camerata avrebbe avuto sulla porta d'ingresso un'iscrizione recante il nome del Santo Protettore, al quale

era dedicata: la camerata dei «grandi» a S. Carlo Borromeo, quella dei «mezzani» a S. Filippo Neri, quella

dei «piccoli» a S. Stanislao Kostka. In ognuna sarebbe stato appeso un quadro raffigurante la Vergine ed

il Santo Protettore; dinanzi a tali effigi i giovani la mattina avrebbero recitato tre Ave Maria, dopo il pranzo

e al ritorno dal passeggio della sera l'Angelus Domini o Regina Coeli, a seconda dei tempi liturgici, al

ritorno dalla cena il De profundis. Un'altra preghiera tanto raccomandata dal Vescovo era l'antifona Sub

tuum praesidium.

Il Macioti insistette molto sull'osservanza del silenzio rigoroso sia lungo i corridoi del seminario, sia per le

strade cittadine durante il passeggio. Il comportamento doveva essere austero e dignitoso: i seminaristi,

in fila per due, in silenzio mostrando «gravità d'incesso, raccoglimento negl'occhi e nella persona»

avrebbero camminato «tenendo uniformemente le braccia innanzi al petto». Nella visita al SS.

Sacramento, quotidiano esercizio di pietà, dopo la genuflessione i seminaristi aspettavano il prefetto e,

ripetendo tutti insieme il doveroso inchino, si sarebbero raccolti in preghiera per un quarto d'ora.

Nel corredo dei seminaristi non dovevano mancare oltre all'ufficio libri devoti per la preparazione alla

confessione ed alla comunione.

Entrando in cappella, come anche in refettorio, i giovani chierici avrebbero rispettato sempre il medesimo

ordine: prima la camerata dei «piccoli», poi quella «mezzani» e quindi quella dei «grandi». I giovani

avrebbero dovuto mostrare il loro saluto togliendosi il cappello, che non doveva avere ornamenti, né

fettucce né soggoli. Anche l'abito doveva essere decoroso e conforme alla foggia ecclesiastica: le scarpe

avrebbero avuto fibbie e non lacci, unica eccezione le scarpe accollate da calzare nei giorni di pioggia.

Assolutamente vietati erano i collari con la «spina a giorno, gli scopettoni, le acconciature nei capelli, gli

orologi, che si dovranno depositare in mani del Rettore», insieme con tutti gli altri oggetti di valore,

temperini, rasoi e forbici.

Era interdetto conservare i dolci negli armadi, perché il seminario li serviva a colazione e nei giorni di

festa. L'aspirante al sacerdozio doveva abituarsi alla vita parca e non al lusso. I seminaristi erano obbligati

a curare l'igiene personale, cambiandosi «ogni domenica mattina al più tardi la camicia ed almeno una

volta il mese le lenzuola del letto».

Il Vescovo regolamentò anche l'orario dei servizi e le modalità del loro uso, affinché si evitassero

confusioni e disordine. L'ordine era la prima regola da osservare con precisione in tutte le azioni della

giornata, dal rassettare il proprio letto al sistemare la biancheria sporca, al mettere a posto la propria

sedia dopo lo studio. Non sembra che ai seminaristi fosse consentito l'uso di una scrivania; infatti lo studio

avveniva in camerata, stando seduti in silenzio e voltati verso il proprio armadietto, per non disturbare gli

altri.

Il comportamento reciproco durante i momenti di ricreazione doveva bandire scherzi con le mani o atti

sgarbati; non era consentito gioco di carte né il gioco della «nezzola» né altro gioco che implicasse l'uso

del denaro. In camerata si doveva entrare solo per andare a riposare e a studiare; non era permesso

andarvi in altro orario, se non per qualche giusto motivo e sotto la vigilanza del viceprefetto. Tutte queste

prescrizioni erano dettate perché il giovane seminarista si confermasse nella convinzione che il seminario

non era assimilabile ad alcun collegio. La scuola doveva preparare il seminarista al sacerdozio, che

richiedeva spirito di sacrificio, di abnegazione e decoro nel comportamento. Il carattere si modella

dall'infanzia, quando ancora la «pianticella» è tenera e si adatta di buon grado alla disciplina ed alla

correzione. Fedele a questi principi pedagogici il Macioti stabili la disciplina da osservarsi nel seminario

vescovile di Ferentino: i suoi criteri possono a noi moderni sembrare talvolta troppo rigidi, ma nell'epoca

in cui venivano applicati, erano funzionali al modello di sacerdote che l'episcopato si proponeva di

conseguire (35).

Il Macioti nel 1836 impose anche un'altra norma da osservare: «Poiché una funesta esperienza fa

purtroppo conoscere che gravissimi danni ordinariamente risultano ai giovani, sotto doppio riguardo

morale e scientifico, dal permettere ch'essi tornino alle loro case nelle vacanze autunnali», il Vescovo

ordinò che nemmeno in tale occasione i seminaristi potessero uscire. Naturalmente sarebbe aumentata la

retta mensile: 16 scudi per i diocesani e 20 scudi per gli extradiocesani. Intanto la retta annua sarebbe

aumentata rispettivamente a 48 e 60 scudi.

Oltre a tale versamento i giovani ammessi in seminario avrebbero pagato annualmente uno scudo per gli

utensili, uno scudo d'entrata per il Rettore, 30 baiocchi per i servi, 30 baiocchi per la famiglia del vescovo

«a titolo di regalia». A Natale, come regalo, i seminaristi avrebbero donato tre paoli ai servi del seminario,

due per la famiglia del vescovo e uno per il barbiere.

Per l'ammissione in seminario si richiedeva non solo l'approvazione del vescovo, ma anche le testimoniali

del battesimo e della cresima, di non avere cause pendenti né nel foro civile né in quello ecclesiastico e

l'attestato del parroco sulla buona condotta del giovane e della sua capacità a studiare nelle scuole,

condotte dai Gesuiti.

Gli alunni forestieri avrebbero dovuto eleggersi il domicilio in Ferentino; a tutti indistintamente era fatto

obbligo di provvedersi di «un letto lungo palmi otto e largo palmi sei... due pagliaccetti... una copertina di

lana verde, per coprire il letto, lunga palmi 12 e larga palmi otto... biancheria necessaria cosi per la

persona come per il letto, salviette e posate... un crocifisso da porre a capo del letto, una sedia, un

bicchiere... pettine per la pulizia della testa». L'ingresso in seminario era fissato improrogabilmente il 31

ottobre di ogni anno (36).

Dopo la riforma disciplinare di Mons. Macioti i suoi successori furono più solerti nelle visite al Seminario

Vescovile di Ferentino. Giovanni Giuseppe Canali, vescovo dal 1840 al 1842 (37), il 29 luglio 1841 durante

la sua visita pastorale ispezionò insieme con i canonici convisitatori, De Cesaris e Cocumelli, il seminario.

Dopo aver pregato nella cappella, rivolse un fervoroso discorso agli alunni, invitandoli ad essere

perseveranti nella via da loro intrapresa (38). La medesima sollecitudine di mons. Canali animò Antonio

Benedetto Antonucci (39) suo successore. Questi il 23 novembre 1842 alle ore 16, si recò in seminario,

accompagnato dai deputati canonici Giovanni Pietro Trenta, Giovanni Paolo Bertoni e Domenico Lolli. Lo

accolsero il rettore can. Ambrogio Lucioli e l'economo can. Domenico Necci. Dopo una breve orazione

davanti all'altare della cappella, dedicata a S. Luigi, mons. Antonucci ricevette l'obbedienza degli alunni,

che esortò con un lungo discorso ad arricchirsi di fede e di cultura, essendo questi i due cardini, su cui si

fondava la corretta educazione del sacerdote. Nella visita all'edificio il Vescovo non notò anomalie o

manchevolezze, segno che le prescrizioni del Macioti erano fedelmente osservate e per questo non

condusse l'esame personale degli allievi (40).

Trasferito mons. Antonucci al titolo arcivescovile di Tarsi, gli successe sulla cattedra episcopale di

Ferentino Bernardo Maria Tirabassi, che, a differenza dei suoi predecessori, resse la cattedra per venti

anni, dal 1845 al 1865. Mons. Tirabassi nel 1850 svolse una visita al seminario, la cui cappella ordinò di

restaurare completamente (41). L'anno seguente 1851 potè comunicare che nel suo seminario erano

alloggiati 64 alunni (42), ma purtroppo non potevano godere di vacanze autunnali perché non vi era casa

di campagna (43). Nel 1862 i settanta seminaristi, comodamente ospitati nell'istituto, erano sotto la guida

di due padri gesuiti, uno rettore e l'altro ministro (44). Il Tirabassi fu un grande benefattore del seminario,

la cui biblioteca arricchì con il dono di numerosi libri.

La biblioteca del seminario nella prima metà del XIX secolo conservava circa 3.000 volumi;

fortunatamente si possiede l'inventario, compilato nel 1836 dal bibliotecario don Giannoni su richiesta del

vescovo Macioti (45). Tale inventario ci mette a conoscenza delle opere che i seminaristi di Ferentino

potevano consultare. Come ogni biblioteca a disposizione del seminario, anche quella ferentinate

possedeva testi di cultura ecclesiastica, agiografica, storica e letteraria. A titolo esemplificativo si possono

citare: Valerii Maximi, Facta e dicta memorabilia, la Storia Romana in 7 tomi di Rollin, le Eleganze della

lingua toscana di Aldo Manuzio, le Lettere di S. Francesco di Sales in tre libri, l'Introduzione al Simbolo

della fede di Luigi di Granata, le Orationes di Mario Equicola, l'Opera di Bossuet in 36 volumi, alcune opere

del Bellarmino (Opuscola 5 ascetica, Delle 7 parole dette da Gesù Cristo in Croce, libro volgarizzato da

Costa), le opere dei padri della chiesa Agostino, Crisostomo, Giustino, Isidoro, alcune opere di Paolo

Segneri, eccellente predicatore del XVII secolo.

Quando dopo il 1870 i Gesuiti presero definitivamente stanza nel seminario vescovile, già dal 1867 i

redditi del pio istituto ammontavano a 1000 scudi, non contando le pensioni degli alunni. Il curriculum

degli studi era ormai nelle sue linee stabilizzato: dall'apprendimento dei primi rudimenti delle lettere alla

teologia morale e dommatica (46). Dal 10 novembre 1871(47) i Vescovi di Ferentino cessarono di riferire

alla Congregazione del Concilio le loro preoccupazioni organizzative riguardo al seminario vescovile.

Avendo affidato ai Gesuiti la gestione dell'istituto, essi avevano risolto uno dei più gravi problemi, quello di

reperire insegnanti degni, per dottrina e sapienza religiosa, del grave compito a loro richiesto.

Nacquero, però, altre questioni: necessità di ampliare la fabbrica del seminario, cui chiedevano accesso

sempre più giovani, necessità di risolvere i problemi organizzativi ed educativi proposti da un ordine

religioso, quello Gesuita, che richiedeva una disciplina più sistematica e rigorosa. Tale argomento sarà

chiarito nel terzo paragrafo di questo capitolo. Per il momento è bene far luce tra i rapporti tra seminario

vescovile e Comunità ferentinate. Fino al XVIII secolo non vi erano stati dissapori tra le due

amministrazioni: agli inizi del XIX secolo, con il risvegliarsi della coscienza laica cominciarono a sorgere

controversie, che divennero ostilità dopo il 1870.

§2. Controversie con il Comune di Ferentino

La Comunità di Ferentino dal XVII secolo godeva del diritto di nominare ad un posto gratuito in seminario

un giovane cittadino meritevole e bisognoso; tale diritto le proveniva dall'essere titolare di giuspatronato

della cappella di S. Pietro in Vincoli, eretta in S. Maria Gaudenti dal can. Giovanni Leonini e poi passata al

Comune dopo la sua morte. Anche il papa Benedetto XIII il 12 dicembre 1727 aveva confermato al

Comune di Ferentino il diritto di nominare ogni quinquennio un chierico ferentinate «magis idoneus»,

perché il Comune aveva accettato di assegnare al seminario tutte le rendite della cappellania (1).

Il 18 settembre 1830, poiché era vacante il posto in seminario, la cui collazione spettava di diritto alla

Comunità, si riunì il consiglio comunale per scegliere il chierico, che dovesse godere del posto gratuito. Il

consiglio voleva comportarsi come sempre aveva fatto: estrarre a sorte il nome del candidato. Il

consigliere Arcangelo Rossi, invece, chiese la parola ed ottenutala dichiarò che non si doveva affidare alla

sorte la carriera di un giovane «iniziato nell'acquisto delle scienze» per «rendersi ... utilitoso a se stesso

ed alla Patria». L'estrazione a sorte non rispondeva integralmente ai criteri di giustizia, cui si richiamava il

Comune di Ferentino; era, invece, più onesto sottoporre tutti i concorrenti ad un esame collettivo e

scegliere quello che si fosse mostrato il migliore per studi e dottrina. Naturalmente i candidati sarebbero

stati divisi per classi, in modo che non vi sarebbe stata disparità culturale tra di essi. La Magistratura

avrebbe scelto gli esaminatori, ai quali era affidato l'onere di stilare una relazione sull'esito dell'esame; poi

il consiglio avrebbe scelto il giovane tra i migliori selezionati. La proposta del Rossi era stata fatta per

evitare di ricadere nelle «erronee, deplorabili ed infruttifere scelte dei notissimi Ambrogio Viola e Loreto

Patrizi», due giovani che avevano dato un pessimo ricordo di sé.

All'arringa del Rossi rispose il consigliere Mattia Cappella, il quale richiamandosi alla Bolla di Benedetto

XIII, non vedeva la necessità di una tale seduta straordinaria di esami; non solo nella bolla si lasciava

piena libertà al Comune di operare la scelta, ma la prassi ordinaria, divenuta ormai una consuetudine,

aveva sempre ammesso pacificamente l'estrazione a sorte con voti segreti. Senza formalità d'esame il

consiglio, prendendo direttamente visione delle istanze dei concorrenti, poteva operare una scelta giusta e

coscienziosa.

Il Presidente della assemblea, Giuseppe Santarelli, riscontrando l'opposizione delle due proposte, le mise

entrambi in votazione. Dapprima si votò la proposta Rossi, che ricevette otto voti favorevoli contro sette

contrari; Poi si passò a votare per l'arringa Cappella, che riportò la medesima votazione. Pertanto data la

parità dei suffragi, si dovette procedere ad altri scrutini segreti. Al primo scrutinio risultò nuovamente la

parità, al secondo invece riportò la maggioranza la proposta Rossi di sottoporre ad esame i concorrenti al

posto gratuito (2).

La commissione d'esame risultò composta dai canonici De Cesaris, Collalti e Cocumelli e dal consigliere

Giovanni Battista Marchioni e la data della prova fu fissata il 9 ottobre 1830.

All'esame si presentarono 8 studenti:

Ambrogio Ceccarelli, studente di grammatica inferiore, di anni 15

Antonio Querci, studente di grammatica superiore, di anni 15

Pasquale Bernola, studente di grammatica superiore, di anni 19

Domenico Cataldi, studente di grammatica superiore, di anni 17

Filippo Palombo, studente di umanità, di anni 19

Ambrogio Patrizi, studente di umanità, di anni 17

Luigi Cataldi, studente di umanità, di anni 19

Vincenzo Virgili, studente di umanità, di anni 18

Furono scrutinati all'unanimità e per la classe di umanità furono approvati col magis:

Luigi Cataldi, primo;

Ambrogio Patrizi, secondo;

Filippo Palombo, terzo.

Per la classe di grammatica:

Pasquale Bernola, primo;

Antonio Querci, secondo.

Gli altri vennero respinti; la commissione, dunque, passò i nominativi dei cinque vincitori al consiglio

perché eleggesse il candidato, che avrebbe goduto del posto gratuito per un quinquennio.

Prima di passare ai voti il consigliere Ambrogio Lolli dichiarò che l'esame era stato condotto per suggerire

al consiglio un criterio regolativo per la scelta. Tuttavia, secondo il tenore di breve pontificio, sembrava

che non si dovesse fare distinzione per merito, ma che ogni cittadino potesse avere eguali possibilità di

concorrere al posto gratuito. Invece il regolamento adottato dal Comune dava adito a pensare che con

l'esame il consiglio ponesse una pregiudiziale negativa per i tre respinti. Il Lolli chiedeva di ritenere

l'esame come puramente consultivo e di ammettere alla scelta tutti gli otto nominativi dei candidati.

Il consigliere Mattia Cappella, sostenendo l'ipotesi del Lolli, aggiunse che l'esame doveva essere

considerato come mezzo per valutare l'idoneità dei giovani, non per restringere la libertà del Consiglio;

quindi tutti i candidati senza nessuna distinzione tra promossi e bocciati, dovevano concorrere

all'assegnazione del posto gratuito. Il Consiglio, invece, con 10 voti contrari su 17 votanti respinse tale

proposta e ammise al «bussolo» solo i 5 candidati che avevano superato l'esame preliminare: risultò

eletto Filippo Palombo con 12 voti favorevoli e 5 contrari (3).

Il consiglio approvò la votazione e sciolse la seduta, ma il gonfaloniere Enrico Lolli non si diede per vinto

considerando l'elezione del chierico Palombo ingiusta nei confronti del chierico Cataldi, il quale era

risultato primo alla prova selettiva. Se il consiglio aveva scelto il nominativo senza tener conto dell'esame,

perché dunque proporre un concorso tra i candidati? (4)

Anche Luigi Cataldi presentò il suo reclamo a mons. Provenzali, delegato apostolico di Frosinone; egli,

avendo compiuto il corso di umanità ed essendo passato a pieni voti in quello di retorica, non poteva

sopportare di essere stato posposto al Palombo, maggiore di età, ma inferiore della preparazione,

trovandosi ancora il Palombo nello studio di grammatica (5). Nonostante questi reclami, la richiesta del

Cataldi fu giudicata inammissibile e pertanto respinta (6).

Terminato il quinquennio di Filippo Palombo, il 1° agosto 1835 si bandì un nuovo concorso per assegnare

il posto gratuito in seminario. Ormai la prassi concorsuale era un dato di fatto e nella commissione

entrarono a far parte un gesuita, rappresentante delle scuole pubbliche, i canonici Magni e Cocumelli e il

consigliere Giovanni Battista Marchioni. All'esame, stabilito per il 22 luglio, avevano partecipato solo due

concorrenti: Vincenzo Bruscoli di 20 anni e Romualdo Di Rocco di 18 anni. Questa volta il consiglio rispettò

la graduatoria stabilita dalla prova d'esame, confermando al Bruscoli, con 24 voti favorevoli su 31 votanti,

l'ammissione al posto gratuito (7).

I rapporti all'interno del consiglio andarono sempre più deteriorandosi; infatti allo scadere del quinquennio

goduto dal giovane Vincenzo Bruscoli, si riaccese la discussione. Il consigliere Pio Roffi nel suo intervento

lodò la prassi, seguita negli ultimi 10 anni, di espletare il concorso culturale prima di passare all'elezione

del chierico. Tale concorso aveva dato buoni frutti non favorendo più «persone, che altro scopo non

ebbero che alimentare il ventre, senza trarne o niuno o poco profitto»; utilizzando l'esame selettivo era

stato aiutato il giovane Bruscoli, che era un sacerdote «ottimo di conoscenza e di specchiata condotta».

Tuttavia il Roffi proponeva alcune modifiche al concorso: 1) «apporre qualche condizione per favorire i

poveri; 2) concedere il posto ogni biennio «a quelli già in sacris o prossimi» al sacerdozio, secondo quanto

avrebbe desiderato il vescovo.

Al Roffi rispose il consigliere Vincenzo Bertoni, che, richiamando i consiglieri ad una più attenta

osservanza del Breve di Benedetto XIII ricordò che il diritto di eleggere un giovane al posto gratuito in

seminario prevedeva espressamente una scansione quinquennale. Quanto ai requisiti i concorrenti

dovevano avere: certificato della ricevuta tonsura, di buona condotta, degli studi conseguiti, di povertà

della famiglia, di non aver superato i 18 anni, attestato di rinunciare per un quinquennio ad altre borse di

studio.

Il Bertoni proponeva che solo i Padri Gesuiti di Ferentino componessero la commissione e che il Consiglio

scegliesse tra quei candidati che avessero superato la prova d'esame. Messe ai voti la proposta Roffi e

quella Bertoni, ritenute dal consiglio un metodo unico per la selezione, la riunione le approvò a

maggioranza con 26 voti favorevoli su 28 votanti (8).

La accettazione ditale proposta non fu, però, pacifica. Il chierico Romualdo Di Rocco, che già aveva

concorso al posto gratuito, senza fortuna, nel 1835, dopo cinque anni voleva ripresentare la propria

candidatura; ma il consiglio, che aveva espletato solitamente la prova selettiva nel mese di luglio, andava

procrastinando l'esame (9). In realtà tale ritardo era causato da problemi organizzativi, non riuscendo il

Comune a reperire i membri della commissione esaminatrice: i Padri Gesuiti si erano rifiutati di accettare

l'incarico, proposto loro il 9 agosto 1840 e, nonostante una nuova convocazione di altri commissari, gli

sforzi del consiglio comunale vennero frustrati, tanto che Francesco Antonio De Andreis, gonfaloniere

facente funzione, chiedeva al Delegato Apostolico di Frosinone che venisse restaurata la prassi

tradizionale del sorteggio tra i candidati, senza premettere esame (10).

Finalmente nel novembre il Vicario Capitolare di Ferentino riuscì a comporre una commissione

esaminatrice, che stabilì il criterio di selezione: non sarebbe stato ammesso chi superava i 10 errori per

traduzione. Tutti i concorrenti sbagliarono e perciò non furono ammessi. Il concorso, quindi, non poté

essere espletato, perché il comune nella sua autonomia aveva deciso che la scelta dovesse cadere su uno

di quei candidati, che avesse superato l'esame. Il Vicario Capitolare, riferendo alla Delegazione Apostolica

sull'accaduto, lamentava l'introduzione del criterio selettivo nel concorso, bandito dal comune per

l'assegnazione del posto gratuito in seminario, e richiedeva che si ristabilisse la prassi tradizionale del

semplice sorteggio tra i nominativi dei candidati.

La Delegazione Apostolica frusinate il 18 dicembre 1840 rispose che avrebbe deciso solo dopo le

controdeduzioni del consiglio comunale di Ferentino. Presa la parola, nel consiglio comunale del 7 gennaio

1841, il consigliere Pio Roffi dichiarò che sarebbe stato opportuno procedere a nuovo concorso,

convocando una commissione composta dai canonici Lolli, Trenta e Fratazzi; questi commissari avrebbero

presentato al Consiglio solo un candidato, quello risultato migliore di tutti.

In risposta a questa esasperata selezione intervenne il consigliere Vincenzo Bertoni, che propose alla

commissione di segnalare almeno tre nomi dei candidati approvati, tra i quali il Consiglio avrebbe scelto il

candidato vincente, secondo le norme stabilite nella riunione consiliare del 13 luglio 1840. Nessuna delle

due proposte, sia quella Roffi che quella Bertoni, venne approvata e perciò il presidente dell'assemblea,

Francesco Antonio De Andreis, rimise la decisione al Delegato apostolico di Frosinone (11).

Il 18 marzo 1841 il Delegato concesse al Comune di Ferentino di riaprire il concorso per il posto gratuito in

seminario (12). Nella contesa si inserì anche il vescovo, mons. Giuseppe Maria Lais, cui il Delegato aveva

chiesto informazioni. Il Lais, in una lunga lettera, spiegò la sua versione dei fatti e richiamandosi al Breve

apostolico di Benedetto XIII (12 dicembre 1727), lo interpretava in modo diverso dai consiglieri comunali.

Infatti sosteneva che «nel citato breve vi si prescrive che il giovane da nominarsi sia un cittadino

ferentinate, non si fa motto affatto di premettere un concorso per la scelta del medesimo e, per verità,

trattandosi di un giovane che deve abilitarsi agli studi, non si può pretendere che abbia studiato; al più si

può esigere che sia iniziato almeno ne' primi studi per la carriera ecclesiastica». Quindi per il Lais la

discriminante culturale era inutile, doveva tenersi in conto un altro elemento: che il giovane scelto fosse

un cittadino e non uno del «volgo», che abbia una condotta lodevole e sia manifestamente inclinato alla

carriera ecclesiastica, «che poi sia indigente, lo porta con sé la giustizia, poiché non deve alimentarsi de'

beni della Chiesa chi non ha bisogno».

Su questa linea di interpretazione il Lais esaminava anche la condotta del consiglio comunale e vi

ravvisava «un qualche sospetto di broglio». Fino al 1830 le nomine comunali al posto gratuito in seminario

erano state condotte pacificamente col sistema del sorteggio; dopo tale data si era introdotta una nuova

regolamentazione, suggerendo per le scelte il metodo concorsuale. Tuttavia gli stessi consiglieri, discordi

sul modo di condurre l'esame e sul successivo criterio di scelta da adottare riguardo ai vincitori, ma

specialmente la ricusa di molti esaminatori, convocati per la formazione delle commissioni, di per sé

mostravano scontentezza e un tentativo di sottrarsi alle brighe della politica paesana.

Inoltre proprio durante il 1840, in occasione dell'espletamento del con corso per il quinquennio 1840-

1845, il consiglio apertamente aveva dichiarato, nonostante i risultati assolutamente negativi della prova

di esame, che mai avrebbe vincolato la sua autonomia di scelta al voto degli esaminatori (13).

L'atteggiamento pratico dei consiglieri contraddiceva le dichiarazioni teoriche; quindi il Vescovo vi

scorgeva «una qualche mano segreta» che «procurava d'intorbidare le menti, per giungere allo scopo

prefissosi ... l'impegno... a favore d'un figlio d'un impiegato comunale, che ha padre vivente». L'ingiustizia

era veramente palese perché si ledeva il diritto del chierico Alessandro Simonetti, giovane di «specchiata

condotta, che ne' studi ne' quali è iniziato nelle scuole dei PP Gesuiti, dà continui contrassegni di

progresso, ch'è cittadino.., orfano di padre, povero di sostanze». Anche il cardinale Polidori, protettore di

Ferentino, lo aveva segnalato e questo intervento del porporato non era lesivo del Breve apostolico di

Benedetto XIII, che richiedeva espressamente i requisiti già in possesso del Simonetti e non prescriveva

«esperimento o concorso di sorte alcuna»; non era lesivo nemmeno dell'autonomia deliberante del

Comune, «poiché questo non deve essere arbitrario», ma nell'esprimere pienamente la sua capacità

giuridica deve tutelare i principi primi di giustizia, necessari «per una elezione giusta e spassionata».

Il Vescovo però non disdegnava il criterio del concorso, purché questo, nel suo espletamento, tenesse in

considerazione non solo i requisiti culturali, ma anche quelli indicati dal Breve apostolico. Nel caso che

venisse bandito un nuovo concorso e persistesse il tentativo di broglio da parte dell'amministrazione

comunale, il Lais sarebbe stato costretto ad opporre alla scelta del Comune il suo diritto di veto, diritto

che gli riconosceva anche la costituzione apostolica del 12 dicembre 1727, laddove affermava che

l'esecutore legale del Breve era lo stesso vescovo. Quindi, essendo il breve apostolico una legislazione

concernente l'ammissione in seminario, tra i principali requisiti il Vescovo collocava, come primo, quello

della manifesta vocazione ecclesiastica, perché non si voleva permettere l'ingresso a «chi portasse la

dissipazione ed uno spirito alieno da quel pio stabilimento» (14).

Il concorso venne espletato il 6 maggio 1841 e la commissione fu composta dai canonici Paolo De Cesaris,

Domenico Lolli, Giovan Pietro Trenta e Domenico Fratazzi (15). I canditati che presentarono istanza di

partecipazione furono tre: Francesco Rossi, Vittorio Pro e Alessandro Simonetti, ma solo il Simonetti si

presentò alla prova selettiva. Anche il consiglio comunale, il 28 maggio del medesimo anno, confermò la

nomina del Simonetti, perché orfano di padre, povero e degno di ogni considerazione; infatti il padre era

stato un benemerito cittadino e consigliere comunale (16).

Con la nomina ufficiale del Simonetti (17) il consiglio accordava convalida alla richiesta episcopale, ma

ribadiva con forza la sua autonomia giurisdizionale, scegliendo il chierico non perché chiamato alla vita

sacerdotale, ma perché figlio di un benemerito cittadino. Con tale delibera l'assemblea lasciava intendere

che non era competenza sua il valutare l'effettiva vocazione religiosa, essa si avvaleva solo di un diritto,

ormai acquisito, di nominare uno studente cittadino e povero ad una borsa di studio quinquennale in

seminario. Era ormai in atto una frattura, difficilmente ricomponibile, nei rapporti tra la comunità laica di

Ferentino e il vescovo, tanto che Francesco De Andreis, gonfaloniere facente funzione, il 12 ottobre 1841

al Delegato Apostolico di Frosinone comunicò laconicamente che il consiglio comunale non era approdato

ad alcuna risoluzione positiva in merito alla prassi da osservare per la scelta del candidato da assegnare al

godimento di un posto gratuito quinquennale in seminario (18).

La Delegazione non prese provvedimenti e il consiglio comunale di Ferentino continuò a seguire il

regolamento stabilito nel 1830. Infatti quando nel 1857 si riaprì il concorso per l'assegnazione del posto

gratuito in seminario, subito vennero nominati i membri della commissione: don Ambrogio Lucioli, don

Antonio La Posta, signor Ambrogio Pace (19). La commissione svolse l'esame ai due candidati, il

suddiacono Camillo Iaconelli e il chierico Felice De Andreis il 12 dicembre e dopo lo scrutinio, avvenuto il

18 dicembre, assegnò il primo posto per merito allo Iacononelli ed il secondo al De Andreis. Il consiglio,

secondo la risoluzione presa nella assemblea del 13 luglio 1840, procedette alla scelta tra i due candidati il

28 dicembre 1857. Prima di passare ai voti il consigliere Pio Roffi espose la sua proposta: suggerì di

scegliere il chierico De Andreis perché più giovane, potendo, nei cinque anni di studio, rendersi abile al

sacerdozio.

Lo Iaconelli, essendo già ordinato in sacris, sembrava aver raggiunto lo scopo di essere prossimo al

sacerdozio; quindi, assegnandogli il posto gratuito, si sprecava l'opportunità di istruire un altro giovane

nel delicato compito del sacerdozio. Il consiglio approvò la proposta; dalla votazione però si astenne il

consigliere Francesco Antonio De Andreis, padre del chierico concorrente Felice, che ottenne 14 voti

favorevoli su 15 votanti (20). Felice De Andreis fu nominato al godimento del posto gratuito in seminario il

2 gennaio 1858 (21), ma subito sorsero problemi riguardo al riconoscimento di tale delibera consiliare.

Il 14 gennaio 1858 il Delegato Apostolico, con dispaccio dichiarava nulla l'elezione del De Andreis,

avvenuta nell'assemblea comunale il 28 dicembre 1857. Tale dichiarazione di nullità era scaturita

dall'illecito comportamento dell'assemblea consiliare di Ferentino, che aveva disatteso tanto le norme

stabilite dal breve papale del 12 dicembre 1727 quanto la delibera consiliare del 13 luglio 1840, secondo

la quale si doveva nominare al posto in seminario un alunno, che durante il quinquennio non dovesse

essere provvisto di altri benefici comunali. invece Felice De Andreis, successivamente alla nomina al posto

gratuito, aveva ricevuto dal consiglio, nella stessa data del 2 gennaio 1858, il godimento di un beneficio di

giuspatronato comunale in S. Ippolito, intitolato a S. Paolo. La borsa di studio quinquennale in seminario

veniva annullata e il diritto passava all'altro candidato, Camillo Iaconelli.

Il consigliere Giuseppe Bono si oppose all'accettazione del dispaccio delegativo, dichiarandolo lesivo

dell'autonomia comunale, anche perché era notorio che le norme, stabilite dall'assemblea del 1840, cui si

era richiamato il Delegato, erano temporanee e transitorie. Pertanto doveva riconfermarsi nel godimento

del posto gratuito in seminario il chierico Felice De Andreis. Così stabilì con votazione il consiglio

comunale, approvando la proposta Bono con 14 voti favorevoli su 15 votanti (22).

Anche il vescovo Bernardo Maria Tirabassi entrò nella questione reclamando l'osservanza letterale del

breve pontificio del 1727 e l'annullamento della nomina al De Andreis, in quanto non idoneo alla carriera

ecclesiastica (23). La questione si inaspriva perché il consiglio comunale si ostinava a considerare il

seminario alla stregua di un semplice collegio - convitto per l'istruzione umanistica; il Vescovo, invece,

ribadiva la natura del pio istituto, un luogo specializzato per la formazione esclusiva di sacerdoti.

Il Ministro dell'Interno e Grazia e Giustizia, mons. Andrea Pila, intervenne nella controversia, richiedendo

al Delegato Apostolico di Frosinone informazioni. A lui era giunta la supplica di Francesco Antonio De

Andreis, padre del chierico Felice, indebitamente sospeso dal godimento del posto in seminario,

assegnatogli dal consiglio comunale il 28 dicembre 1857. Nonostante il dispaccio della Delegazione

Apostolica del 14 gennaio 1858, non era stato possibile dichiarare nulli gli atti del consiglio comunale di

Ferentino in merito all'assegnazione del posto gratuito. Gli atti erano sostanzialmente e formalmente

corretti; tuttavia il Delegato Apostolico, desiderando favorire, al pari dell'Ordinario diocesano, il

concorrente Iaconelli, aveva sospeso il 23 febbraio 1858 la deliberazione consiliare del 28 gennaio 1858

fino a nuovo ordine. Non era il consiglio comunale ferentinate a commettere brogli! Perciò il De Andreis

sollecitava una pronta giustizia e la reintegrazione del figlio al godimento della borsa di studio

quinquennale (24).

Il Ministro richiese informazioni sulla vertenza tra Comune e Vescovo riguardo al caso De Andreis ed il

Delegato di Frosinone gli inviò il 30 marzo 1858 un rapporto informativo molto particolareggiato sullo

sviluppo della vicenda. Se da una parte il Vescovo reclamava il riconoscimento dello Iaconelli, perché era

stato giudicato il più bravo dalla commissione, il consiglio comunale rivendicava la sua autonomia

giurisdizionale: le due posizioni erano inconciliabili, nonostante gli interventi pacificatori del Delegato

Apostolico. Il Delegato, però, riteneva, per porre fine alla vertenza, che non era illegale riconoscere la

validità al deliberato consiliare, in quanto, accettando il responso della commissione, veniva ad affermarsi

che il diritto di nomina non competeva più al Comune: e questo era veramente lesivo del principio di

autorità (25).

Mons. Pila, avendo con cura esaminato la documentazione inviatagli dal Delegato di Frosinone, deliberò la

conferma del De Andreis al godimento del posto gratuito in seminario, perché nel concorso non può

essere privilegiato chi è più grande di età e quindi più avanzato negli studi. Se lo Iaconelli era stato

collocato al primo posto nella graduatoria dell'esame selettivo, ciò era stato determinato dalla sua

maggiore preparazione rispetto a quella del chierico De Andreis, più giovane d'età e frequentante un corso

di studi inferiore. L'ingiustizia era stata commessa dalla commissione giudicatrice, che aveva condotto

l'esame senza tener conto dei diversi livelli culturali tra i due concorrenti. Per ristabilire il diritto, dunque il

Ministro concedeva la borsa di studio al chierico Felice De Andreis e dava comunicazione del suo deliberato

tanto alla Delegazione Apostolica di Frosinone (26) quanto al Comune di Ferentino (27).

L'ostinazione di De Andreis non era senza motivo; egli si sentiva chiamato alla vita ecclesiastica tanto che,

spirato il quinto anno della sua borsa di studio, egli supplicò il consiglio comunale a prorogargliela di altri

due anni, per completare gli studi teologici da lui iniziati con buon profitto. Avendo anche la Delegazione

Apostolica di Frosinone, cui il De Andreis si era rivolto, accettato la possibilità della proroga di due anni, il

consiglio comunale approvò la richiesta del suddiacono Felice con 12 voti favorevoli su 14 votanti (28).

Nel l864, il 6 dicembre, il consiglio comunale di Ferentino venne di nuovo convocato per eleggere un

alunno al posto gratuito in seminario; si presentarono quattro concorrenti, tra i quali a maggioranza fu

prescelto il chierico Salvatore Palladini, con 15 voti favorevoli su 17 votanti (29). Tuttavia, benché non

fosse spirato il quinquennio, il 18 luglio dell'anno seguente (1865) il vescovo Gesualdo Vitali dichiarò

vacante il posto (30). Il gonfaloniere Alfonso Giorgi convocò il consiglio per il 23 settembre per le ore 8,30

(31), per surrogare il Palladini. La riunione ebbe luogo solo il 27 ottobre 1865, perché il 23 settembre il

consiglio era stato interrotto dalla discussione sulla pregiudiziale posta dal consigliere Giuseppe Rossi. Il

Rossi, richiamandosi alla decisione del vescovo Vitali, che aveva escluso dal seminario il Palladini per

cattivo rendimento, proponeva di considerare nei concorrenti, come requisiti prioritari, la buona condotta

e l'attitudine agli studi (32). Aggiornato il consiglio al 27 ottobre, in tale data si esaminarono le istanze di

otto concorrenti e i consiglieri dovettero ricorrere ad una seconda votazione per assegnare il posto al

chierico Giampietro Catracchia (33), che fu nominato dal gonfaloniere il giorno dopo (34) ed approvato dal

Delegato Apostolico di Frosinone il 10 novembre del medesimo anno (35).

Il chierico Catracchia l'anno successivo fu ordinato sacerdote, liberando così il posto in seminario;

pertanto il 10 novembre 1866 si riunì nuovamente il consiglio comunale per procedere ad un'altra nomina.

Si iscrissero al concorso otto giovani, dai quali fu scelto Arcangelo Rossi con 13 voti favorevoli su 17

votanti; si era astenuto dalla votazione suo padre, il consigliere Giuseppe Rossi (36).

Fino al 1866 le elezioni al posto gratuito in seminario furono pacifiche, perché per consuetudine i chierici

erano stati preferiti ai laici e quelli non costituiti nella tonsura non erano nemmeno stati accettati tra i

concorrenti. Invece con l'elezione di Arcangelo Rossi, figlio non ancora decenne del notaio Giuseppe, la

consuetudine era stata stravolta, preferendo questo bambino al chierico Raffaele Angelisanti (37); era

quindi doveroso assegnare il posto gratuito a chi fosse già indirizzato alla carriera ecclesiastica.

Non fu solo l'accendersi delle polemiche sull'assegnazione del posto gratuito in seminario ogni

quinquennio, che guastò i rapporti tra vescovi e Comune di Ferentino: un altro argomento al contendere

fu offerto dal reperimento di fondi per la fabbrica del collegio - convitto Filetico, passato dal 1815 dalla

gestione dei Francescani Conventuali a quella dei Gesuiti (38). La fama dei maestri e l'apertura di scuole

di grammatica, belle lettere, diritto e teologia attirarono un numero sempre maggiore di allievi, che

provenivano anche dal vicino Regno di Napoli. Per accogliere dignitosamente gli allievi si aveva bisogno di

unire alla scuola anche un convitto; quindi si sarebbero dovuti ampliare i locali a spese della Comunità di

Ferentino perché la scuola apparteneva al Comune.

Il Comune nel 1833 non aveva i fondi sufficienti per affrontare tali spese, per cui risolse di seguire la via

meno costosa: ammettere a frequentare le scuole solo un numero limitato di allievi ed escludere i

soprannumerari, particolarmente forestieri. I padri degli esclusi reclamarono ed ottennero

l'interessamento anche del vescovo, che vedeva compromesso il buon rendimento del seminario, in

quanto, per penuria di mezzi economici, era costretto a inviare i suoi sessanta alunni a frequentare le

scuole dei Gesuiti. Tra i seminaristi vi erano molti forestieri, i quali sarebbero stati colpiti dalla medesima

esclusione.

Il vescovo Lais interessò alla questione la Congregazione degli Studi, proponendo come alternativa

l'ampliamento del locale grazie alle contribuzioni provenienti dai paesi della provincia, che inviavano i loro

allievi nel collegio ferentinate.

La Sacra Congregazione rispose al Vescovo elogiandolo per la generosa iniziativa di promuovere la cultura

non negandola a nessuno.

Era lodevole e degna di ogni attenzione la proposta di sollecitare la Provincia a contribuire per le spese di

ampliamento delle scuole di Ferentino; tuttavia per ottenere qualche successo a tale disegno bisognava

rivolgersi direttamente agli amministratori provinciali. Ciò fu prontamente fatto da parte del comune il 30

gennaio 1833 ma grande fu la sorpresa, quando dalla Delegazione Apostolica di Frosinone giunse la

comunicazione che il 9 aprile del medesimo anno il Segretario di Stato aveva ordinato che l'ampliamento

si facesse solo a spese del comune. Il consiglio comunale interpellò il Vescovo diocesano per sentire «se

intendeva di contribuire alcuna somma di denaro necessario per la nuova fabbrica, in vista del vantaggio,

che risente il seminario diocesano, i cui allievi frequentano le suddette scuole per l'esoneramento della

spesa dei maestri».

Intanto il consiglio comunale fu adunato per risolvere la delicata questione il 7 maggio 1833. I temi da

dibattere erano due: 1) vietare l'ammissione degli studenti forestieri, per non privare i cittadini

dell'istruzione; 2) nel caso che tale criterio risultasse inattuabile e si dovesse procedere all'ammissione

totale di tutti gli alunni, cittadini e forestieri, l'ampliamento del locale doveva avvenire anche a spese della

Provincia, sia perché il comune di Ferentino da solo ogni anno doveva sostenere una spesa di circa 900

scudi per la pubblica istruzione, sia perché, essendo il collegio unico della provincia e accogliendo giovani

da ogni parte della medesima, anche la Provincia doveva sentirsi impegnata a contribuire alle spese

scolastiche.

Il consigliere Pio Roffi chiese la parola ed espose la sua opinione: poiché, come testimoniavano i deliberati

della Congregazione degli Studi, era andato a vuoto il progetto di coinvolgere la Provincia nel pagamento

delle spese scolastiche, si doveva senz'altro procedere alla esclusione dei forestieri dalla scuola

ferentinate. Messa ai voti la sua proposta, essa fu approvata a maggioranza schiacciante: 23 voti su 24

votanti (39).

Naturalmente la reazione del Vescovo fu immediata, perché fra i forestieri vi erano inclusi anche i

seminaristi, provenienti dal territorio della diocesi. Di fronte alle rimostranze episcopali, il Comune oppose

la richiesta ufficiale che anche il Vescovo contribuisse alle spese di ristrutturazione ed ampliamento

dell'edificio scolastico comunale, motivando la tassazione con l'utilità che il seminario ricavava dall'inviare

i suoi alunni a seguire le lezioni presso la scuola gestita dai Gesuiti. La preoccupazione del Vescovo era

aumentata dal parere favorevole che la Congregazione degli Studi aveva espresso su tale nuova

tassazione.

Per esporre le sue ragioni il Vescovo scrisse il 21 maggio 1833, al delegato apostolico di Frosinone, mons.

Provenzali, una lettera molto circostanziata nella descrizione dei fatti. Senza voler esprimere giudizi

negativi sull'operato della Congregazione, piuttosto ignara delle reali condizioni economiche del seminario,

mons. Lais riprovava la faciloneria, con cui si disegnava di imporre un'altra tassa al pio istituto di

Ferentino. Il seminario avrebbe potuto sostenere l'onere di quella contribuzione straordinaria solo

utilizzando estremi rimedi, cioè creando un mutuo; ma questa risoluzione oltre a creare altri debiti e

pesanti obbligazioni per le povere finanze del seminario diocesano, avrebbe anche gettato cattiva luce

sull'operato del Lais, che accendeva debiti per «una causa estrinseca» alla retta conduzione del pio

istituto. Il Vescovo riconosceva i vantaggi derivanti dall'avere scuole interne al seminario; ma la situazione

diocesana non glielo permetteva, per cui doveva gioco forza servirsi dei Padri Gesuiti e del loro collegio,

per poter istruire i seminaristi. Alle origini del seminario era stato possibile costruire scuole interne perché

pochi i seminaristi e solo quattro i docenti, per i quali l'onorario non superava complessivamente i 100

scudi. Con l'accrescimento del numero degli alunni, che raggiungevano persino le settanta unità, era

impossibile servirsi di maestri a pagamento: per questi si poteva ricorrere ai Gesuiti che insegnavano nelle

scuole pubbliche, mentre per la necessità del seminario bastava un ripetitore. Gli alunni del seminario

vescovile più volte al giorno dovevano uscire dall'istituto, ma, economizzando sulla spesa dei maestri si

poteva dare sostentamento e alloggio a più giovani non essendo sempre sufficiente la quota della retta

annuale, spesso decurtata per venire incontro alle esigenze economiche delle famiglie povere.

Ora la tassa comunale rischiava di compromettere il precario equilibrio economico del seminario. La

tassazione prevista e richiesta dal consiglio comunale si basava su un principio, che il Vescovo non esitò a

definire falso e addirittura equivoco: quello di considerare il seminario «estrinseco alla Comune in cui

trovasi. Il seminario non è che un corpo morale, il quale forma parte della stessa comune; esso non

consiste nel fabbricato materiale, ma nell'unione degli individui, che vi dimorano e vi si educano sotto la

disciplina di chi è destinato a presiedervi e vi ricevono il mantenimento. Sotto questo essenzialissimo suo

rapporto il medesimo seminario soggiace a pagamenti de' dazi e pesi camerali, provinciali e comunitativi».

Come ente il seminario era già soggetto ad una tassazione che, di riflesso, gli dava diritto a «godere de'

privilegi e favori ... tra quali favori meritano primaria considerazione l'assistenza de' professori sanitari e

l'uso de' mezzi di pubblica istruzione». Quindi era ingiusto, in linea di principio e di fatto, escludere il

seminario vescovile dall'usufruire di scuole pubbliche

Quanto alla esclusione dei forestieri dimoranti nell'istituto, anche tale risoluzione era ingiusta, perché

disconosceva la natura stessa del seminario, nato, secondo il Concilio di Trento, «a vantaggio non della

sola città, ove sia piantata la cattedrale, ma della intera diocesi»: escludere i diocesani sarebbe stato

come contravvenire all'ordine del Concilio. Il vescovo Lais riteneva che la scuola filetica, retta dai Gesuiti,

dovesse essere ampliata grazie alle contribuzioni dei Comuni della Provincia, che, inviando i loro studenti

in Ferentino per ricevere «i sinceri principi della moralità e di letteratura», traevano indubbio beneficio

dalla scuola gesuitica. Il Lais chiudeva la sua fervida perorazione, chiedendo al Delegato Apostolico di

Frosinone di intervenire «perché si rigetti la stessa risoluzione per quella parte che pregiudichi questo ...

seminario e pel resto si adotti un temperamento più confacevole al bene della pubblica istruzione ed al

sostegno del primario diritto, che v'ha questa Comune» (40).

Non fu senza effetto la presa di posizione del Lais; infatti il cardinale Gamberini per ben due volte ricordò

al delegato apostolico di Frosinone, mons. Antonelli, che era ingiusto richiedere al Vescovo ferentinate una

tassa speciale per l'ampliamento delle scuole pubbliche, quando egli già pagava la tassa per le scuole

(41); era preferibile, per le necessità del Comune, ricorrere alla tassa «chiamata delle scuole», da imporre

alla Provincia (42).

Il Collegio - Convitto gesuitico fu infine ampliato e ammodernato secondo i criteri didattici previsti dalla

disciplina scolastica dei Gesuiti, ma non cessarono le questioni.

Nel 1839 il gonfaloniere Domenico Stampa riferì al Delegato Apostolico di Frosinone che la Comunità

disegnava di far sopprimere la scuola di legge, aperta nel collegio gesuitico ferentinate, perché pochi

erano gli iscritti e l'insegnamento non concedeva gradi accademici.

L'unico ad opporsi a tale soppressione fu il vescovo Macioti, che si serviva di tale scuola per nove suoi

seminaristi. Egli aveva ordinato ai seminaristi di usufruire della disciplina giuridica, impartita dai Gesuiti,

perché era molto utile per il clero conoscere non solo le scienze filosofiche e teologiche, ma anche quelle

inerenti al diritto. Anche se la scuola di diritto, costituita in Ferentino, non era legalmente riconosciuta, gli

studenti interessati alla giurisprudenza avrebbero potuto continuare in Roma gli studi giuridici, facendosi

riconoscere e valutare gli anni di studio, svolti nel collegio ferentinate. (43)

Intanto i rapporti tra seminario diocesano di Ferentino e padri Gesuiti, docenti nelle scuole comunali, si

stringevano: dal 1837 al 1859 il seminario concedeva annualmente 10 scudi per i premi da assegnare agli

scolari (44). Durante la triste esperienza della Repubblica Romana i Gesuiti furono cacciati dal collegio da

loro diretto, ma trovarono accoglienza nel seminario vescovile, dove, deposto l'abito religioso, impartivano

lezioni ai seminaristi (45). Dopo questo fatto cominciò una più stretta collaborazione tra l'ordine gesuitico

e l'amministrazione del seminario vescovile, collaborazione che culminò nel 1871, quando i Gesuiti presero

definitivamente residenza nell'istituto.

§ 3. I Gesuiti alla guida del seminario

I Gesuiti erano stati gli animatori della vita ferentinate dal 1815 al 1870 non solo dal punto di vista

culturale, ma anche da quello spirituale. In una lettera del 13 gennaio 1860 il vescovo Tirabassi

ringraziava il P. Pasquale Cambi, gesuita, perché gli aveva donato una reliquia di S. Stanislao Kostka a cui

patrocinio aveva raccomandato il seminario di Ferentino (1). Il Vescovo si augurava che quel dono

prezioso promuovesse sempre più la venerazione verso il santo gesuita polacco, alla cui protezione anche

il vescovo Macioti aveva affidato la camerata dei «piccoli» (2).

Quando nel 1870 cadde definitivamente il potere temporale dei Papi ed anche Ferentino entro a far parte

del Regno d'Italia, cambiarono tutte le strutture politiche e scolastiche della cittadina e persino le

istituzioni ecclesiastiche subirono il contraccolpo del mutamento. Già dal 14 settembre le truppe

piemontesi avevano invaso la città e avevano messo a soqquadro il collegio retto dai Gesuiti, temendo che

vi nascondessero uomini armati; in realtà le truppe erano composte da vili ladroni, desiderosi solo di

accaparrarsi un ricco bottino di guerra. Alle violenze dei soldati si aggiunsero le angherie della nuova

giunta municipale.

Il Sindaco, reclamando i diritti della municipalità, rivendicò la gestione della scuola al comune (3). I

Gesuiti si opposero strenuamente al tentativo di sottrazione delle istituzioni ecclesiastiche; riuscirono, per

ben due volte, sia nel tribunale di Frosinone che in quello di Viterbo, ad avere partita vinta nelle cause

loro intentate dal Sindaco Achille Giorgi per contrastare il loro diritto di insegnare pubblicamente. Tali

sentenze furono vanificate dalla legge di soppressione degli Ordini Regolari e quindi il 28 novembre 1873

il sindaco fece sapere ai Gesuiti di abbandonare immediatamente il collegio, ordine che i religiosi

rispettarono in quella notte stessa.

I Gesuiti furono ospitati provvisoriamente in case private: tre padri presso la sorella di padre Frattali, Elisa

Lesen; altri due, per breve tempo, nelle case di privati. Intanto i religiosi prestavano la loro opera

spirituale a favore delle Suore Clarisse; ma il sindaco, per danneggiarli ulteriormente, minacciò la badessa

di gravi danni, se continuava a proteggere i Gesuiti. La situazione, già precaria, rischiava di peggiorare

ulteriormente, se non interveniva il canonico Stanislao Cocumelli, fratello del padre Vincenzo; il canonico li

fece accogliere nella chiesa di S. Salvatore, detta comunemente di S. Giuseppe. In questa chiesa, che

minacciava rovina, i Gesuiti si insediarono, la restaurarono, e dopo aver annesso al loro ordine l'antica

Congregazione di S. Giuseppe, eretta nella chiesa, iniziarono il loro ministero sacerdotale, che richiamò

gran concorso di popolo. Il numero dei Gesuiti, dimoranti in Ferentino, cominciò a diminuire, perché padre

Corti si ammalò e morì; unico superstite padre Lippi continuò la sua opera, istituendo il pio esercizio del

mese di maggio ed il sodalizio delle Figlie di Maria. Intanto già nel 1870-1871 tre padri gesuiti iniziarono

ad impartire lezioni nelle scuole inferiori, ormai rese private, del seminario diocesano; Poiché i seminaristi

non ebbero più l'autorizzazione a frequentare le scuole del collegio comunale, il vescovo Vitali chiese al

Padre Provinciale della Compagnia di Gesù l'autorizzazione all'insegnamento dei Gesuiti nel seminario

vescovile.

Nell'anno scolastico 1871-1872 il personale del seminario ferentinate fu cosi ripartito: P. Carlo M. Turri,

rettore e maestro di Belle Lettere; p. Tito Giacobini, Morale e Teologia dogmatica; p. Stefano Anticoli,

ministro e lettore di Filosofia (4); p. Giuseppe Severi, maestro di Grammatica della classe media e

superiore. Purtroppo, il numero degli alunni residenti in seminario e l'angustia dell'edificio imponevano che

le lezioni si tenessero nel dormitorio. Le camerate inoltre erano anguste e la biblioteca, conservata in uno

stretto ambiente, aveva bisogno di essere sistemata meglio.

Lo stipendio annuo dei quattro maestri ammontava a 500 scudi come fu pattuito; ma alla fine dell'anno

scolastico, il vescovo mons. Gesualdo Vitali, come atto di ringraziamento, dopo l'accademia che chiudeva

l'anno, con un biglietto di ringraziamento inviò al p. Turri, rettore, 100 scudi di premio. Tale premio, dono

personale del Vescovo, fu assegnato annualmente fino alla morte del Vitali.

Gli alunni continuavano a crescere sia nel numero (oltre 60 giovani) sia nel profitto, tanto che il personale

docente dovette essere ampliato. Nel seminario vescovile di Ferentino, il cui corso di studi era strutturato

dalla grammatica inferiore alla teologia, a partire dall'anno scolastico 1872-1873 furono aggiunte le

esercitazioni di Sacra Scrittura, di diritto canonico, di lingua francese. Inoltre il padre Giacobini ebbe

l'incarico di direttore spirituale dei seminaristi, i quali ricevevano insieme all'istruzione una formazione

morale, che li abituava alla frequenza ai sacramenti ed alle funzioni celebrate in S. Giuseppe, alla visita

degli infermi, alla partecipazione alle prediche svolte nelle chiese cittadine (5).

Prima che si aprisse il nuovo anno scolastico 1872-1873, all'interno del corpo docente si ebbero degli

avvicendamenti. Padre Severi, che soffriva di stomaco, il 17 settembre 1872 ottenne di recarsi a Napoli

per potersi curare; ritornato, dapprima si recò «a diporto» a Prossedi, poi andò a svolgere gli esercizi

spirituali a Giuliano, e ritornò a Prossedi. Padre Soriani fu destinato il 21 ottobre del medesimo anno a

Tivoli; il 24 ottobre arrivò in seminario p. Augusto Succi, maestro di matematica e fisica, ed il 3 novembre

p. Giuseppe Bianchini, nuovo ministro e maestro di grammatica superiore.

L'anno scolastico 1872-73 iniziò, in nome dell'Immacolata Vergine e sotto gli auspici del «patriarca» S.

Giuseppe e di S. Carlo, il 4 novembre 1872. Il personale del seminario era composto da p. Turri, rettore e

maestro di Belle Lettere, p. Bianchini, ministro e maestro di Grammatica superiore, p. Giacobini, direttore

spirituale e professore di Dogmatica e Morale, p. Succi professore di Fisica e Matematica, don Pietro

Bocanelli, sacerdote diocesano di Ferentino, maestro di Grammatica inferiore e don Camillo Iaconelli,

economo (6).

Per sostenere il peso economico dell'ampliamento didattico, non erano più sufficienti le magre entrate

dell'istituto. I sette padri Gesuiti erano già troppo sacrificati nell'angustia dei locali. Essi vivevano in tre

piccole stanze, una quarta, ancora più stretta ed esposta a nord fungeva da biblioteca. Il vitto era modico

e povera di medicamenti era l'infermeria. C'era bisogno di altri introiti, perché non bastava né lo stipendio

dato ai docenti né le elemosine delle messe. Il Rettore espose queste difficoltà economiche e dopo

qualche discussione sia con il Vescovo che con gli amministratori del luogo pio, si stabilì di aumentare la

retta mensile dei seminaristi di 5 scudi. Il lavoro dei Gesuiti si accrebbe ancor di più perché, oltre agli

interni, incominciarono a frequentare la scuola del Seminario anche 12 chierici esterni (7).

Nel 1878 fu un anno molto critico per il seminario vescovile di Ferentino; se dopo il 1870 le iscrizioni dei

giovani avevano fatto salire il numero ad ottanta, nel 1878 il pio istituto rischiò la chiusura. L'anno

scolastico si aprì con soli 13 allievi (8) e, per scongiurare il pericolo della chiusura, il Padre Rettore implorò

l'aiuto di S. Giuseppe, promettendo con voto di far celebrare una messa il giorno 19 di ogni mese (9).

Il motivo, per cui ci fu un decremento di iscritti, dipese da un duplice ordine di fattori: la leva obbligatoria

per tutti e il nuovo ordinamento degli studi, che prevedeva esami di idoneità, per chi frequentava scuole

private. Non fu tanto la leva obbligatoria, imposta a tutti i cittadini di sesso maschile dallo Stato Italiano a

far calare le presenze in seminario, quanto il cattivo esito degli esami, cui erano sottoposti i chierici. La

pessima prova fu conseguenza di un programma di studi diverso da quello richiesto dalle scuole statali.

Inoltre si erano verificati anche fenomeni incresciosi di indisciplina che costrinsero il Rettore ed il Vescovo

ad espellere i facinorosi (10).

Il 24 dicembre 1878, essendo andati i seminaristi a dare gli auguri di Natale al Vescovo, questi li

rimproverò per il cattivo esempio che davano durante le funzioni religiose della mattina: non solo non si

erano presentati alla messa i sei seminaristi convocati, ma se ne erano andati anche a spasso. Gli altri

seminaristi, durante le cerimonie liturgiche, erano scomposti nell'atteggiamento, ridevano e parlavano. Il

rimprovero non fu preso molto in considerazione; infatti nemmeno due mesi dopo, il 20 febbraio, giorno di

giovedì grasso, otto seminaristi, capeggiati dal prefetto e dal sottoprefetto, invece di andare a dormire

dopo la cena, nonostante che il Rettore avesse chiuso la porta, si introdussero in biblioteca e li

organizzarono una cena supplementare. Il Rettore, accortosi che in biblioteca era accesa la luce, andò a

ispezionare la camerata, vide chi stava a letto e chi mancava; poi, recatosi in biblioteca, apri pian piano la

porta e colse i trasgressori, mentre mangiavano. Li riprese e li invitò ad andare a letto; ma quelli non

obbedirono e continuarono a fare rumore per i corridoi. Anche padre Succi li rimproverò mandando un

inserviente, ad invitarli alla moderazione. Nemmeno questi riuscì a moderarli, allora il Rettore si impose di

autorità minacciando per il giorno dopo severe punizioni. Infatti il giorno seguente, a pranzo, gli otto

malandrini rimasero a pane e acqua; ma questi, quando videro servire agli altri il pranzo, si alzarono dal

loro posto e uscirono dal refettorio. Diede il cattivo esempio prima il prefetto Corsi, e dopo di lui il

sottoprefetto Silvino De Alexandris e gli alunni Severino Gasbarra, Casali e Alfredo Iacobelli (11). Gli altri

tre in punizione, Agostino Gabrielli, Cesare Magliozzi e Stanislao De Luca, non si mossero dal posto e dopo

il pranzo chiesero scusa al Rettore. Tra i seminaristi «ribelli» continuava a correre il malcontento, come

accadde il venerdì santo, 11 aprile 1879, quando a pranzo, essendo stato servito il pane avanzato a

colazione, alcuni si lagnarono ad alta voce.

Lo scandalo, però, successe il 21 maggio del medesimo anno, quando Alfredo Iacobelli fu espulso dal

seminario «per la sua insubordinazione, per gli amoreggiamenti con due civettine e per un libro pessimo

trovatogli». Lo Iacobelli non era tagliato per la vita ecclesiastica, per questo subiva con impazienza la

disciplina del seminario. Il giovane si rifiutò di andarsene dall'istituto forse intimorito per la reazione

paterna; allora fu mandato in castigo nella camerata dei «mezzani» in attesa dell'arrivo del genitore.

Questi arrivò la sera ed ebbe un furibondo colloquio con il Rettore, poi, violando la clausura della

camerata dei «grandi», cercò di introdurvi il figlio, imponendogli di rimanervi «finché non fosse strappato

dai Carabinieri».

Il 23 maggio il giovane obbedì ai consigli del canonico Patrizi, che lo pregava di star separato e di andare

a dormire nella camera dei «mezzani». Il padre, Cataldo, prima di partire per Supino aveva supplicato il

Vescovo affinché intercedesse a favore della riammissione del figlio in seminario. Mons. Vitali avrebbe

acconsentito, ma i Gesuiti, che risiedevano nel pio istituto, minacciarono di andarsene tutti se lo Iacobelli

tornava; allora, negando la grazia alla supplica, il Vescovo concesse ai giovane di restare fino alla

conclusione dell'anno scolastico in seminario, poi sarebbe stato licenziato definitivamente. Il 23 giugno,

invece, il padre ritirò anticipatamente il figlio e si fece dare indietro la retta dei due mesi, che restavano

alla conclusione dell'anno scolastico. Il cronista laconicamente annotò: «Sia ringraziato Dio e S. Luigi

Gonzaga che se n'è ito colle buone, senza chiasso» (12).

Liberato il seminario da studenti troppo vivaci, il 18 ottobre 1879, arrivò il nuovo padre ministro e

maestro di Grammatica; p. Giuseppe Bonavenia. Questi fece adottare un nuovo ordine di studi, ispirato al

programma dei Ginnasi del Regno d'Italia (13): il Ginnasio veniva distinto in quattro classi ed avrebbe

avuto due maestri, uno per le prime due classi, uno per le ultime due (14).

Le innovazioni favorirono la rinascita della scuola del seminario, in cui si iscrissero giovani non solo della

diocesi di Ferentino ma anche da Roma, Napoli, Abruzzo, Calabria, Puglia e Sardegna. Il 31 dicembre

1879, dopo un breve periodo di dolorosa malattia morì il vescovo Vitali e il 29 maggio 1880 gli successe

Pietro Facciotti di Palestrina. (15)

Durante l'anno scolastico 1879-1880 il seminario vescovile fu dedicato a S. Giuseppe, sposo della

Madonna, perché grazie al suo intervento era stato scongiurato il pericolo della chiusura dell'istituto. Il

seminario sperimentò nuovamente il patrocinio del protettore anche nell'anno scolastico 1882 - 1883:

infatti in tale periodo l'istituto dovette affrontare e superare tre gravi pericoli.

I seminaristi non potevano più uscire a spasso perché offesi con parole volgari dagli studenti del collegio

comunale e persino presi a sassate. Contemporaneamente cominciarono a circolare calunniose illazioni

contro i Padri Gesuiti, che insegnavano nel seminario. Tali calunnie furono pubblicate in un libercolo ed

anche in giornali come Il bersagliere, La Capitale, La Libertà, Il Popolo Romano. Il rettore venuto a

conoscenza di questa campagna diffamatoria mandò i giornali al Padre Provinciale e dovette subire nel

gennaio 1880 l'ispezione di due visitatori, inviati dal Ministro della Pubblica Istruzione I funzionari

controllarono ogni stanza del seminario ferentinate ed esaminarono gli allievi, che elogiarono per cultura e

preparazione. Così l'accusa cadde nell'oblio.

Superato questo scoglio, ad aprile del medesimo anno scoppiò un'epidemia di colera nel paese; in

seminario si verificarono alcuni casi, ma la preghiera devota al patrono S. Giuseppe scampò

miracolosamente il pio istituto dal contagio (16).

Mons. Facciotti nel 1881 dovette organizzare didatticamente il corso di filosofia razionale e

«sperimentale». Il problema consisteva nel raggruppare il corso di filosofia razionale nel primo anno e

quello di matematica e fisica in quello successivo oppure suddividere entrambi i corsi in due anni ciascuno.

Il Vescovo richiese che si esponessero i pareri favorevoli e contrari alle due proposte.

Al primo quesito «se si abbia a far tutto il corso di filosofia razionale in un anno e quello di matematica e

fisica in un altro», cinque erano le risposte favorevoli e quattro le contrarie.

A favore della scansione annuale vi era il vantaggio di avere sempre aperto «il passaggio dalle classi

ginnasiali», di applicarsi ad una sola materia, di avere maggiore continuità e di richiedere solo un

professore ed un anno di tempo. Tra gli svantaggi si annoveravano quello di non riuscire ad approfondire

la materia, di non avere esercitazioni di latino per un anno, di creare ostacoli per gli studenti senza

attitudine per le matematiche (inconvenienti ai quali si poteva ovviare con qualche esercizio letterario

almeno per i giorni di vacanza), di dover svolgere un corso troppo elementare e «compendiato».

Il secondo quesito richiedeva di rispondere se era possibile «dividere l'uno e l'altro corso in due anni». A

favore di tale proposta giocava la possibilità di una maggior applicazione allo studio, di una ripartizione più

didattica nelle discipline, essendo il primo anno propedeutico al secondo; non sarebbe mancata la

possibilità di svolgere esercizi letterari e ridurre lo spazio da attribuire alle matematiche. Di contro vi

erano altri svantaggi: ad esempio quello di avere «il passaggio alla filosofia... un anno sì e l'altro no», di

essere applicati allo studio di più materie con evidente dispersione di tempo e di fatica, di richiedere

l'insegnamento di più docenti. «Due professori toglierebbero ogni inconveniente e meglio tre»; inoltre si

sarebbe dovuto concedere un periodo di almeno due ore e mezza di scuola al mattino e altrettante la

sera. Questo tempo sarebbe stato insufficiente per spiegare ripetere le materie e far esercitare gli scolari.

I seminaristi avrebbero potuto studiare con diligenza le materie letterarie, ma «con discapito di tempo e di

applicazione alle materie filosofiche».

Il Vescovo di suo pugno stilò il regolamento: lo studio della filosofia razionale e «sperimentale» sarebbe

stato ripartito in due anni e il P. Augusto Succi per gli studenti del secondo anno si sarebbe impegnato ad

insegnare la fisica, che altrimenti sarebbe stata ignorata (17).

Sempre mons. Facciotti dettò il regolamento da seguire per lo svolgimento degli esami annuali. Al termine

del corso annuale di studi «tutti gli alunni di qualsivoglia scuola e classe» avrebbero sostenuto due prove:

una scritta e l'altra orale. I saggi scritti sarebbero stati svolti nel mese di luglio e ripartiti in modo tale che

tra essi vi sarebbe stato un congruo spazio di tempo; gli orali avrebbero avuto luogo nel mese di agosto. I

temi per gli «esperimenti» sarebbero stati assegnati «nell'atto e nel luogo stesso dell'esame»; invece le

materie oggetto d'esame orale, scelte dai professori entro il mese di giugno, non avrebbero dovuto

esulare dalle discipline studiate durante l'anno scolastico. Il merito degli alunni sarebbe stato determinato

non solo dai risultati conseguiti durante tutto l'anno scolastico, ma anche dal valore mostrato durante

l'esame (18). Subito dopo il superamento della prova orale, nell'ultima decade di agosto ci sarebbe stata

la distribuzione dei premi; coloro che non erano riusciti a superare qualche materia e, quindi, non erano

iscritti nel libretto dei premi, avrebbero subìto l'esame di riparazione prima della riapertura delle scuole e

nella data stabilita dal Rettore. I superiori, però, avrebbero potuto dispensare dalla riparazione di qualche

materia secondaria (storia e geografia) solo gli alunni di quinta ginnasiale, che aspiravano al passaggio in

Filosofia (19).

Il motivo di questa piccola riforma del regolamento del seminario era nato da una riunione del collegio dei

professori con il Vescovo. Tale consiglio propose alla discussione alcuni problemi, che non si potevano più

ignorare. Nel corso del precedente anno scolastico 1884-1885 i docenti si erano resi conto di alcune

manchevolezze del regolamento disciplinare e didattico. Una prassi sempre seguita era quella degli esami

trimestrali; cioè l'insegnamento di ogni materia veniva strutturato in modo tale che la verifica

dell'apprendimento avveniva allo scadere del trimestre. L'esperienza aveva dimostrato che tali esami

invece di favorire lo sviluppo del programma, si risolvevano in una perdita di tempo. Inoltre gli studenti

non imparavano a memoria i classici latini e italiani, mentre apprendevano mnemonicamente la storia e la

geografia, senza riflettere o capire le cause degli avvenimenti. Era trascurato l'insegnamento della lingua

italiana e la preparazione culturale conseguita in seconda e terza ginnasiale era insufficiente per il

passaggio alla classe quarta; anche gli studenti del corso superiore filosofico mostravano gravi carenze,

non superate durante la frequenza della quarta e quinta ginnasiale.

Era urgente prendere dei provvedimenti che almeno limitassero i vizi di uno studio non sempre

approfondito e di un metodo di insegnamento, che spesso indirizzava all'acquisizione di tecniche

mnemoniche e non sviluppava la riflessione. Allora all'unanimità l'assemblea prese la deliberazione di

abolire gli esami trimestrali, mentre rimanevano i gradi intermedi o «dignità»; poi per la ripartizione dei

compiti didattici si stabiliva che don Raffaele Angelisanti avrebbe insegnato nella prima ginnasiale, il padre

ministro nella seconda ginnasiale e il padre Bianchini nella terza ginnasiale. Questi ultimi due avrebbero

insegnato solo italiano, latino e greco; mentre padre Lippi avrebbe insegnato tutte le altre materie

comprese nel curriculum della seconda e terza ginnasiale (20).

I Padri Gesuiti non solo in seminario prestavano la loro opera, ma si prodigavano anche svolgendo

missioni nei centri della diocesi, compiendo veri «miracoli», come quello di riuscire a far confessare

persone, che non si accostavano al sacramento della penitenza da 15-20 anni. Nell'anno scolastico 1883

1884 si verificarono altri cambiamenti nel corpo insegnante: p. Costantino Lippi, zelante parroco di S.

Salvatore, fu chiamato ad insegnare in seminario (21); p. Luigi Bianchi, dopo avere insegnato per due

anni in quarta e quinta ginnasiale, fu revocato; p. Francesco Rossi fu destinato al Seminario Stratense,

dopo aver svolto insegnamento nella scuola elementare. Fu rimosso anche p. Pio De Mandato per tre anni

lettore di teologia e prefetto spirituale degli alunni (22).

Il 19 aprile 1885, il vescovo Facciotti consacrò alla Madonna 12 giovani, istituendo nel seminario il

sodalizio dell'Immacolata Concezione (23). Fino al 1886 il compito di padre spirituale dei seminaristi era

stato svolto con diligenza dal p. Roberto Gherardi; dopo tale data lo sostituì p. Ettore Venturini, maestro

di teologia (24). Anche p. Carlo M. Turri definitivamente abbandonò la carica di rettore nel 1887 (25).

Prima che p. Turri rinunciasse alla carica dopo 16 anni di servizio sorsero, delle incomprensioni tra lui e il

vescovo Facciotti. Il Vescovo nelle sue visite al seminario si era accorto dell'angustia dell'edificio, che non

poteva più contenere oltre gli ottanta seminaristi in esso dimoranti. Era necessario ampliare la fabbrica,

ma le finanze del pio istituto non consentivano molte spese. Dapprima si pensò di accomodare l'edificio

alla meglio, distribuendo gli alunni nelle camerate, ma subito tale progetto causò i primi dissapori. In una

lettera del 2 ottobre 1886 il rettore padre Turri rimproverava il Vescovo di aver cambiato progetto del

restauro dell'edificio inaspettatamente. Prima era sembrato che mons. Facciotti avesse accettato la

proposta del rettore di far ristrutturare le stanze adibite a biblioteca; successivamente era giunta al p.

Turri la notizia dell'inizio di altri lavori. Aveva sentito dire che il Vescovo disegnava di mettere nella

camera dei «piccoli» i sette «grandi» della seconda camerata, nella parte di stanza separata dal resto

dell'ambiente da un arco. Tale progetto al Rettore apparve subito poco funzionale, sia perché le due

camerate sarebbero state intercomunicanti con grave pregiudizio della disciplina, sia perché il numero dei

«grandi» si sarebbe accresciuto di lì a poco con i ragazzi quindicenni provenienti da Chieti. Al Rettore

pareva opportuno che i «grandi» stessero al piano superiore, vicino alla sua camera per essere

continuamente vigilati (26).

La risposta del Vescovo fu immediata; lo stesso giorno, al ricevimento della lettera del Rettore, mons.

Facciotti stese di getto una replica, che poi limò per renderla meno aspra. Il progetto iniziale di sistemare

la biblioteca in vari ambienti era stato mutato perché era apparso subito inconcepibile; ma era «del tutto

nuova l'idea di collocare i sette alunni grandi nell'appendice che si andrà a fare nella camerata seconda

(dei «piccoli»)». Il Vescovo non aveva mai pensato a tale opportunità né altri l'avevano manifestata;

anche se qualcuno avesse proposto tale mescolanza, l'Ordinario non l'avrebbe mai approvata. Faceva

parte integrante «dell'unico progetto realizzabile... l'idea di collocare nell'attuale camera dei piccoli, dopo

che sarà ingrandita del vano adiacente, la camerata dei mezzanini, come quella che riesce sempre la più

numerosa (canc.: e d'ordinario la più irrequieta) e di trasportare i piccoli all'attuale camera dei mezzani e

questi collocarli nella camera inferiore, ora dei mezzanini» (27). Sperando di aver chiarito ogni dubbio e

desiderando di evitare ogni «incidente» che potesse ritardare i lavori di ristrutturazione dell'edificio, mons.

Facciotti scrisse anche a p. Tommaso Ghetti, provinciale della Provincia romana della Societas Iesu. La

sua lettera doveva essere una chiarificazione degli screzi sorti fra lui ed il padre rettore che aveva

minacciato, mediante pronunciamento del Padre Provinciale, il ritiro di due professori. il padre Succi e il

padre Bianchini. Padre Turri, infatti, aveva lamentato che ai due padri non era stata ancora assegnata una

comoda abitazione, almeno due camere; se tali ambienti non fossero stati approntati in breve tempo, egli

si sarebbe trovato costretto a ritirare i due professori dal seminario vescovile di Ferentino. Il Vescovo, per

scongiurare tale pericolo, subito si recò in seminario, per provvedere alle necessità dei due padri Succi e

Bianchini. Non riuscendo a trovare accordo con il Rettore, al Facciotti non restò altro che iniziare le

trattative di acquisto di una casa vicina al seminario, di proprietà della famiglia Roffi Isabelli, abitata dal

Colocci. Con tale acquisto, che imponeva sacrifici gravosi come quello di «comprare quella casa... a prezzo

di affezione», il Vescovo avrebbe risolto due problemi: reperire l'alloggio ai professori e procurarsi locali

per le aule scolastiche, dato che il seminario non disponeva di spazio per la scuola interna.

Sfortunatamente le trattative di acquisto non andarono in porto, perché il signor Roffi Isabelli era impedito

da una clausola testamentaria di vendere quella casa; infatti «la conservazione della casa e l'assunzione

del cognome Isabelli erano due condizioni apposte all'eredità». Al Vescovo, quindi, rimase solo

l'opportunità di adattare due camere, ricavandole da un ambiente già esistente all'interno del seminario;

questo, data la situazione, era l'unico progetto realizzabile a breve termine (28). Chiarita la situazione e

ricevute anche le scuse del Padre Provinciale (29), il vescovo Facciotti continuò nella realizzazione dei

lavori di restauro, ma subito si evidenziò la necessità di ampliare l'edificio con la costruzione di una nuova

ala. Le finanze del pio istituto erano ridotte ai minimi termini: i sessantasei seminaristi pagavano una

retta annua che a stento copriva le spese per il vitto (sei di essi erano accolti gratuitamente nel pio

istituto). Per il vitto ai sette gesuiti che risiedevano in seminario (superiori e professori), si spendevano £.

2500. Lo stato attivo del bilancio economico del 1888 ammontava a £. 4829, quello passivo a £. 11432

con un disavanzo di £. 6603 (30).

I lavori di ristrutturazione dell'edificio erano urgenti e non si potevano più procrastinare, anche a costo di

richiedere un mutuo, espediente troppo oneroso per le finanze della diocesi. La Provvidenza intervenne

perché il pontefice Leone XIII, assai legato alla diocesi ferentinate, perché vi aveva ricevuto gli ordini

minori nel 1843, nel 1888 inviò al seminario vescovile di Ferentino un dono di 23.000 lire con il card.

Gaetano Aloisi Masella; successivamente il Papa donò altre somme per un totale complessivo di £.

26.000. La Compagnia di Gesù donò £. 1.000 ed il resto si ottenne grazie alle oblazioni dello stesso

Vescovo e di pie persone (31).

Si conserva nell'Archivio Vescovile di Ferentino sia il «Resoconto sommario dell'amministrazione della

Fabbrica del Seminario», sia il «Giornale dei pagamenti». Questi due interessanti documenti sono rilegati

insieme nel volumetto, che contiene le Regole per il buon andamento del Seminario di Ferentino stilate dal

vescovo Gritti nel 1727 (32). Il «Giornale dei pagamenti» è compilato dallo stesso vescovo Facciotti e

riporta tutte le spese affrontate per la fabbrica del nuovo edificio, i cui lavori durarono dal 1889 al 1890,

con la direzione dei lavori affidata all'architetto Giuseppe Morosini e all'architetto Augusto Carletti.

Se la fabbrica fu ultimata nel giro di un anno i pagamenti per il lavoro durarono fino al dicembre 1895 per

una somma totale di £. 50.535 e 7 centesimi.

Le entrate, invece, ammontarono a £. 41.194 e 45 centesimi (33); ci fu un disavanzo di £. 5.340 e 62

centesimi, che tuttavia il vescovo Facciotti il 22 settembre 1897 riuscì a colmare, devolvendo

all'amministrazione del seminario i fondi stanziati per la fabbrica della nuova cattedrale, iniziata dal

predecessore mons. Tirabassi, mai portata a termine (34).

Terminati i lavori, il nuovo edificio constava di due piani, era largo circa 34 piedi e lungo 100; il vescovo

fece apporre una lapide commemorativa, composta da p. Antonio Angelini, sull'ingresso della nuova ala

dell'edificio (35).

Durante l'anno 1889 si erano verificati altri avvicendamenti nelle cariche: alla morte dell'economo, il can.

Camillo Iaconelli, fu nominato Cesare Corsi. Anche p. Bianchini fu collocato a riposo ed il suo incarico di

docente di terza ginnasiale fu dato a p. Giovanni Perciballi (36). Alla carica di Rettore, dopo le dimissioni

di p. Turri, era stato eletto p Felice Massaruti, che si era prodigato moltissimo durante i lavori per

l'edificazione della nuova ala del Seminario.

Nel 1890, mentre il p. Massaruti stava predicando le missioni in Guarcino, si ammalò di polmonite e morì

il 5 aprile; a lui successe fino al 13 giugno temporaneamente p. Gerardo Bracaglia, ministro del

Seminario, e poi il p. Luigi Banti, che mantenne la carica di rettore fino alla sua morte, avvenuta nel 1909.

Nel 1890 giunse nel Seminario p. Cesare Agolanti, nuovo maestro di terza ginnasiale e gli alunni di questa

classe sostennero con successo gli esami di passaggio alla classe quarta in Veroli (37).

L'anno successivo, 1891, di nuovo i Seminaristi sperimentarono il patrocinio del loro protettore S.

Giuseppe; il 18 aprile, mentre stavano in cappella per i vespri in onore del santo patrono, il pavimento al

centro della stanza crollò sotto i piedi del Rettore e di alcuni alunni. Nonostante il volo di circa dieci piedi

di altezza, tutti uscirono incolumi: notevole fu la paura degli altri Seminaristi, che assistettero al disastro.

I lavori di restauro furono veloci: infatti Leone XIII, donò, per rifare il pavimento, altre 3.000 lire.

Nello stesso anno i Seminaristi, che dovevano essere ammessi al primo liceo, si recarono a Roma per

sostenere l'esame di stato: di sei, che sostennero la prova, solo uno fu promosso, gli altri furono

rimandati alla sessione riparatrice di settembre. Prima dell'inizio dell'anno scolastico 1891 - 92 vennero

rimossi dalle loro cariche il p. Stanislao Orzechowski, sostituito da Giacomo Ciuffa, e p. Cesare Agolanti,

sostituito da Giuseppe Buccolini (38).

La cattiva prova, data agli esami, fece risentire i genitori dei seminaristi, che, lamentandosi, minacciarono

di ritirare dal Seminario i loro figli. Il vescovo Facciotti si apprestò a richiedere al padre provinciale di

Roma, Emanuele De Caro, altri maestri, che soddisfacessero meglio lo svolgimento del programma,

richiesto dai programmi statali. Il padre provinciale rispose il 6 dicembre 1891 con una lettera molto

significativa: egli non poteva inviare altri padri gesuiti nel seminario vescovile per motivi economici.

La carenza di personale docente rendeva «difficile, per non dire impossibile, oltre all'insegnamento delle

facoltà di Teologia e di Filosofia, seguire il programma governativo proprio dei Ginnasi». I docenti non

riuscivano a far fronte ai due programmi e, purtroppo, presentandosi i seminaristi agli esami con una

preparazione frammentaria, essi venivano bocciati: naturalmente «una parte di responsabilità è forza che

cada su chi regge gli studii». Il Padre Provinciale non poteva aumentare il numero dei Padri già dimoranti

in Ferentino ed allora proponeva, come rimedio, il ritorno «all'antico», cioè al periodo in cui si sceglievano

i docenti tra il clero diocesano. Forse, non essendoci più l'egemonia culturale gesuitica, molti seminaristi si

sarebbero ritirati dall'istituto; ma ciò che poteva all'apparenza sembrare un male, successivamente

sarebbe stato un beneficio per il seminario ferentinate, che sarebbe ritornato ad essere vivaio di vocazioni

religiose e non un collegio, dove conseguire a buon prezzo l'ambito diploma della licenza ginnasiale. Il

decremento degli iscritti avrebbe giovato anche alla diminuzione della retta e cosi si sarebbero

incoraggiate le vocazioni religiose. L'aiuto di sacerdoti diocesani, che avrebbero insegnato nella classe

elementare ed in quella preparatoria, avrebbe permesso ai Gesuiti di dedicarsi solo all'insegnamento della

Teologia, Filosofia, Retorica e Belle Lettere (39).

Dal seminario ferentinate uscirono, nel 1892, sacerdoti Domenico brio di Villa S. Stefano, Francesco

Saverio Di Torrice di Ferentino, Ludovico De Sanctis di Ceccano e Giuseppe Gasbarra di Ferentino (40).

Nel seminario non si curava solo la preparazione culturale e spirituale degli alunni, ma anche la

formazione completa della personalità, che richiedeva anche momenti di svago (41).

Prima della Quaresima nel 1893, in occasione del Carnevale i seminaristi organizzarono un

«trattenimento», cioè una serie di spettacoli dal giovedì al martedì grasso per cinque sere, alle ore 18. Li

aveva guidati il p. Roberto Gherardi, che li consigliò di stampare anche una locandina valevole come

biglietto di invito. Il programma consisteva in brevi rappresentazioni teatrali, frammentate da pezzi di

musica vocale e strumentale. Il giovedì grasso si rappresentò Enguerrando, dramma in tre atti con

prologo e, dopo l'intervallo, Il giovane maestro, scherzoso in prosa e musica. Il sabato ci furono tre

rappresentazioni: La locanda (commedia in due atti), Il giovane maestro (scherzo in prosa e musica),

Terzetto buffo. La domenica era in programma L'Ave Maria, un dramma in cinque atti, e il terzetto buffo

Crispino e la comare; il lunedì si replicava L'Ave Maria e si recitava il duetto di Donizetti Siete un asino

calzato. Il martedì, ultimo giorno di rappresentazione, si recitava la commedia in quattro atti Lo Spilorcio

e, a conclusione della serata, la replica di quello che oggi chiameremmo commedia musicale, Il giovane

maestro, già rappresentato il sabato precedente (42).

Questo spettacolo, cui parteciparono molti cittadini, ebbe gran successo; però alla fine dell'anno scolastico

giunse la triste notizia che p Gherardi, padre spirituale e lettore di teologia, era stato trasferito a Frascati,

al suo posto fu inviato il p. Carlo Giuseppe Rinaldi (43). Nel 1895 p. Lippi fu sostituito da p Domenico

Lazzarini; P. Gherardo Bracaglia, che per quindici anni aveva ricoperto l'incarico di ministro, fu sostituito

da p. Silvio Fabbri, che ricoprì anche l'incarico, precedentemente svolto da p. Succi, di docente di filosofia

razionale: al maestro di quarta e quinta ginnasiale Giuseppe Casali docente di italiano, si sostituì

Salvatore Giordani (44).

Il vescovo Facciotti intervenne presso il Padre Provinciale, chiedendo che padre Lippi venisse sostituito da

p Radaelli; l'unico inconveniente era che il Radaelli non avrebbe potuto raggiungere il seminario di

Ferentino in breve tempo, ma provvisoriamente lo poteva supplire il Rettore (45). La richiesta del Vescovo

non fu accolta e a Ferentino fu mandato p. Lazzarini a cui il Facciotti promise uno stipendio annuo di £.

300.

Al momento della riapertura delle lezioni per l'anno scolastico 1895-96 risultò scoperto l'insegnamento del

latino nella seconda ginnasiale; il Vescovo pensò di assegnarlo al p. Lazzarini, che invece rifiutò l'incarico.

Mons. Facciotti, non potendo reperire altri docenti, come consigliava il Rettore, sia per non gravare

l'istituto di un altro onere finanziario, sia perché non vi erano maestri idonei in possesso dei requisiti

richiesti, si rivolse al p. Provinciale perché potesse ottenere l'accettazione del p. Lazzarini a docente di

latino per la seconda ginnasiale (46). Il Padre Provinciale, Emanuele De Caro, nella risposta spiegò il

motivo per cui aveva mandato p. Lazzarini in sostituzione del p. Lippi; infatti a suo giudizio aveva buoni

titoli per insegnare geografia e catechismo e per la sua sapienza avrebbe certamente dato lustro al

seminario di Ferentino. Alla richiesta di assegnare altri compiti didattici al dotto p. Lazzarini il Provinciale

opponeva delle riserve, in quanto nella Compagnia la regola principale era di non costringere «i sudditi a

ciò che si giudica eccessivo. La cura della chiesa di S. Giuseppe e della congregazione e l'insegnamento

del latino in una classe ginnasiale con le altre incombenze eccede veramente le forze del p. Lazzarini». Vi

era anche un motivo in più per non gravare il padre con oneri scolastici: egli era venuto a Ferentino mal

volentieri e con animo insoddisfatto vi rimaneva. Nessuno in tutta la provincia, confidava amaramente il

Provinciale, voleva venire in Ferentino alla condizione «di dover fare una scuola sia pur secondaria e per

breve ora». Il p. Lazzarini non voleva insegnare non solo per «ripugnanza» alla scuola, ma anche perché

era consapevole che troppe incombenze lo avrebbero costretto a non essere diligente in tutto. Il p.

Provinciale era a conoscenza dei problemi finanziari, in cui si dibatteva il seminario vescovile di Ferentino,

tuttavia non voleva gravare i padri gesuiti con altro lavoro: «quando si tratta di mutare o alleggerire

qualche vecchio, non si può imporre ai nuovi venuti un peso insopportabile».

Nella conclusione della lettera il De Caro suggeriva al Vescovo un possibile «rimedio»; già da quando si

era parlato della rimozione del p. Lippi, egli aveva suggerito al rettore di assegnare la chiesa di S.

Giuseppe con la Congregazione, in essa eretta, ad un sacerdote del clero diocesano e «con quello che si

richiede al mantenimento del p. Lazzarini si paghi un professore esterno; e detto padre si ritiri del tutto da

Ferentino» (47). Purtroppo il p. Domenico Lazzarini non vide mai realizzato tale progetto e rimase nel

seminario ferentinate fino al 1923, ora come rettore (1911 e 1922-23) ora come ministro (1898-1901,

1910, 1914-16).

Di nuovo il numero dei seminaristi crebbe e ad essi si aggiunse un discreto gruppo di «chierici dimoranti in

Ferentino fuori del Seminario», per i quali fu opportuno scrivere un «Regolamento» (48). Anche i chierici

frequentanti il Seminario, ma dimoranti fuori di esso, dovevano indossare l'abito ecclesiastico e la tonsura

(art. I); non dovevano «accompagnarsi a giovani conosciuti come sospetti in fatto di religione e di

costumi... mettersi a giocare o correre in luoghi dove sia frequenza di popolo» (art. II). Il loro

comportamento doveva essere sempre dignitoso e mai fonte di scandalo, tanto che all'imbrunire i giovani

dovevano già stare in casa e non uscirne se non per gravi motivi e «accompagnati da persona grave e di

nota probità» (art. III). Dopo l'ammissione alle scuole del Seminario, rinnovabile di anno in anno a

beneplacito del Vescovo (art.IV), l'obbligo principale del chierico esterno era la puntualità alle lezioni ed il

rispetto al regolamento designato dal p Rettore (art. V). A tale obbligo seguivano altri oneri spirituali:

ascoltare la messa tutti i giorni e partecipare alla congregazione mariana del seminario tutti i dì festivi

(art. VII). Dalla congregazione mariana e dalle esortazioni e catechismi, svolti ogni giovedì, il chierico non

poteva assentarsi senza l'ordine del rettore o del direttore spirituale (art. IX), anche se in tali occasioni

egli doveva prestare servizio catechistico in parrocchia, servizio cui pure era obbligato (art. XIV). L'unica

differenza tra il chierico esterno e l'alunno consisteva nella residenza. Il primo tornava a casa dopo le

lezioni e gli era «interdetta qualsivoglia comunicazione con gli alunni»; il secondo risiedeva stabilmente

all'interno del Seminario. Per gli altri oneri anche l'esterno era obbligato a confessarsi e comunicarsi ogni

15 giorni (art. VIII), a seguire annualmente gli esercizi spirituali (art. X), a prestare servizio in cattedrale

nelle novene, nelle funzioni in occasioni di esercizi e di missioni al popolo (art. XI), alle processioni (art.

XII) e alle funzioni parrocchiali durante la vacanza autunnale (art. XIII). Il gruppo dei chierici esterni

avrebbe sostituito nella partecipazione a messe cantate e nei vespri i seminaristi, qualora questi ne

fossero stati impediti (art. XI).

Il 1897 fu un anno di notevoli cambiamenti per il seminario. Cambiò nuovamente il personale: p. Silvio

Fabbri fu sostituito da p. Lazzarini nell'incarico di ministro o vicerettore; p. Mozzetti, docente di teologia, e

p. Natalini, docente di matematica e fisica, furono trasferiti nel seminario stratense. In Ferentino furono

inviati gli insegnanti p. Giuseppe Buccolini, per la seconda ginnasiale, e p. Massimiliano Basagni, per la

quarta e quinta ginnasiale (49).

Anche il vescovo Pietro Facciotti si dimise per motivi di salute e rimase in diocesi solo come

amministratore apostolico, in attesa che lo sostituisse il nuovo Ordinario mons. Domenico Bianconi di

Priverno, che fece il suo ingresso solenne nella diocesi ferentinate il 28 aprile 1898 (50). Con l'arrivo del

nuovo Pastore si verificò un incremento di iscrizioni in seminario; infatti vi chiesero accesso non solo il

nipote del Vescovo, ma anche moltissimi giovani della diocesi di Priverno. Per festeggiare il novello

pastore i seminaristi si esibirono in un applauditissima accademia musicale e poetica (51).

Prima che si concludesse l'anno 1898 ci furono diversi avvicendamenti nella classe insegnante del

seminario. Salvatore Giordani partì per compiere il servizio militare e fu supplito da p. Giovanni Perciballi.

Il p. Basagni, per motivi di salute, non poté mantenere l'insegnamento della quarta e quinta ginnasiale;

quindi il suo corso fu sdoppiato, a lui fu data la quarta e al p. Perciballi la quinta ginnasiale. La terza

ginnasiale fu affidata al p. Buccolini e la prima e la seconda classe a sacerdoti del clero diocesano (52).

Intanto cominciarono a sorgere piccole incomprensioni tra il clero cittadino e i Gesuiti, le cui prime

avvisaglie furono le laconiche dimissioni da maestro di canto gregoriano e di prima ginnasiale del canonico

Camillo Zeppa, senza specificarne il motivo, il 31 agosto 1897 (53).

Note

1) Giuseppe M. Lais fu eletto vescovo di Ferentino il 10 marzo 1823 e resse la diocesi fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 1836. Fu

amministratore apostolico della diocesi di Anagni e il 12 ottobre 1834 in Ferentino conferì gli ordi minori al futuro Leone XIII (Gioacchino

Pecci). La sua opera fu contrassegna da un notevole zelo. Morì in odore di santità ed il suo corpo fu sepolto in cattedrale.

2) Vincenzo Macioti, di Velletri, successe al Lais sulla cattedra di Ferentino il 1° febbraio 1836. Il suo episcopato fu breve, non durò che

quattro anni; tuttavia non fu infecondo di opere. Eresse la collegiata di S. Maria in Supino e svolgendo nel 1836 la sacra visita riformò tutte le

istituzioni della sua diocesi. Morendo nel 1840, lasciò tutte le sue sostanze per l'erezione di un orfanotrofio in Ferentino.

3) Bernardo M. Tirabassi fu eletto vescovo di Ferentino il 20 gennaio 1845.Fu nunzio ed incaricato d'affari della Santa Sede presso la corte

granducale di Firenze. A Lucerna, in Svizzera, fu uditore della Nunziatura. Preso possesso della diocesi ferentinate, svolse nel 1846 una visita

pastorale molto diligente e puntuale. A lui si deve anche un'edizione del catechismo, diviso in 10 classi. Morì nel 1865.

4) Gesualdo Vitali, eletto vescovo di Ferentino il 27 marzo 1865, resse la diocesi per 15 anni, fino al 1880. Ebbe una particolare benevolenza

per i Gesuiti, e subito dopo la presa di Roma da parte dei piemontesi, nel 1873 chiamò a dirigere il seminario vescovile. Partecipò al concilio

Vaticano I con interventi personali: Alla sua morte lasciò al capitolo di Ferentino la sua biblioteca, ricca di volumi di diritto Canonico e Civile

(Cfr. B. Bellone, I vescovi dello stato pontificio al Concilio Vaticano I, Roma 1966, ff. 40 - 43).

5) Pietro Facciotti, eletto vescovo di Ferentino il 27 febbraio 1880, resse la diocesi fino al 1897, quando per motivi di salute abbandonò la

cattedra, assumendo titolo di vescovo di Calcide d'Europa. Grazie ai proventi offertigli da Leone XIII, ampliò il seminario, costruendo il nuovo

braccio sull'area del giardino. Restaurò il vecchio edificio, rinnovò la cappella e ricavò nel fabbricato un decoroso appartamento per i Gesuiti.

6) AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, f. 318, minuta della Relazione ad limina di N. Buschi del 1815.

7) Arch. Sem., Esito, 1834 - 1835, f. 1r.

8) AVF, Visite Pastorali, 1836, Quesiti generali e Risposte.

9) Ibidem; nel 1836 il cuoco era Bartolomeo Spadone.

10) Ibidem; nel 1836 lo sguattero era Francesco Caprara.

11) Ibidem; nel 1836 il cameriere era Angelo Genovesi.

12) Ibidem; il cuoco giubilato era nel 1836 Giovanni Fabianini.

13) Arcb. Sem., Esito, 1826 - 1827, f. 1; il dottore del seminario era Domenico Iaconelli.

14) Arch. Sem., Esito, 1839 - 1840, f. 1; il chirurgo del seminario era Giuseppe De Luca.

15) Arch. Sem., Esito, 1826 - 1827, f. 1; il ragioniere o computista era Giovanni Pisani.

16) Ibidem; il procuratore era il signor Francesco Antonio Poce.

17) Ibidem, il portiere era il signor Bernardino Arduini.

18) Ibidem; il barbiere nel 1826 - 27 era il signor Domenico Marra.

19) Ibidem; il rettore nel 1826 - 27 era il can. Pietro Paolo Pisani. Dagli altri registri di uscite conservati nell'Archivio del Seminario di

Ferentino, si conoscono i nomi dei rettori, fino all'anno 1843 - 44. Nel 1827 - 28 era il can. Renato Magni, che tenne la carica fino al 15

gennaio 1837; dal 15 gennaio al 31 ottobre 1837 fu rettore il can. Collalti. Dal 1837 al 1841 fu rettore don Luigi Gasbarra; dal 1841 al 1844 il

can. Ambrogio Lucioli.

20) Ibidem; l'economo del seminario nel 1826 - 27 fu il can. Acquaquita, che tenne tale carica fino al 1831 - 32. Dal 1833 al 1838 fu

economo don Luigi Liburdi; dal 1839 al 1841 il can. Ambrogio Virgili; nel 1841 - 42 il can. Mariano di Rocco e nel 1843 - 44 il can. Domenico

Necci.

21) Ibidem, il ripetitore nel 1826 - 27 era don Ambrogio Lucioli, che mantenne la carica fino al 1834 - 35. Nel 1836 - 37 fu ripetitore don

Vincenzo Giannoni; nel 1837 - 38 Luigi Gasbarra, in quell'anno anche rettore; dal 1839 al 1844 don Giovanni Battista De Santis.

22) I prefetti erano tre: uno per la camerata dei «piccoli», uno per quella dei «mezzani» ed uno per quella dei «grandi». Nel 1841 - 42

ricevettero anche un modico stipendio per l'opera da loro svolta. Alessandro De Luca, Prefetto dei «grandi», ricevette 10 scudi; Giuseppe

Marella e Arduino Baglioni, prefetti dei «mezzani», rispettivamente 6 e 4 scudi; Giacinto De Santis, prefetto dei «piccoli», 6 scudi.

23) Arch. Sem., Esito, 1826 - 1827, f. 1; il maestro di canto nel 1826 - 27 era il signor Giuseppe Ballabene; egli tenne la carica fino al 1831 -

32. Nel 1833 - 34 il ruolo di maestro di canto fu vacante, ma nel 1836 - 37 fu ricoperto, con un salario di 12 scudi, dal can. Giovanni Battista

Cocumelli, che mantenne l'incarico fino al 1837 - 38; dal 1839 al 1844 il ruolo di maestro di canto fu ricoperto dal rettore.

24) AVF, Visite Pastorali, 1836.

25) Cappelletti, Le diocesi d'Italia, Ferentino, p. 424. Cfr. anche AVF, Vescovi, f. 101v.

26) AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, ff. 427ss, minuta della Relazione ad limina di Gaudenzio Patrignani 1822. Il 21 novembre 1807 Filippo

Colonna si avvalse del suo diritto di elezione e presentò il chierico Caperchi. Per l'altro mezzo posto, di giuspatronato della sua famiglia, lasciò

al vescovo la scelta tra il novello sacerdote Angelo Mattia, il chierico Michelangelo Masi di Ceccano ed il chierico Giuseppe Valenti di Patrica

(AVF, Informazioni, vol. D/VI ff. 630ss.

27) Ibidem, ff 433ss.

28) Ibidem. Nel 1822 era vacante l'insegnamento di canto gregoriano.

29) La retta, che i seminaristi versavano anticipatamente ogni trimestre, oscillava, intorno ai primi decenni del XIX secolo, dai 36 scudi (AVF,

Visite Pastorali, 1755 - 1825, minuta di Relazione ad limina di Nicola Buschi, 1815, ff 318ss) ai 48 scudi annui (Ibidem, minuta di Relazione

ad limina di G. Patrignani, 1822, f. 432v.).

30) AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, minuta di Relazione ad limina di G. Patrignani, 1822, f 439.

31) F. Caraffa, Il seminario diocesano diAnagni, cit., p. 21.

32) AVF, Decreti disciplinari e locali emanati in atto della I S. Visita Pastorale da S.S. Ill.ma e Rev.ma Mons. vescovo Vincenzo Macioti, in

Visite Pastorali, 1836.

33) Riguardo alla Bolla papale di Benedetto XIII dal 12 dicembre 1727 si rimanda al prossimo paragrafo di questo capitolo: «Controversie con

il Comune di Ferentino».

34) Sono le regole stilate nel Sinodo del 1767. (Cfr. AVF, Visite Pastorali, 1755

1825, minuta di relazione ad limina di G. Patrignani, 1822, f. 433r).

35) AVF, Decreti disciplinari di Mons. Macioti (1836), cit. Il Vescovo non tralasciò di ordinare anche il comportamento degli inservienti del

seminario che si presentavano scamiciati, sudici e non rispettavano le più elementari norme dell'igiene nel preparare e servire i cibi. Ai

camerieri il Macioti ordinò di indossare grembiuli sempre puliti, quando servivano a tavola i seminaristi; di spazzare le camerate due volte la

settimana in estate e una volta la settimana in inverno. Al cuoco ordinò di usare forchettone e cucchiaione e non le mani per dividere le

pietanze; inoltre gli prescrisse di mantenere sempre pulita la cucina e di rimuovervi il suo letto, entro il termine di giorni tre. L'economo

avrebbe stabilito un'altra stanza per abitazione del cuoco. Anche agli inservienti del seminario era richiesto l'esercizio di una vita pia e

cristiana. Una volta al mese avrebbero esibito al rettore l'attestato di essersi confessati; se per tre volte fossero stati inosservanti di tale

ordine, sarebbero stati licenziati.

36) AVF, Avviso a tutti quelli che desiderano porre i loro giovani nel Seminario di Ferentino, 1836, stampato nella tipografia vescovile di

Ferentino.

37) Mons. Canali abbandonò la diocesi di Ferentino, perché nel 1842 fu proclamato vicegerente di Roma e quindi trasferito al titolo di

Arcivescovo di Colossi. Nel 1845 fu nominato patriarca di Costantinopoli.

38) AVF, Visite Pastorali, 1841, fascicolo G. Visita del Venerabile Seminario di Ferentino, 29 luglio 1841.

39) Mons. Antonucci resse la diocesi di Ferentino per soli tre anni, dal 22 luglio 1842 al 1845, quando fu nominato al titolo di Arcivescovo di

Tarsi e inviato come nunzio Apostolico alla corte sabauda di Torino.

40) AVF, Visite Pastorali, 1842.

41) AVF, Visite Pastorali, 1850.

42) ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di B. M. Tirabassi del 18 dicembre l85l.

43) Ibidem, Relazione di B. M. Tirabassi del 15 dicembre 1856.

44) Ibidem, Relazione di B. M. Tirabassi del 18 dicembre 1851.

45) AVF, Visite Pastorali, 1836.

46) ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di G. Vitali del 12 giugno 1867.

47) Ibidem, Relazione di G. Vitali del 10 novembre 1871.

§ 2. Controversie con il Comune di Ferentino

1) ASFr, Seminario, delibera consiliare del 18 settembre 1830, con acclusa copia della bolla di Benedetto XIII (12 dicembre 1727).

2) Ibidem.

3) Ibidem, deliberazione consiliare del 14 ottobre 1830. Gli altri concorrenti riportarono questi voti: Luigi Cataldi, voti favorevoli 8, voti

contrari 9; Ambrogio Patrizi, voti favorevoli 8, voti contrari 9; Pasquale Bernola, voti favorevoli 6, voti contrari 10 (astenutosi dalla votazione

il consigliere Giuseppe Bernola, perché cugino); Antonio Querci voti favorevoli 11, voti contrari 6.

4) Ibidem, lettera di Enrico Lolli al governatore di Ferentino Giuseppe Santarelli (24 ottobre 1830).

5) Ibidem, supplica di Luigi Cataldi al Delegato apostolico di Frosinone (19/11/1830).

6) Ibidem, risposta al Delegato Apostolico di Frosinone del 31 ottobre 1830.

7) Ibidem, deliberazione consiliare del 1° agosto 1835.

8) Ibidem, deliberazione consiliare del 13 luglio 1840.

9) Ibidem, supplica di Romualdo Di Rocco a mons. Orlandini, delegato apostolico di Frosinone (8 agosto 1840).

10) Ibidem, supplica di F.A. De Andreis al Delegato Apostolico di Frosinone (3 novembre 1840).

11) Ibidem, deliberazione consiliare del 7 gennaio 1841.

12) Ibidem, Risposta del Delegato Apostolico del 18 marzo 1841. La Delegazione prima di dare il responso aveva preso informazioni,

cercando di moderare la rivendicazione di autonomia del Comune (22 marzo 1841).

13) Ibidem, dichiarazione di Domenico Bellà a mons. Orlandini, delegato apostolico, sull'autonomia dei diritti del Comune di Ferentino (18

gennaio 1841).

14) Ibidem, lettera del vescovo G. M. Lais al Delegato Apostolico di Frosinone (12 marzo 1841).

15) La Delegazione Apostolica di Frosinone aveva stabilito che, qualora i membri convocati per la commissione d'esame si fossero rifiutati di

accettare l'incarico, il Comune di Ferentino, su proposta del Vescovo, avrebbe eletto altri commissari, scelti tra il clero diocesano,

rimborsando le spese di viaggio (ibidem, informazione sulla nomina di un alunno nel seminario di Ferentino, 22 marzo 1841).

16) Ibidem, delibera consiliare del 28 maggio 1841.

17) Ibidem, delibera consiliare del 1° giugno 1841 con nomina del chierico Alessandro Simonetti al posto gratuito in seminario per il

quinquennio 1840 - 45. Allo scadere dei cinque anni il Simonetti richiese una proroga di altri tre anni per terminare i suoi studi. La richiesta fu

accordata all'unanimità(Ibidem, delibera consiliare del 6 ottobre 1845).

18) Ibidem, lettera di F. De Andreis al Delegato Apostolico di Frosinone (12ottobre 1841).

19) Ibidem, delibera consiliare del 25 novembre 1857.

20) Ibidem, delibera consiliare del 28 dicembre 1857.

21) Ibidem, delibera consiliare del 2 gennaio 1858.

22) Ibidem, delibera consiliare del 28 gennaio 1858.

23) Ibidem, Lettera del vescovo di Ferentino al Delegato Apostolico (21 marzo 1858).

24) Ibidem, supplica al Ministro dell'Interno e Grazia e Giustizia da parte di Francesco Antonio De Andreis (marzo 1858).

25) Ibidem, Informazioni sulla vertenza Vescovo diocesano - Comune di Ferentino sulla nomina di un alunno in seminario (30 marzo 1858).

26) Ibidem, Il Ministro dell'Interno al Delegato Apostolico di Frosinone (12 aprile 1858).

27) Ibidem, il Ministro dell'Interno al Gonfaloniere di Ferentino (28 aprile 1858). Camillo Iaconelli, pur essendo stato escluso dal godimento

del posto gratuito, riuscì a diventare sacerdote. Nel 1878, essendo canonico, ricoprì la carica di economo del seminario (AVF, Visite pastorali,

1878).

28) ASFr, Seminario, delibera consiliare del 3 ottobre 1862.

29) Ibidem, delibera consiliare del 6 dicembre 1864. Gli altri concorrenti erano stati: Ballabene Cesare (voti favorevoli 10, contrari 7);

Ceccarelli Vincenzo (voti favorevoli 9, contrari 8); Gasbarra Alfonso (voti favorevoli 11, contrari 6). Al chierico Palladini la Delegazione

Apostolica di Frosinone riconobbe l'assegnazione della borsa di studio il 13 dicembre del medesimo anno (ibidem, deliberazione del Delegato

Apostolico di Frosinone del 13 dicembre 1864).

30) Ibidem, lettera del Vescovo al Gonfaloniere di Ferentino (18 luglio 1865), copia.

31) Ibidem, lettera del gonfaloniere al Delegato Apostolico di Frosinone (16 settembre 1865).

32) Ibidem, delibera consiliare del 23 settembre 1865.

33) Ibidem, delibera consiliare del 27 ottobre 1865. Gli altri concorrenti furono Angelisanti Raffaele, Ballabene Giuseppe, Borgetti Stanislao,

Ceccarelli Vincenzo, Coppotelli Carlo, Gasbarra Pietro Paolo, Trenta Giuseppe.

34) Ibidem, nomina di Giampietro Catracchia da parte del Gonfaloniere (28 ottobre 1865).

35) Ibidem, approvazione della borsa di studio a Giampietro Catracchia da parte del Delegato Apostolico di Frosinone (10 novembre 1865).

36) Ibidem, delibera consiliare del 10 novembre 1866. Gli altri concorrenti furono: Angelisanti Raffaele, Patrizi Ignazio, Palombo Raffaele,

Cerilli Antonio, Trenta Giuseppe, Ballabene Giuseppe.

37) Ibidem, supplica al Delegato Apostolico di Frosinone da parte del chierico Raffaele Angelisanti (20 novembre 1866).

38) I Gesuiti nel 1815, l'11 febbraio, con la bolla Ea fuit di Pio VII avevano ricevuto l'autorizzazione a stabilirsi in Ferentino per condurre le

scuole comunali.

39) ASFr, Seminario, delibera consiliare del 7 maggio 1833.

40) Ibidem, lettera del vescovo G. M. Lais al Delegato Apostolico di Frosinone (21 maggio 1833).

41) Ibidem, lettera del card. Gamberini al Delegato Apostolico di Frosinone (26 settembre 1833).

42) Ibidem, lettera del card. Gamberini al Delegato Apostolico di Frosinone (7 dicembre 1833).

43) Ibidem, lettera del Gonfaloniere di Ferentino al Delegato Apostolico di Frosinone (7 ottobre 1839).

44) AVF, Stati temporali ff. 19v. e ss.

45) ASFr, Seminario, Dichiarazione del governatore di Ferentino Francesco Maria Angelilli (11 aprile 1848).

§ 3. I Gesuiti alla guida del seminario.

1) ARSI, Lettere, lettera di Bernardo M. Tirabassi a P. Pasquale Cambi (13 gennaio 1860).

2) Cfr. supra nota 36 del primo paragrafo di questo IV capitolo.

3) La pretesa del Comune si fondava sulla donazione che l'abate Raonio fece della scuola privata, eretta con i beni di Martino Filetico (1430 -

1490) a beneficio dei bambini poveri tanto della città quanto del suo territorio (ACF, Exemplum, p. 151).

4) P Anticoli fu sostituito il 5 febbraio 1872 dal confratello p. Giovanni Soriani (Arch. Sem., Diario, I , anno scolastico 1871 - 72).

5) ARSI, Historia Seminari, 1870 - 1883.

6) Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1872 - 73.

7) ARSI, Historia Seminarii, 1870 -1833.

8) Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1877 - 78. Il 4 novembre 1877 all'apertura dell'anno scolastico si presentarono solo gli esterni,

cinque o sei ragazzi e tre seminaristi. Per il resto dell'anno l'affluenza di iscritti fu molto ridotta. Alle funzioni ed alle lezioni parteciparono solo

gli "esterni".

9) ARSI, Litterae Annuae, 1870 - 1833.

10) ARSI, Historia Seminarii,1870 - 1882.

11) Alfredo Iacobelli era un po' discolo: il 7 dicembre 1877 era scappato dal Seminario, per rifugiarsi dallo zio Cataldo Fornari, presso cui

rimase fino al giorno successivo. Il vescovo informò dell'accaduto il padre del giovane Alfreso, minacciandolo di non far rientrare più il figlio in

seminario. Il padre dello Iacobelli si ammalò e, in seguito al pentimento del giovane, il vescovo si commosse e lo riammise in seminario con

la pena di stare un giorno a pane ed acqua e la minaccia dell'espulsione definitiva alla successiva grave marachella (Arch. Sem., Diario, I,

anno scolastico 1876-77).

12) Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1878 - 79.

13) Ibidem, Anno scolastico 1879 - 80; ARSI, Historia Seminarii, 1870 - 1833 e Litterae Annuae, 1870 - 1882.

14) Prima di questa modifica, la conduzione didattica del seminario da parte dei Gesuiti rispecchiava quella stabilita nel Collegio Filetico di

Ferentino. (ASFr, Seminario, Esaurimento dei quesiti proposti dal Ministro della Pubblica Istruzione, 24 maggio 1849). Nella scuola comunale

il corpo docente era composto da nove docenti: il maestro di leggere e scrivere, il maestro di seconda classe "nel genere stesso", il maestro

di grammatica inferiore, il maestro di grammatica superiore, media e suprema, il maestro di umanità e retorica, e quattro professori

(filosofia, teologia dommatica, teologia morale e storia ecclesiastica, giurisprudenza). Nelle prime due classi si insegnava a leggere e scrivere,

utilizzando cartelloni illustrati per le lettere dell'alfabeto, i consueti abbecedari e facendo esercitare gli allievi in semplici esercizi di scrittura.

Nella seconda classe si perfezionava tanto il metodo della scrittura tanto quello della lettura e si insegnavano i primi rudimenti della lingua

italiana e di quella latina, utilizzando come sussidi didattici rispettivamente la grammatica italiana del Pallavicino e la grammatica latina

intitolata Ianua.

Il maestro di grammatica inferiore aveva due classi: infimetta e infima superiore. Nel suo corso utilizzava il testo dell'Alvarez, nel primo grado

faceva esercitare gli allievi nella traduzione dal latino dell'Epitome di Storia Sacra, nel secondo grado una scelta di lettere di Cicerone, detta

"Ciceroncino", e le favole di Fedro. Come esercizio gli alunni svolgevano traduzioni di piccoli temi dall'italiano al latino. Per la lingua italiana il

maestro spiegava le regole del Corticelli e come esercizio autocorrettivo dava sermoni scorretti da riportare in buona forma.

Il maestro di grammatica superiore distingueva il suo corso in due classi:

media e suprema. Nel suo corso approfondiva i temi proposti nelle due classi precedenti e faceva esercitare i suoi allievi sulla traduzione delle

Epistole Familiari di Cicerone, delle Favole di Fedro, delle Elegie di Ovidio, dei Commentari di Cesare; nella classe "suprema" aggiungeva le

Egloghe, di Virgilio e gli Endecasillabi di Catullo e lo studio della prosodia latina e italiana, indirizzando gli alunni alla composizione in versi.

Il maestro di Umanità e Retorica faceva studiare in due anni i precetti del bel dire del P. De Colonia e faceva tradurre in italiano l'Eneide di

Virgilio, le Orazioni di Cicerone, i Carmi di Catullo, le Elegie di Tibullo e Properzio e le Odi di Orazio. "Circa l'idioma patrio si lasciava imparare

a memoria pezzi scelti dalle Prediche del Segneri, della Storia dell'Indie del Bartoli, della Divina Commedia di Dante, dell'Epica del Tasso" e di

qualche altro autore della letteratura. Si facevano esercitare gli allievi anche in composizioni o temi sia in prosa che in versi.

Il professore di filosofia divideva il suo corso in due anni: nel primo anno spiegava la filosofia razionale cominciando dalla dialettica pura ed

applicata e proseguendo nella metafisica, psicologia cosmologia e teologia naturale, e le "istituzioni" di etica, secondo il metodo "sillogistico" o

deduttivo. Nel secondo anno il professore spiegava le matematiche (aritmetica, algebra. geometria, fisica, meccanica e chimica). Un

professore di Teologia insegnava la dogmatica e l'altro la morale e la storia ecclesiastica. Il professore di Giurisprudenza divideva il suo corso

in due anni: nel primo anno spiegava le Istituzioni Civili e Criminali, nel secondo il diritto canonico, il diritto naturale e delle genti.

Nel seminario di Ferentino, essendovi iscritti giovani dai dodici anni che già sapevano leggere e scrivere, mancavano i primi quattro corsi

scolastici, corrispondenti alle moderne scuole elementari. Il metodo seguito dai docenti insisteva sull'esercizio della memoria e dell'imitazione

dei classici; lasciava poco spazio allo spirito creativo. Nullo era il ruolo del discente in questa scuola imperniata sul criterio dell'adultismo.

15) ARSI, Historia Seminari, cit., 1870 - 1883; Arch. Sem. Diario, I, anno scolastico 1879 - 80.

16) Ibidem.

17) AVF, Fondo Seminario, Regolamento per il corso di Filosofia razionale e sperimentale per l'anno scolastico 1881 - 82.

18) Ibidem, Regolamento per gli esami annuali (1885).

19) Ibidem, Risposte al rettore riguardo ai quesiti relativi all'ordinamento degli studi (22 giugno 1885).

20) Ibidem, Verbale del collegio dei docenti del seminario di Ferentino (26 ottobre1885); cfr. anche ARSI, Historia Seminarii, anno 1885 -

1886.

21) ARSI, Historia Seminari, anno 1883 - 84 e Litterae Annuae, anno 1883 - 85.

22) ARSI, Litterae Annuae, anno 1883 - 85.

23) ARSI, Mistoria Seminari, anno 1883 84.

24) ARSI, Litterae Annuae, anno 1886 - 87; Mistoria Seminarii, anno 1886 - 87.

25) Ibidem, anno 1887 - 88.

26) AVF, Fondo Seminario, lettera di padre Turri al vescovo Facciotti (2 ottobre 1886).

27) Ibidem, Risposta del vescovo Facciotti a p. Turri (2 ottobre 1886), minuta.

28) Ibidem, minuta di lettera del vescovo Facciotti al p. Provinciale Tommaso Ghetti ( 3 ottobre 1886).

29) Ibidem, Risposta del padre provinciale Tommaso Ghetti al vescovo Facciotti (Roma, 5 ottobre 1886).

30) Ibidem, Bilancio del Seminario di Ferentino per l'anno 1886.

31) ARSI, Historia Seminarii, anno 1889 - 1891.

32) AVF, Regole.

33) Il "Resoconto sommario dell'amministrazione della Fabbrica del Seminario" ci fa conoscere i nomi degli altri munifici benefattori: 1) Pio

legato di Teresa Brocard, in cartella del Consolidato Blont, £. 625 (i frutti, percepiti dalle cartelle negli anni 1887 - 1890 e primo semestre

1880, ammontavano a £. 122 e 6 centesimi); 2) Don Michelangelo Sindici per la prepositura di S. Andrea £. 518 e 40 centesimi; 3) Can.

Alessandro Gizzi per ignota persona £. 100; 4) Due benefattori incogniti £. 50 ciascuno; 5) Dalla prepositura di S. Giovanni Evangelista £.

600; 6) Dalla prepositura di S. Valentino, S. Pancrazio e S. Andrea £. 1532 e 29 centesimi; 7) Dal marchese Adriano Berardi per l'acquisto del

caseggiato di proprietà del seminario in contrada S. Agata £. 3000; 8) Prestito elargito dalla S. Sede di £. 10.000 da estingersi un rate annue

da £. 800. Il seminario depositò nel Banco Guerrini le 20.000 lire donate da Leone XIII e vi percepì interessi per £. 913 e 40 centesimi; e le

successive 5000 lire, dono del Santo Padre, diedero £. 133 e 30 centesimi di fruttato.

34) AVF, Regole, "Resoconto sommario deìI'Amm.ne della fabbrica del seminario", terza pagina, autografo di mons. Facciotti.

35) Il testo della lapide è il seguente:

AN. MDCCCXC

AEDES ADOLESCENTIBUS IN SACERDOTII SPEM

VIRTUTE INTEGRITATE MORUM DOCTRINA IMBUENDIS

CONCLAVIUM QUAE A FUNDAMENTIS EXCITATA SUNT

ACCESSIONE SE LATIUS EXPLICUERUNT

ET NOBILIOREM INDUTAE FORMAM

PROVIDENTIAM LEONIS XIII PONTIFICI MAXIMI

CURAM ET STUDIUM PETRI FACCIOTTII EPISCOPI FERENTINATIUM

POSTERIS PRODENT

ANTONIUS ANGELINIUS E SOCIETATE IESU.

36) ARSI, Historia Seminarii, anno 1889.

37) Ibidem, anno 1890.

38) Ibidem, anno 1891.

39) ARSI, Lettere, lettera di Emanuele De Caro al Vescovo Facciotti (Roma, 6 dicembre 1891).

40) ARSI, Historia Seminarii, anno 1892.

41) Ne sono testimonianza le numerose volte in cui i vari cronisti dei diari del seminario annotavano ora l'accademia per gli auguri al Rettore

o al Vescovo, ora l'accademia finale dell'anno scolastico, ora l'accademia cui venivano invitati anche i familiari e i cittadini. (Arch. Sem, Diario,

voll. I e II).

42) AVF, Fondo Seminario, Biglietto d'invito per il "trattenimento" del Carnevale 1893.

43) ARSI, Historia Seminarii, anno 1893.

44) Ibidem, anno 1895 - 1898; Litterae Annuae, anno 1895.

45) ARSI, Lettere, lettera del vescovo Facciotti al Padre Provinciale (Ferentino 15 febbraio, 1895).

49) ARSI, Historia Seminarii, anno 1895 - 1898.

50) ARSI, Litterae annuae, anno 1898. Domenico Bianconi fu nominato vescovo di Ferentino nel 1897, ma prese possesso della diocesi solo

l'anno successivo. Aveva 45 anni ed era di bell'aspetto; ebbe subito il favore e la simpatia di tutta la diocesi. Si prodigò per il seminario, che

arricchì di un altro piano e restaurò ricavando ambienti più decorosi e funzionali. Alla sua venuta in diocesi i Padri Gesuiti che gestivano il

Seminario manifestarono il desiderio di andarsene da Ferentino, ma il Vescovo riuscì a trattenerli alla guida del pio istituto fino al 1922 anno

della sua morte (AVF, Vescovi, f. 103v).

51) ARSI, Historia seminarii, anno 1895 - 1898.

52) Ibidem.

53) AVF, Fondo Seminario, Dimissioni del canonico Camillo Zeppa (31 agosto 1897).

CAPITOLO V

LE VICENDE DEL SEMINARIO NEL XX SECOLO

Nel corso del XIX secolo le rendite del Seminario Vescovile di Ferentino si accrebbero grazie alla

generosità di alcuni pii fedeli, che istituirono delle borse di studio per sostenere i seminaristi bisognosi.

Tra questi si ricorda il lascito Ruzza, con cui il sacerdote Francesco Ruzza, il 22 agosto 1839, aveva

istituito un legato pio, mediante il quale assegnava alla confraternita dello Spirito Santo di Supino la

facoltà di scegliere un giovane per un posto gratuito in seminario, riservandosi il diritto di scegliere un

giovinetto della diocesi a godere di un altro posto gratuito (1). Nell'istituzione di tale lascito il Ruzza si

riservò, vita natural durante, il diritto di nomina, che alla sua morte passò alla famiglia Pilotti di Patrica

(2). Questa, poi, se lo trasmise in linea maschile.

In Supino non era del tutto nuova la pia volontà di contribuire al sostentamento dei giovani incamminati

sulla via dello stato ecclesiastico: di una tale pratica era stato iniziatore l'arciprete Giovanni Merlini, che il

15 agosto 1794 aveva, nel suo testamento, espresso la volontà di stabilire rendite per la fondazione di

due posti gratuiti in seminario, godibili da due giovani di Supino. Egli riconosceva esecutori testamentari i

marchesi Bisleti (3).

Anche nella città di Ferentino vi furono alcune famiglie, che istituirono legati per l'istruzione. Il più

consistente legato, di 2.000 scudi, fu lasciato il 22 marzo 1849 da Faustino Sterbini. Questo lascito così

generoso fu devoluto ai suoi eredi alla costituzione di due posti gratuiti in seminario e la somma

eccedente era utilizzabile per l'acquisto di libri o di altro materiale necessario per i due convittori (4). Nella

seconda metà del XIX secolo anche la famiglia Franchi di Ferentino istituì un posto gratuito in seminario a

favore di un concittadino designato dalla stessa famiglia Franchi (5).

Gli stessi Ordinari diocesani furono promotori della costituzione di borse di studio a favore dei seminaristi

poveri e specialmente per la formazione di un clero locale colto e virtuoso. Nel 1869 il vescovo Vitali,

durante la visita pastorale, si recò nella città di Prossedi e si accorse che solo un sacerdote era oriundo del

luogo; un altro risiedeva per ragioni di studio in Roma «senza speranza di averlo a cooperatore delle

pastorali sollecitudini in quella terra sua patria». Mons. Vitali sentì l'urgenza di rimediare ad una tale

situazione, aiutando i giovani di Prossedi, inclinati al sacerdozio, con l'istituzione di due mezzi posti

gratuiti, ricavati dalla soppressione di alcuni benefici vacanti. Infatti nella collegiata di S. Agata vacavano

il beneficio di giuspatronato del Principe Gabrielli e due benefici corali. Sia il patrono che i canonici,

interpellati sulla possibilità di soppressione dei benefici per devolverli alla fondazione di due posti semigratuiti

in seminario, si dichiararono favorevoli al progetto, finalizzato al miglioramento del clero locale

(6). Nei primi anni del XX secolo, però, le rendite dei benefici annessi ai due posti semi-gratuiti non erano

più sufficienti per il sostentamento dei convittori; per questo fu richiesta la fusione dei due mezzi posti in

una borsa di studio per un unico seminarista (7).

La pratica di istituire borse di studio, per mantenere agli studi aspiranti al sacerdozio, è continuata nel XX

secolo. È del 27 luglio 1922 la costituzione, ad opera del sacerdote Felice Qualandri di Alatri, di un posto

gratuito nel seminario di Ferentino, a vantaggio dei discendenti della famiglia Qualandri e, in loro assenza,

di giovani di Ceccano o di altre città della diocesi. Le rendite del lascito Qualandri ammontavano a £.

10538 e 85 centesimi. Il Qualandri, con parere favorevole del vescovo di Alatri Antonio Torrini, allora

amministratore apostolico della diocesi ferentinate, si riservava, vita natural durante, il diritto di nomina,

che alla sua morte sarebbe stato assunto dal Vescovo di Ferentino (8).

Nei primi anni del Novecento la retta mensile intera era di £. 40; mentre per il posto semi-gratuito si

dovevano sborsare solo £. 25 al mese (9). I giovani bisognosi, che studiavano in seminario, erano sempre

più numerosi, tanto che il Papa concesse al Vescovo di Ferentino la facoltà di dividere i posti gratuiti o di

riunire quelli semi-gratuiti secondo le esigenze dei seminaristi. Intanto nel 1906 era stata istituita la cassa

diocesana con un fondo iniziale di £. 5.000 per i bisogni economici del seminario (10).

Il numero degli alunni cresceva e toccò le cento unità, tanto che il Vescovo Bianconi dovette far costruire

una nuova ala esposta in direzione della valle del Sacco (11); nel 1900 l'edificio fu provvisto dell'impianto

di illuminazione a luce elettrica (12). Nonostante questi dati confortanti, cominciarono a circolare voci che

i Gesuiti nutrissero il proposito di abbandonare l'istituto da loro diretto dal 1870. Il Vescovo convocò tutti i

Padri, dimoranti nel seminario, per avere conferma di quanto aveva udito; ma tutti smentirono con

decisione tali voci calunniose (13). Ci fu tuttavia un avvicendamento nelle cariche: a padre Lanzi successe

nell'ufficio di ministro padre Basile, padre Buccolini fu sostituito nell'insegnamento in terza ginnasiale da

padre Giovanni Garattoni (14).

Poiché agli inizi dell'anno scolastico 1903 - 1904 padre Basile passò ad insegnare Lettere nella quinta

ginnasiale, venne surrogato da padre Francesco Fortuna. Nel medesimo anno scolastico padre Gherardi

introdusse di nuovo nel curriculum del seminarista l'insegnamento della musica, come richiedeva il papa

Pio X (15).

Intanto, per motivi di salute, padre Perciballi dovette abbandonare l'insegnamento delle lettere nella

quarta ginnasiale; l'incarico fu assegnato a Carlo Pediconi, che, ammalatosi, venne sostituito da Adamo

Ceccarelli. Anche il Ceccarelli, però, fu revocato dall'ufficio, cosicché venne sostituito da padre Michele

Mandatori. Grazie all'intervento sollecito del Vescovo, il Padre Provinciale dei Gesuiti inviò in Ferentino altri

due maestri: Giovanni Moglia per filosofia e Galileo Venturini per la quarta ginnasiale (16). Alla quinta

ginnasiale nel 1910 fu assegnato come docente padre Michele Mirabelli (17).

Nel 1911 tanto padre Succi quanto padre Gherardi lasciarono il seminario; mentre padre Francesco De Via

veniva eletto padre spirituale e padre Pasquale Monterisi abbandonava l'ufficio di rettore (18). Nel giro di

pochi mesi nuovamente si verificò un rapido avvicendamento negli incarichi: il 31 ottobre 1912 fu

nominato padre spirituale Leopoldo Gaudiosi ed il 26 dicembre del medesimo anno padre Buccolini

presentò le dimissioni da rettore (19).

Nei duri anni della prima guerra mondiale il seminario vescovile di Ferentino dovette affrontare numerose

difficoltà, non ultima quella del razionamento dei viveri nel 1918 (20). Alle difficoltà economiche si

aggiunsero anche quelle dovute alla carenza di personale, formato da padri ormai avanti negli anni.

Nel 1917, trovandosi in Ferentino il LIX battaglione dell'esercito per svolgere esercitazioni militari, padre

Beniamino Gallo, che nel 1914 insegnava latino, (21) fu nominato cappellano dei soldati. Il padre Gallo

non solo curò i loro bisogni spirituali, conducendoli a soddisfare il precetto pasquale in S. Francesco, ma

organizzò nel seminario una scuola gratuita per i soldati analfabeti. Ogni pomeriggio nel granaio,

sistemato opportunamente, il dotto gesuita accoglieva duecento giovani ed impartiva loro i rudimenti del

leggere e dello scrivere. I frutti di tale insegnamento non erano del tutto positivi; infatti la preparazione

dei giovani soldati a stento raggiungeva la mediocrità, essendo essi stanchi per le esercitazioni mattutine

e poco assidui nella frequenza alle lezioni. Tuttavia il successo in campo spirituale era assicurato, in

quanto, per frequentare la scuola, i soldati non avevano più possibilità di recarsi nelle taverne (22).

Il seminario di Ferentino in questo primo ventennio del XX secolo era frequentato da giovani provenienti

da ogni parte d'Italia e specialmente dall'Abruzzo, dalle Puglie, dalla Calabria e dalla Sardegna; non

mancavano giovani siciliani e bergamaschi

Nonostante che i professori frequentemente venissero trasferiti, sia a causa delle vicende belliche, sia per

esigenze inderogabili dell'Ordine gesuitico, il seminario prosperava e rigoglioso era il frutto, che si

raccoglieva. I seminaristi venivano curati molto sia nella cultura che nello spirito. Dal 1913 al 1918 fu

rettore del seminario padre Giuseppe Buccolini; dal 1914 al 1916 fu vicerettore (o ministro) padre

Domenico Lazzarini e dal 1917 al 1918 padre Vito Coppola. Più movimentata l'assegnazione dell'incarico di

padre spirituale, che nel 1915-1916 fu affidato all'ottimo padre Roberto Gherardi (23), nel 1917 al padre

Celestino Alisiardi (24), cui successe padre Costantino Semadini per il biennio 1918-21 (25).

La situazione del corpo insegnante diveniva di anno in anno sempre più precaria. Nel 1914 non poté

formarsi la quarta ginnasiale per la esiguità degli alunni, frequentando solo tre seminaristi (26). L'anno

successivo, nel mese di novembre, giunse padre Antonio Fanti, nominato prefetto dei «piccoli». Questo

incarico dato ad un gesuita era un fatto insolito, infatti mai si era verificata una tale situazione nel

seminario ferentinate; purtroppo si dovette ricorrere a sacerdoti gesuiti, mancando sacerdoti secolari

adatti (27). Questo era indizio di una crisi, che cominciava a manifestarsi all'interno della secolare

istituzione ecclesiastica.

Nel 1915, a causa della guerra contro l'impero austriaco, don Giuseppe Casali, professore nel seminario,

fu chiamato alle armi ed al suo posto fu inviato dal Padre Provinciale Paolo Dell'Olio, come supplente di

filosofia, Oreste Mirri, uno scolastico gesuita (28). Lo stillicidio della guerra privò, nel 1916, il seminario di

Ferentino di altri insegnanti, tra i quali lo stesso padre Fanti. Ancora una volta essi poterono essere

sostituiti: infatti i superiori inviarono come supplenti il padre Francesco Saverio De Corato e lo scolastico

Elia Bonamore (29).

Nel 1917, anno più duro del primo conflitto mondiale, padre De Corato e padre Garattoni furono inviati a

curare alcune chiese parrocchiali fuori della diocesi ferentinate. Il corpo docente del seminario, però,

rimase immutato, perché giunsero padre Pietro Radaelli, come insegnante delle classi elementari, e lo

scolastico Emilio Marchetti, come supplente dei professori del ginnasio (30). Nel gennaio del 1918,

purtroppo, il padre Radaelli morì improvvisamente; questa triste situazione evidenziò ancor di più la

carenza del personale docente, che angustiava l'Ordine gesuitico, tanto che si dovette ricorrere ad un

sacerdote diocesano, don Filippo Gucci, per sostituire il defunto p. Radaelli. Don Filippo Gucci con molta

perplessità accettò l'incarico di insegnante elementare; infatti da poco si era ristabilito in salute, avendo

subito una fastidiosa malattia. Egli si lasciò convincere dal Vescovo, anche perché cinque sarebbero stati

gli alunni da educare e istruire (31).

Intanto Emilio Marchetti lasciò il seminario per compiere il servizio militare. Anche padre Gallo abbandonò

Ferentino, essendo stato trasferito a Bologna; gli successe nell'insegnamento della matematica e delle

scienze naturali lo scolastico Elia Bonamore, che purtroppo alla fine del mese di aprile nel 1919 uscì

dall'Ordine lasciando il seminario di Ferentino nella grave difficoltà di reperire un nuovo insegnante di

matematica.

Era ritornato dalla guerra don Casali, docente di filosofia e matematica, ma la sua precaria salute non gli

permetteva di assumere l'incarico dell'insegnamento. Si dovette, allora, ricorrere al padre Antonio

Trentini, che insegnava le medesime discipline nel seminario Leoniano di Anagni (32).

I padri Gesuiti, che gestivano il seminario, erano impegnati anche in altre attività religiose; ma il loro

numero diminuiva sia per le defezioni dall'Ordine sia per le avverse condizioni generate dalla guerra.

Essendo stato richiamato padre Busetti nella provincia veneta, i padri Gesuiti di Ferentino nel 1919 si

ridussero da nove a cinque. La piccola comunità, agli inizi del 1920, fu rimpinguata dall'arrivo di padre

Enrico De Sanctis per cinque anni missionario in Brasile e ritornato in Italia per motivi di salute. Sembrava

che il problema dei professori si fosse positivamente risolto, quando invece precipitò. Padre Antonio Fanti,

il 13 novembre 1920, abbandonò l'Ordine gesuitico per entrare in quello Certosino. La sua defezione

causò un nuovo squilibrio all'interno della comunità gesuitica, che amministrava il seminario ferentinate;

infatti mancò il docente per la scuola di grado preparatorio al ginnasio. Il rettore, Filippo Diamanti, si

trovò in gravi difficoltà ma grazie all'intervento del Vescovo, l'incarico dell'insegnamento nelle classi

inferiori fu affidato a don Filippo Gucci, economo dell'istituto.

La serie delle disavventure, del seminario non terminò: per gravi motivi di famiglia il docente di italiano,

latino e greco delle classi quarta e quinta ginnasiale si allontanò dall'istituto. Non fu facile rimpiazzarlo e

con serie difficoltà si poté portare a compimento l'anno scolastico. La situazione dell'istituto era tanto

grave che provocò un'ispezione. Tuttavia quando il padre Francesco De Paula Nalbone, inviato come

visitatore, giunse nel seminario nel seminario di Ferentino per ispezionarlo, constatò con grave

soddisfazione che i pochi padri gesuiti, in esso dimoranti, avevano fatto miracoli. Il visitatore si fermò nel

seminario dal 6 al 12 aprile e riportò in Roma un'ottima impressione dell'istituto, la cui fama nella

provincia romana era ben meritata (33).

Il 30 aprile 1920 con una solenne cerimonia si collocò nell'ingresso antistante la scala che conduceva alla

cappella, una statua di S. Giuseppe al posto del dipinto su tela. Il vescovo, che presenziò alla benedizione,

concesse cinquanta giorni di indulgenza, da lucrare una volta al giorno, per coloro che sostassero in

preghiera dinanzi alla effigie del Santo (34).

La crisi economica, che seguì la fine del primo conflitto mondiale, strinse anche il seminario. L'aumento

della retta ai seminaristi e i sussidi elargiti dal Vescovo non erano più sufficienti a sostenere le spese

richieste dalle esigenze dell'istituto. Allora i deputati del seminario, i canonici Zeppa, Corsi e Angelisanti e

l'abate Di Torrice, supplicarono il Papa perché li autorizzasse a contrarre un mutuo per tacitare i creditori

e colmare il grave deficit finanziario dell'istituto. Il debito complessivo era di £. 90.000, cifra sorprendente

per quell'epoca; esso poteva essere estinto, creando un mutuo di £. 100.000 presso la Banca Regionale di

Roma, che avrebbe preteso interessi, sulla cifra prestata, al 7% (35).

Alle difficoltà economiche si aggiunsero anche piccoli scherzi tra i Gesuiti e i Deputati del seminario. Il 2

novembre 1922 don Cesare Cossè, deputato dell'istituto, fece pervenire una risentita lettera di dimissioni

a don Ernesto Angelisanti. Egli dichiarava di non voler più «mettere piede in seminario, finché vi fosse

rimasto il padre Garattoni» (36). Le antipatie tra clero diocesano e Gesuiti non erano nuove: il 28 luglio

1898 in una lettera infuocata, il can. Camillo Zeppa, lamentando il disordine con cui i seminaristi sotto la

guida gesuitica seguivano le sacre funzioni in cattedrale, reclamava con forza: «ma si ricordino che non

sta bene ad abusare della posizione in cui si trovano (i Gesuiti) e che il seminario alla fin fine è del Clero»

(37).

C'era dell'idiosincrasia tra ecclesiastici, ma non fu questo l'unico motivo che spinse i Gesuiti ad

abbandonare il seminario ferentinate. Se si scorre il ricco carteggio, che intercorse tra Vescovo di

Ferentino, Padre Provinciale e Generale della Compagnia di Gesù, si chiarificano i veri motivi della

controversia questione.

§ 1. I Gesuiti abbandonano il seminario

Agli inizi del XX secolo i Gesuiti si trovarono in difficoltà a sostenere il seminario ferentinate per mancanza

di personale. Infatti il padre Caterini, provinciale, non aveva alcuna possibilità di surrogare i due

professori trasferiti, Venturini e Maccioni. Solo un miracolo poteva risolvere la situazione, altrimenti le

cattedre sarebbero rimaste vacanti (38). Il Vescovo Bianconi, messo al corrente di tale triste evenienza, si

rivolse al padre generale dell'Ordine, Francesco Saverio Wernz, per reclamare contro le deliberazioni del

Padre Provinciale di inviare in altre località i professori, assegnati invece a Ferentino. Il Preposito Generale

si trincerò dietro la scusante che purtroppo nell'Ordine vi era penuria di soggetti adatti all'insegnamento e,

pertanto, si dovevano utilizzare ai massimo quelli, di cui si aveva disponibilità (39). Il padre Wernz

comunicò le sue decisioni anche al cardinal De Lai, segretario della Congregazione Concistoriale, ricevendo

pieno consenso: se le esigenze della Compagnia richiedevano di «distaccare religiosi dalla loro comunità

per destinarli ad altre mansioni», ciò era giustificato dal fine per cui si compiva una tale dolorosa scelta

(40).

Le difficoltà di reperire personale docente in un primo momento si appianarono; ma nel 1920 sorsero

nuovamente e questa volta furono insuperabili, tanto da obbligare i Gesuiti a lasciare il seminario di lì a

poco. Il vescovo Bianconi scrisse una lettera al Padre Provinciale, con la quale presentava un suo progetto

di ristrutturazione degli incarichi nel seminario vescovile di Ferentino.

Il padre Lazzarini, rimessosi in salute, poteva sostituire padre Garattoni «o quale ministro o quale rettore

di S. Giuseppe e nel caso presentarsi nell'insegnamento di qualche materia, per lui non gravosa, nelle

scuole inferiori». Quanto alla direzione di spirito i seminaristi si servivano già in gran parte dal padre Vella

e diversi dai padri Cappello e Monterisi: «quindi sostituire al padre Lazzarini il rev. P. Vella non sarebbe

che confermare le disposizioni degli alunni e dei padri di questo collegio». Per il Rettorato mons. Bianconi

proponeva nuovamente padre Basagni o, nella sua impossibilità, padre Coppola. Se si sceglieva il secondo

nominativo, la sua opera avrebbe dato buoni risultati, qualora il Padre fosse stato coadiuvato dal padre De

Sanctis (41). Tali cambiamenti avrebbero giovato al seminario di Ferentino, senza pregiudicare la

condizione del Leoniano.

Il Padre Provinciale, Carlo Miccinelli, rispose il 7 ottobre 1920, ma la sua lettera non corrispose alle

aspettative del Vescovo, anzi fece intravvedere la possibilità reale che i Gesuiti se ne andassero da

Ferentino. Mons. Bianconi trasmise al Padre Provinciale una lettera accorata, con la quale implorava che si

revocasse l'insano proposito di abbandonare il seminario ferentinate, che il Vescovo non esitò a definire

vestibulum del vicino collegio Leoniano. Se era difficile per i Gesuiti tenere aperta la Casa di Ferentino,

ancor più difficoltoso era per l'Ordinario sostituire ad essi il clero diocesano purtroppo impreparato a tale

missione e assai ridotto di numero (42). Mons. Bianconi si era accorto ormai che il Padre Provinciale non

aveva più interesse a mantenere i suoi padri a Ferentino (43). La risposta del Padre Provinciale fu

subitanea e risentita: non era piacevole per i Gesuiti chiudere una casa piena di care memorie, ma «la

provincia è ridotta di soggetti e stremata di forze, né può fare a meno di proporzionare le opere ai suoi

mezzi attuali, se vuol prendere nuova spinta ed incremento». D'altra parte l'Ordine «per rinfrescare» le

sue forze, avrebbe dovuto operare altre riduzioni (44).

L'Ordinario tornò a richiedere che la dipartita dei Gesuiti fosse meno traumatica possibile. Infatti riuscì ad

ottenere che fino al mese di agosto dell'anno successivo (1922) rimanessero due padri operai e il Rettore.

Poiché i due padri operai Lazzarini e Garattoni non possedevano le doti per essere scelti come rettore, il

Padre Provinciale riteneva opportuno scegliere il padre Basagni (45). Questa soluzione non salvava però il

seminario, perché i due padri operai Lazzarini e Garattoni avevano solo l'ufficio di confessare i giovani e il

rettore era inabile a causa dell'itterizia, che lo molestava; quindi il reperimento dei docenti ed il problema

delicato della conduzione dell'istituto veniva definitivamente affidato al Vescovo e al clero diocesano.

Mons. Bianconi si trovò disorientato a risolvere un tale problema, perché conosceva la condizione del suo

clero e per questo cercò di far recedere il padre Miccinelli dal proposito di ritirare del tutto i suoi padri dal

seminario diocesano (46). Il Vescovo non voleva rassegnarsi a perdere i Gesuiti; d'altra parte la

Compagnia di Gesù era impotente a soddisfare le esigenze di un istituto tanto importante, come lo era il

seminario. Ormai era stabilito che i gesuiti avrebbero lasciato la direzione dell'istituto in via definitiva

nell'ottobre del 1922; i tre padri rimasti avevano solo l'ufficio di mantenere il seminario fino a quando la

Congregazione dei Seminari avrebbe risolto la situazione, inviando il nuovo Rettore (47).

Poiché il p. Basagni non migliorava nella salute, intanto fu inviato nel seminario, come insegnante, il padre

Preti; tuttavia la quinta ginnasiale rimaneva senza docente, per cui Mons. Bianconi pensò di richiedere al

padre Miccinelli, padre provinciale, che inviasse per tale ufficio il padre Marchetti (48). Invece nel

seminario diocesano, secondo, l'irremovibile decisione dell'Ordine, rimasero in via provvisoria solo i padri

Basagni, rettore, Lazzarini e Garattoni. Il vescovo Bianconi continuò a rivolgere suppliche sia al papa

Benedetto XV sia al Padre Generale della Compagnia di Gesù Ledochowski, senza però ottenere

soddisfazione. L'Ordinario ferentinate dichiarava di non avere personale per sostituire i padri Gesuiti al

seminario; il padre Generale ribatteva che identica era la situazione dell'Ordine da lui guidato. Era

doloroso non poter soddisfare le giuste richieste del Vescovo, ma era assolutamente inderogabile la

decisione presa, anche perché tutte le vie di un possibile accomodamento erano state esaminate e tutte

nello stesso tempo scartate per mancanza di forze umane disponibili (49).

Alla morte di Mons. Bianconi l'amministratore apostolico di Ferentino, il vescovo di Alatri Antonio Torrini,

ritornò alla carica per ottenere che i Gesuiti rimanessero nel seminario ferentinate. La risposta fu anche

questa volta negativa. L'Ordine non poteva condurre più il pio istituto di Ferentino; già era stato costretto

«a restringere il campo delle sue opere, cosicché si è dovuto togliere dal convitto di Strada il liceo ... e

concentrare in gran parte il Convitto dell'Istituto Massimo di Roma nel convitto di Mondragone». Nella

provincia romana il numero dei padri diminuiva, essendone morti undici nel giro di un anno; non

essendoci un ricambio di forze giovani, la situazione dell'Ordine era assai precaria (50).

In una situazione così disperata, che minacciava di precipitare da un momento all'altro con la ventilata

partenza dei Gesuiti, i padri residenti in Ferentino inviarono una supplica al Papa, per impedire che tale

evenienza potesse verificarsi o almeno per trattenere alcuni rappresentanti dell'Ordine nel seminario e in

città (51). Troppe ed importanti erano le opere che i Gesuiti, in più di cento anni di permanenza in

Ferentino, avevano promosso e curato. Il memoriale le elencò tutte:

1. Congregazione Mariana dei contadini, con oltre un migliaio di iscritti, uomini e donne.

2. Apostolato della preghiera tra contadini, operai e studenti, con più di ottocento iscritti.

3. Direzione spirituale di asili e orfanotrofi.

4. Ritiri mensili ai Monasteri della città; prediche e confessioni in ogni luogo della diocesi.

5. Cura spirituale delle famiglie più abbienti e influenti nell'ambiente cittadino.

6. Cura spirituale della gioventù maschile e femminile.

7. Aiuto pastorale ai sacerdoti diocesani.

8. Associazione di Maestri e Maestre cattoliche (52).

9. Infine la perla di tutta l'attività apostolica dei Gesuiti: la cura del seminario diocesano, vero serbatoio di

vocazioni per l'Ordine e per la diocesi, tanto sfornita di clero che i sacerdoti dovevano spesso binare.

Il popolo di Ferentino era veramente affezionato alla Compagnia di Gesù, che accolse nel 1815 subito

dopo la sua ricostituzione. Esso aveva sempre risposto con fervore a tutte le iniziative proposte dai padri

Gesuiti, che in tale ambiente sì fertile, nonostante la complessità ed ampiezza delle opere, erano assai

felici di lavorare, anche se al limite delle forze. Le buone opere, che nascevano, li ricompensavano dalle

fatiche. I Padri di Ferentino chiudevano il memoriale sostenendo: «Tante opere che proprio ora sono in

fiore e cominciano a sbocciare, andrebbero necessariamente perdute con infinita gioia dell'inferno e di un

branco bruniano, che da parecchi anni stanno lavorando in ogni maniera per danneggiare seriamente ed

accanitamente questa povera città. Anche padri gravissimi e altolocati nella Provincia piangono al solo

pensiero di chiusura e stanno pregando per la salvezza del Seminario e della città».

Non si voleva certo disobbedire alle decisioni dei superiori, ma questi, prima di prendere qualsiasi

risoluzione, avrebbero almeno dovuto avere la cognizione piena dell'opera che si voleva chiudere.

L'esito del memoriale fu veramente insperato; infatti il cardinale Bisleti, Prefetto della Congregazione dei

Seminari, lo presentò nell'udienza del 6 novembre 1922 al Papa. Il Pontefice decise di inviare una visita di

ispezione e scelse come visitatore mons. Pietro Cisterna. Il vescovo di Alatri mons. Torrini, che aveva

preso a cuore la situazione del seminario vescovile e si era più volte interessato a impedire la partenza dei

Gesuiti, subito comunicò alla Curia di Ferentino le notizie positive in suo possesso e specialmente la data

della visita: il 16 novembre 1922 (53). Mons. Torrini raccomandava di far trovare tutto in ordine,

specialmente i registri delle gestioni passate e la copia del bilancio preventivo. Mons. Cisterna eseguì

puntualmente gli ordini a lui commessi e portò in dono al seminario la somma di £. 100.000 elargita

graziosamente dallo stesso Pontefice (54); ma irremovibile fu la risoluzione della Compagnia di Gesù di

chiudere la Casa di Ferentino. L'opera, che i Gesuiti svolgevano in ogni parte d'Italia e anche all'estero era

colossale e pochissimi gli operai, tanto che si doveva rinunziare a molte opere periferiche per potenziare le

istituzioni più importanti: il Noviziato, l'Università Gregoriana, i Collegi Germanico e Americano, i collegi

laici «Massimo», «Mondragone» e «Strada», la Curia Generalizia, La Civiltà Cattolica, l'Istituto Biblico, le

residenze di Livorno, Firenze, Bologna e il Brasile (55).

Il nuovo vescovo di Ferentino, Alessandro Fontana (56), non si rassegnò tanto facilmente alla decisione

della Compagnia di Gesù di abbandonare il seminario (57); anzi sperò insieme con il canonico Ernesto

Angelisanti, delegato vescovile, che la reliquia di S. Francesco Saverio, inviata in pellegrinaggio a

Ferentino, avrebbe operato il miracolo (58). Il canonico Angelisanti, pur accettando le decisioni dei

superiori, implorava il Padre Provinciale ad inviare nel seminario almeno un rettore, per dare «a tutti la

sensazione che non siamo abbandonati dalla Compagnia». Il progetto, che l'Angelisanti presentava,

proponeva il padre Silvi come rettore della chiesa di S. Giuseppe, il padre Orzekowski come padre

spirituale del seminario; il padre Garattoni si sarebbe occupato della scuola e il padre Preti della direzione

e della disciplina. Il clero locale avrebbe continuato a collaborare. Il canonico con la sua accorata lettera

cercò di toccare tutti i tasti della umana compassione. Ricordò al Provinciale che lo stesso Pontefice aveva

invitato il novello Presule di Ferentino a recarsi in suo nome dal Preposito generale della Compagnia,

fiducioso che non avrebbe mancato di accontentarlo. Descrisse la dolorosa espressione che mons. Fontana

all'ultimo e definitivo diniego del Provinciale sulla questione del Rettore del seminario. Il canonico concluse

la sua lettera sperando che fosse ancora possibile trovare un solo Padre Gesuita per il seminario.

Anche se l'eloquenza di Don Ernesto era irresistibile, niente poté contro l'irremovibilità del Padre

Provinciale Giuseppe Filograssi che, propose di rivolgersi ad altri ordini religiosi, come, ad esempio, i padri

Giuseppini, per poter risolvere il problema del personale per il seminario ferentinate. Con il «cuore»

avrebbe desiderato assecondare la fervente richiesta del sacerdote ferentinate, ma la situazione della

Provincia romana impediva spostamenti di personale: ogni casa era al completo. Lo stesso Padre Generale

si era trovato «costretto a dichiarare di non aver trovato alcuno disponibile per il seminario fuori della

Provincia» (59).

Ancora una volta il vescovo Fontana si rivolse al Pontefice perché, con il suo intervento, assicurasse il

mantenimento della Casa dei Gesuiti in Ferentino e nel seminario (60). Nella minuta di tale supplica,

conservata nell'Archivio Vescovile di Ferentino, il canonico Angelisanti racconta quasi telegraficamente

l'iter da lui seguito per consegnare la supplica. Consegnò la lettera al Padre Generale su consiglio del

Papa; tornò tre volte a cercare il padre Filograssi, provinciale, il padre Fabbri, Matis, Moglia, Alisiardi e

Nalbone. Quest'ultimo non era in casa. Se padre Matis lasciò intravvedere qualche positivo spiraglio, ciò

non fece il Padre Provinciale (61).

Infatti il 12 febbraio 1924 giunse la dolorosa lettera del Preposito generale Ledochowski, che annunciava

l'imminente chiusura della Casa di Ferentino (62).

Sei giorni dopo, il 18 febbraio, anche il padre provinciale Giuseppe Filograssi scriveva ai padri di Ferentino

e al vescovo. Ai Padri il Provinciale consigliava di mantenere la perfetta ubbidienza, di accettare la

decisione dei superiori con rassegnazione e, verificandosi pressioni ed insistenze da parte dei ferentinati,

di tacere e non prendere parte a recriminazioni. La decisione di abbandonare il seminario era stata presa

dopo matura e attenta riflessione (63). L'espresso, inviato al vescovo (64), arrivò il 19 febbraio, il giorno

successivo; la risposta fu laconica. Il vescovo, mons. Fontana, incaricò il canonico Angelisanti a

rispondere, chiedendo che non si comunicasse ancora ai Padri dimoranti in seminario la decisione presa

(65). Solo il 13 maggio 1924 il vescovo Fontana riuscì a scrivere una lettera al Padre Provinciale, con cui,

pur prendendo atto dell'irrevocabile decisione della Compagnia, riteneva insufficiente la spiegazione

ufficiale addotta. Egli aveva richiesto che si tacesse ai Padri del seminario la risoluzione del ritiro; invece

ciò non era accaduto e tutto il paese era in subbuglio (66). Mons. Fontana ottenne che per un altro anno

rimanessero nel seminario i padri Preti e Garattoni (67).

L'ultimo atto, quello conclusivo della prolungata questione tra Gesuiti e Vescovo di Ferentino fu una lettera

di ringraziamento inviata da mons. Fontana come «attestato sincero della massima lode e riconoscenza

per quanto Essa (la Compagnia di Gesù) ha fatto a vantaggio spirituale della città e diocesi» ferentinate

(68). Ormai si chiudeva un periodo di storia, durato circa settant'anni e a nulla valse il tentativo

episcopale, avanzato nel 1927, di invitare la Compagnia di Gesù ad acquistare l'edificio del Collegio -

Convitto, messo in vendita dal comune (69). Le cure del seminario, dunque, furono affidate

completamente al clero diocesano: don Francesco Saverio Di Torrice venne nominato rettore, mentre la

deputazione tridentina fu composta dai sacerdoti Raffaele Pro, Gaetano Pinelli e Ildebrando Di Torrice

(70).

§ 2. Il Seminario nella realtà contemporanea

Non fu facile per molti accettare la dipartita dei Gesuiti dal seminario vescovile (71); fu inevitabile la

rassegnazione, quando nonostante tutti gli sforzi, il ritiro dei Padri dall'istituto ecclesiastico fu un fatto

definitivo. Tuttavia il cambiamento non fu traumatico: i Gesuiti abbandonarono poco alla volta il seminario

diocesano, in uno spazio di tempo compreso tra il 1920 e il 1925. Le strutture dell'istituto erano ben

consolidate. Cinque erano i docenti delle scuole inferiori: uno per la scuola preparatoria, uno per la I e la

II classe «elementare», uno per la III e IV «elementare», uno per la II e III ginnasiale, uno per la IV e V

ginnasiale (72).

Completava il corso di studi il triennio liceale con lo studio della filosofia e della teologia. Il seminario,

come ogni istituto scolastico, era sottoposto ad ispezioni. L'autorità laica non era tenuta ad ispezionarlo se

non per controllare l'igiene e l'abitabilità dei locali. Quanto al metodo di insegnamento seguito e ad i

manuali consultati, questi erano lasciati all'autonoma scelta degli Istituti ecclesiastici.

Infatti i seminari erano dichiarati non soggetti alla disciplina, che regolava le istituzioni scolastiche statali,

essendo istituti esclusivamente destinati ai giovani, che intraprendevano la carriera ecclesiastica. Una

circolare ministeriale del 18 dicembre 1872 concedeva ai consigli scolastici provinciali di richiedere ai

rettori dei seminari solo la lista dei loro insegnanti ad ogni inizio di anno scolastico. Tuttavia i seminari

erano sottoposti periodicamente alle ispezioni comandate dalla competente autorità, la Congregazione per

le Università e i Seminari. Nel 1925 il cardinale Gaetano Bisleti, prefetto della Congregazione per i

Seminari, comunicò al vescovo di Ferentino, mons. Fontana, che il suo seminario diocesano sarebbe stato

visitato da mons. Volpi, arcivescovo di Antiochia di Pisidia (73).

Gli elementi rilevati dall'ispezione, che fecero irritare il cardinale Bisleti, furono quelli relativi ai programmi

di insegnamento ed alla poca selezione nell'accettare i giovani in seminario. Il Vescovo aveva comunicato

che riguardo all'insegnamento letterario e scientifico nel ginnasio si seguivano i programmi ministeriali; il

Cardinale Prefetto rimproverò mons. Fontana perché «quel conforme ai programmi governativi suona per

noi, per la S. Sede, per la Santa Chiesa, una vera umiliazione, quasi non avesse avuto e non avesse

programmi suoi per i suoi seminari, per la formazione intellettuale e morale di coloro che debbono essere

la luce del mondo, il sale della terra e quindi fosse costretta, ad attingere la solida dottrina, di ricorrere ai

ben noti programmi dello Stato, che non cooperano davvero a quella formazione intellettuale e morale,

che conviene ed è necessaria ai Ministri di Dio». I programmi ed i metodi da seguire erano contenuti e

spiegati nell'Ordinamento dei Seminari, approvato da Benedetto XV e pubblicato il 26 aprile 1920.

Il card. Bisleti non si limitò a rimproverare il Vescovo, perché sembrava non aver seguito il dettato

dell'Ordinamento, che pur doveva possedere; egli si inasprì specialmente perché, a suo avviso, il

seminario di Ferentino era stato snaturato nella sua finalità più profonda, non essendo più un vivaio di

vocazioni religiose, ma un semplice convitto, in cui gli alunni «danno segni di non esser disposti allo stato

ecclesiastico». Il seminario diocesano di Ferentino intanto era stato ridotto al rango di seminario minore,

impartendo una preparazione scolastica ginnasiale: chi intendeva proseguire gli studi per essere un giorno

sacerdote, doveva andare nel seminario regionale di Anagni, dove nel primo anno avrebbe compiuto il

corso di Logica e quello Letterario (74). Questo richiamo ufficiale fu salutare e il Seminario acquistò una

fisionomia spiccatamente vocazionale (75).

Nel pio istituto si formarono molti sacerdoti, che hanno dato lustro alla Chiesa: i cardinali Domenico Iorio,

Clemente Micara e Benedetto Aloisi Masella; mons. Giovanni Battista Rosati, vescovo di Todi, mons.

Giuseppe Maria Bovieri, vescovo di Montefiascone, Mons. Domenico Ambrosi, vescovo di Terracina-Sezze

e Priverno, Mons. Diomede Panici vescovo titolare di Sardi e Segretario di S. R. C., Mons. Agostino Laera,

vescovo di Castellaneta; il grande musicista don Licinio Refice; lo storico illustre don Giuseppe De Luca,

don Giuseppe Morosini, medaglia d'oro al valor militare, ucciso dai nazisti a Forte Bravetta; padre Pietro

Manghisi, missionario del Pime, morto martire in Birmania nel 1953; padre Augusto Lombardi, superiore

generale del Pime; don Pasquale Aloisi Masella, gesuita direttore generale dell'Apostolato della preghiera;

Mons. Angelo Di Pasquale della Segreteria di Stato e Cerimoniere Pontificio, Mons. Antonio Berloco,

ufficiale della S. Rota; Mons. Vincenzo Moramarco della Congregazione per il Culto Divino; Mons. Luigi

Felici della Congregazione del Clero. Tra gli studenti, che si sono particolarmente distinti nella vita civile,

sono da ricordare i professori universitari Giuseppe Sperduti e Giuseppe Colaianni.

Durante la seconda guerra mondiale il seminario ha offerto ospitalità a molti sfollati ed è stato un centro

di sollievo per la popolazione abbandonata. L'edificio fu danneggiato dai bombardamenti e si deve alla

solerte opera del vescovo Mons. Tommaso Leonetti e del rettore Mons. Giustino Meniconzi la laboriosa

ricostruzione.

Essi riuscirono, coadiuvati da altri sacerdoti, tra i quali spiccò Mons. Cataldo Peruzzi, ad ottenere la

generosa collaborazione di molti benefattori non solo italiani, ma anche statunitensi. Si devono ricordare

specialmente l'Americanization Mutual Society So. di Greensburg, i ciociari residenti nelle tre città della

Pennsylvania, Greensburg, Aliquippa e Jeanette. Altri generosi benefattori, che donarono tutte le loro

sostanze al seminario vescovile di Ferentino, furono l'architetto Luigi Morosini ed i coniugi Ignazio e Maria

Cirilli, in memoria della loro unica figlia Rosina. Anche il vescovo di Veroli, Francesco De Filippis, contribuì

donando i fondi per la costruzione della scala di marmo, che porta al secondo piano dell'edificio (76).

L'edificio attuale del Seminario è stato, dunque, completamente rinnovato e dotato di ogni comfort

moderno. È un complesso che, offrendo comodità e tranquillità si dimostra veramente adatto ai fini

formativi, cui è indirizzato (77). «Varcando la soglia del Seminario un piccolo parco, ricco di prosperose

conifere, offre al visitatore la gradita sorpresa di un'autentica oasi di verde; percorrendo si giunge ai

margini del colle, donde lo sguardo abbraccia un panorama superbo, che va dalla Valle del Sacco ai

Castelli Romani e ai Monti Tiburtini». Cosi si espresse il vescovo mons. Costantino Caminada, (1962-

1972) per invitare i giovani ad entrare in seminario, perché questa «oasi di verde», centro di tante e

notevoli vocazioni sacerdotali, stava attraversando una crisi vocazionale. Tuttavia, nonostante il grave

momento, mai il seminario fu chiuso; anzi il rettore, mons. Giustino Meniconzi, insieme con il compianto

don Pio Fortuna e con la collaborazione preziosa dei sacerdoti don Luigi Di Stefano e don Giovanni Di

Stefano, riorganizzò il regolamento dell'istituto nel 1974, poi approvato dal vescovo Michele Federici

(1974-1981) nel 1979. Il regolamento stabilisce una scuola interna comprendente le tre classi della scuola

media e le due classi del ginnasio. I giovani, che frequentano tali scuole, entrano in seminario alle otto e,

dopo le preghiere e la riflessione spirituale, iniziano le lezioni scolastiche alle ore 8,30. Terminate le

lezioni, alle ore 12,30 gli alunni si recano in refettorio per il pranzo. Dopo una mezz'ora di svago i giovani

si dedicano allo studio fino alle ore 17, ora in cui sono autorizzati a tornarsene a casa, dove proseguono lo

svolgimento dei compiti.

La formazione spirituale degli studenti è affidata dal Rettore, che con varie attività (ritiri, partecipazione e

animazione di liturgie, tridui vocazionali, primi giovedì del mese, colloqui spirituali) li guida ad una più

consapevole maturazione personale. La validità del sistema è stata confermata dalle richieste di alcuni

giovani studenti di entrare nel seminario regionale Leoniano di Anagni.

La visita, fatta l'11 febbraio 1984 dal delegato per i seminari d'Italia, mons. Andrea Pangrazio, ha dato

ottimi risultati. Mons. Pangrazio ha incontrato una comunità serena, fusa in grande unità, pienamente

disponibile all'azione formativa, guidata da un équipe di educatori entusiasti del loro lavoro, operanti in

spirito di fraterna intesa. Il Seminario di Ferentino dimostra di essere conforme alle esigenze specifiche

dell'istituto: un luogo privilegiato per l'accoglienza, il discernimento e l'accompagnamento delle vocazioni.

Il 31 maggio 1986, in apertura del terzo centenario di fondazione dell'istituto (1687 - 1987) il papa

Giovanni Paolo Il ha ricevuto in udienza particolare il vescovo mons. Angelo Cella, il rettore mons.

Giovanni Di Stefano, il collaboratore del rettore don Luigi Di Stefano e gli studenti del seminario.

Nel ringraziare Dio per i trecento anni di favori celesti, elargiti al pio istituto, il Santo Padre ha tracciato le

linee entro cui deve muoversi un'istituzione, messa al servizio della Chiesa e della comunità dei cristiani:

«Porgo il mio saluto a voi tutti che, in occasione del terzo centenario di fondazione del Seminario della

vostra diocesi, partecipate a questa celebrazione eucaristica.

Siamo qui raccolti attorno all'altare nella festa della Visitazione di Maria Santissima. La Vergine Maria,

modello di docilità alla voce dello Spirito, «si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una

città di Giuda» (Lc 1,39), dove, al saluto di Elisabetta, risponderà con le parole del Magnificat. La nostra

preghiera vuole essere oggi, seguendo il modello di Maria, anche un inno di ringraziamento al Signore

Gesù che vi ha chiamati a percorrere con lui la via ardua, misteriosa, ma esaltante del sacerdozio. Cristo

ha iniziato in voi l'opera sua, disponendo, con provvidente opera di grazia, che accettaste l'invito a

seguirlo per divenire suoi apostoli. Raccogliete con attenzione e docilità i segni del suo invito e sappiate

mettere a frutto i mezzi con i quali il seminario di Ferentino vi prepara ad essere ministri nella Chiesa di

Cristo.

Colui che ha iniziato in voi il buon lavoro saprà anche portarlo a termine con l'opera del suo Spirito.

Nell'offrire, in questa messa, il vostro cuore ed i vostri buoni propositi, rinnovate l'impegno di seguire

generosamente Cristo e di amarlo come via, verità e vita».

Note

1) AVF, Fondo Seminario, pos. 491, Borse di studio e posti gratuiti.

2) Ibidem; il diritto di patronato, trasmesso alla famiglia Pilotti, non fu esercitato sempre in maniera pacifica, tanto che nel 1865 - 66, per la

vacanza del posto, Giuseppe Maria Pilotti ne dovette difendere giuridicamente il possesso reclamando l'intervento della Congregazione dei

Vescovi e Regolari. La controversia, che vide in opposizione il Pilotti da un lato ed il Vescovo di Ferentino dall'altro, si risolse nel 1866, il 18

dicembre, quando il card. Quaglia, prefetto della Congregazione dei Vescovi, riconobbe con sua sentenza il diritto del Pilotti alla nomina del

posto gratuito ed anche la nomina dell'alunno fatta da mons. Tirabassi in pendenza di lite.

3) Ibidem.

4) Ibidem. Agli inizi del XX sec. le rendite del legato Sterbini non furono più sufficienti a mantenere due alunni; perciò furono utilizzate per la

creazione di due mezzi posti.

5) Ibidem.

6) Ibidem, pos. 482.

7) AVF, Fondo Seminario, Fascicolo sulla questione posti semigratuiti di Prossedi.

8) Ibidem.

9) Ibidem, lettera della Segreteria della Congregazione dei Vescovi e dei Regolari al Vescovo Bianconi (Roma, 17 ottobre 1908).

10) Ibidem, dichiarazione anonima dell'8 marzo 1912, da Ferentino.

11) ARSI, Historia Seminarii, 1902.

12) Ibidem, 1900.

13) Ibidem, 1901.

14) Ibidem, 1902.

15) Ibidem, 1903.

16) Ibidem, 1904.

17) Ibidem, 1910.

18) Ibidem, 1911.

19) Ibidem, 1912.

20) Ibidem, 1918.

21) Ibidem, 1914.

22) Ibidem, 1917. Più di trecento soldati parteciparono al precetto pasquale, dopo essere stati opportunamente preparati. Di essi quaranta

non avevano ancora ricevuto la Prima Comunione; cosicché per festeggiare tale avvenimento dovettero essere istruiti nel catechismo dei

Padri Gesuiti e, quindi, ricevere solennemente il Sacramento in cattedrale, davanti ai loro commilitoni.

23) Nel 1904, ricorrendo il XVI centenario del martirio di S. Ambrogio, patrono di Ferentino, p. Gherardi curò l'esecuzione di un'accademia

musicale in Onore del Santo centurione (ibidem, 1904). La morte repentina di p. Gherardi, avvenuta in Ferentino il 24 luglio 1916, commosse

tutti. Il Vescovo celebrò le esequie in cattedrale, davanti ad un notevole concorso popolare, lo stesso che accompagnò il cadavere dell'amato

sacerdote fino al cimitero (ibidem, 1916).

24) Ibidem, 1917, Il padre Alisiardi abbandonò l'incarico di padre spirituale del seminario nel 1918, perché non poteva contemporaneamente

esercitare l'ufficio di confessore nell'orfanotrofio femminile e nell'Ospizio dei Vecchi, ambedue eretti in Ferentino.

25) Ibidem, 1918. Padre Semadini unì all'incarico di padre spirituale dei seminaristi anche quello di direttore della Congregazione degli

Agricoltori, eretta in S. Giuseppe, e della Congregazione Mariana per i giovani esterni, esistente dal 1914 in Ferentino.

26) Ibidem, 1914. I tre alunni dovettero sostenere un esame per essere ammessi direttamente in quinta ginnasiale.

27) Ibidem, 1915.

28) Ibidem.

29) Ibidem, 1916.

30) Ibidem, 1917.

31) Ibidem, 1918.

32) Ibidem, 1919. In tale anno al rettore, padre Buccolini nominato vicerettore dei Leoniano di Anagni, subentrò padre Filippo Maria

Diamanti.

33) Ibidem, 1920. Altri visitatori avevano ispezionato il seminario ferentinate durante i primi venti anni del 1900: il 23 giugno 1911 Padre

Grassi, abate di Montevergine (Ibidem, 1914) e il 6 gennaio il Card. Ludovico Billiot S. J. (ibidem, 1913).

34) Ibidem.

35) AVF, Fondo Seminario, Supplica del 18 maggio 1922. I deputati ventilavano la proposta di affidare alle suore il compito assegnato ai

servitori a pagamento.

Con una spesa complessiva di 20.000 lire avrebbero sistemato un appartamento indipendente per le suore; inoltre le religiose avrebbero

alleviato un poco le spese dell'Istituto.

36) Ibidem, lettera di dimissioni di don Cesare Cossè (Ferentino, 2 novembre 1922).

37) AVF, Fondo Seminario, pos. 471, lettera del can. Camillo Zeppa (Ferentino, 28 luglio 1898).

38) AVF, Fondo Seminario, lettera di padre Caterini al vescovo Bianconi (Castelgandolfo, 21 agosto 1909).

39) Ibidem, lettera del Padre Generale della Compagnia di Gesù al Vescovo Bianconi (Roma, 24 settembre 1909).

40) ARSI, Lettere, lettera del Segretario della Congregazione Concistoriale al Preposito Generale della Compagnia di Gesù (Roma, 1° ottobre

1909).

41) Ibidem, lettera del vescovo Bianconi al Padre Provinciale S. J. (Anagni - Collegio Leoniano, 21 settembre 1920).

42) Ibidem, lettera del vescovo Bianconi al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, gennaio 1921).

43) Ibidem, lettera del vescovo Bianconi al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 2 aprile 1921).

44) Ibidem, lettera del Padre Provinciale S. J. al vescovo Bianconi (Roma, 5 aprile 1921).

45) Ibidem, lettera del Padre Provinciale S. J. al vescovo di Ferentino (Strada, 17 giugno 1921). La questione del seminario ferentinate giunse

fino al Papa, che si mostrò ottimista riguardo alla sua soluzione.

46) Ibidem, lettera del vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S.J. (Ferentino, 23 giugno 1921).

47) Ibidem, lettera del Padre Provinciale S. J. al vescovo di Ferentino (Roma, 14 luglio 1921).

48) Ibidem, lettere del vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Alatri, 30 agosto 1921; Ferentino, 6 settembre 1921).

49) AVF, Fondo Seminario, Pos. 471, lettera del Padre Generale S. J. al vescovo Bianconi (Roma, 20 maggio 1922).

50) ARSI, Lettere, lettera del Padre Nalbone all'Amministratore Apostolico di Ferentino (Roma, 7 luglio 1922).

51) Ibidem, Memoriale compilato dai Padre Gesuiti residenti in Ferentino (1922).

52) ARSI, Litterae Annuae, l903. L'associazionismo cristiano fu favorito dall'attività dei Gesuiti in Ferentino. Il 19 febbraio 1903, ricorrendo

l'anniversario di elezione ai pontificato di Leone XIII, il vescovo ferentinate, mons. Bianconi, benedisse i vessilli dei comitati diocesani, detti

Democratici Cristiani. Successivamente un'imponente processione, aperta dai seminaristi e dai Gesuiti, si diresse verso S. Maria Maggiore,

dove fu celebrata la messa solenne di ringraziamento.

53) AVF, Fondo Seminario, lettera del Vescovo di Alatri (Alatri, 13 novembre 1922).

54) Ibidem, lettera di Alessandro Fontana, vescovo di Ferentino, al can. Ernesto Angelisanti (Ferentino, 28 gennaio 1923).

55) ARSI, Lettere, lettera per conto del P. Generale al vescovo di Ferentino (Roma, 14 agosto 1923).

56) Alessandro Fontana, dei Missionari Imperiali fu vescovo di Ferentino dal 1922 al 1941. Prima di essere eletto a tale onore aveva

esercitato l'ufficio di padre spirituale nel Seminario Romano minore e di parroco nella chiesa di S. Vitale in Roma. Il suo episcopato fu

improntato da un atteggiamento di paterna e amorosa vigilanza. Si svolse tutto nel più delicato periodo della storia italiana, quello del

ventennio fascista e dei primi anni del secondo conflitto mondiale.

57) ARSI, Lettere, lettera del vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Ferentino 18 agosto 1923).

58) Ibidem, lettera del can. Angelisanti al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 27 agosto 1923).

59) Ibidem, lettera del Padre Provinciale S. J. al canonico Angelisanti (Roma, 11 settembre 1923).

60) Ibidem, copia della Supplica al Papa (Ferentino, 31 gennaio 1924).

61) AVF, Fondo Seminario, pos. 471, minuta della supplica al Papa del 31 gennaio 1924.

62) Ibidem, lettera del Preposito Generale S. J. al vescovo di Ferentino (Roma, 12 febbraio 1924).

63) ARSI, Lettere, lettera del Padre Provinciale S. J. ai Padri dimoranti in Seminario (Roma 18 febbraio 1924).

64) In ARSI, Lettere, la lettera del 18 febbraio 1924 al vescovo di Ferentino è conservata in copia; mentre l'originale si conserva in AVF,

Fondo Seminario, pos. 471.

65) ARSI, Lettere, lettera del can. Angelisanti al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 19 Febbraio 1924).

66) Infatti al vescovo era arrivata una lettera di don Giuseppe Pettorini, che, venuto a conoscenza del ritiro dei Gesuiti dal Seminario,

chiedeva di scongiurare tale evenienza in ogni modo. Il sacerdote proponeva che si formasse una commissione di cittadini, scelti tra i migliori,

e del clero, per presentare al Papa un nuovo promemoria. Nella postilla richiedeva che almeno due gesuiti rimanessero nel seminario

ferentinate: uno come padre spirituale l'altro come rettore (AVF, Fondo Seminario, lettera di don Giuseppe Pettorini, Ferentino, 23 maggio

1924).

67) ARSI, Lettere, lettera del Vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 13 maggio 1924) e risposta del Padre Provinciale

(Roma, 8giugno 1924). I Padri Preti e Garattoni furono chiamati definitivamente in Roma il 2 aprile 1925 (ibidem, Roma, 2 aprile 1925).

68) Ibidem lettera del vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 1925). Il padre provinciale, Filograssi., rispose a tale lettera

di ringraziamento il 7 ottobre 1925 (AVF, Fondo Seminario, pos. 471).

69) ARSI, Lettere, lettera del Vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 8 gennaio 1927). Risposta negativa del Padre

Provinciale S. J., spedita da Roma il 19 gennaio 1927.

70) AVF, Fondo Seminario, Regolamento per gli inservienti del ven. Seminario Vescovile di Ferentino, 25 gennaio 1925.

71) AVF, Fondo Seminario, lettera del can. Ernesto Angelisanti al Consultore nella Concistoriale in Roma (Ferentino, 9 giugno 1925). Il can.

Angelisanti, di sua spontanea iniziativa, chiedeva al Consultore di interporre i suoi buoni uffici per mantenere i Gesuiti in Ferentino. Accludeva

nella sua lettera la copia della supplica presentata al Padre Generale il 31 gennaio 1924; tale copia doveva essere una testimonianza di come

il Vescovo ed il clero si erano occupati e preoccupati di scongiurare un cosi grave pericolo.

72) Ibidem, foglio senza data, in cui si riportano i testi in uso nelle classi di Filosofia e Teologia e la ripartizione del corso di studi ginnasiali in

ginnasio inferiore e superiore. Il corso di Filosofia si articolava in due anni (nel primo si studiava Logica, Metafisica e Matematica; nel secondo

Etica e Fisica); il corso di Teologia comprendeva lo studio della Teologia Dommatica, Morale e del Diritto Canonico. Per l'ordinamento dei

seminari cfr. M. Barbera S. J., Intorno all'ordinamento degli studi del Ginnasio e Liceo nei seminari, edizione di Civiltà Cattolica (via Ripetta

246) Roma 1921.

73) Ibidem, lettera del card. Bisleti al vescovo di Ferentino (1925).

74) AVF, Fondo Seminario, lettera del card. Bisleti al vescovo di Ferentino (Roma, 10 settembre 1925).

75) Questo si evince particolarmente dal regolamento disciplinare del Seminario, stilato da mons. Tommaso Leonetti (1942 - 1962) ed

approvato il 1° ottobre 1947. Nel 1929, per opera del padre spirituale del seminario, mons. Ernesto Angelisanti, fu eretto il Circolo

Missionario, con lo scopo di accrescere ogni iniziativa missionaria, incrementando nei seminaristi amore e simpatia per le missioni. Tale

Circolo fu rinnovato il 20 febbraio 1963.

76) Il Vescovo di Veroli nel 1942 era amministratore apostolico della diocesi ferentinate, rimasta priva del suo vescovo, essendo morto mons.

Fontana. Il testo dell'epigrafe commemorativa è il seguente:

HAS E MARMORE SCALAS

FRANCISCUS DE FILIPPIS VERULARUM EPISCOPUS MUNUS DIOCESOS FERENTINAE ADMINISTRANDAE TUENS

EXTRUENDAS DE SUO CURAVIT

QUI DISCIPLINAE BONIS MORIBUS STUDIISQUE PRAESUNT

ALUMNI UNIVERSI

GRATI ANIMI ET OBSEQUII CAUS(S)A

ILLIUS MUNIFICENTIAM IN MEMORIAM ET RECORDATIONEM DEDERE

ANNO DOMINI MCMXLII

PIO XII PONTIFICE MAXIMO

77) Accudiscono la casa le suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria, fondate dalla Beata Caterina Troiani. Esse nel 1947

subentrarono alle suore Francescane Alcantarine, che avevano provveduto al guardaroba ed alla cucina dal 1923 (AVF, Fondo Seminario, pos.

475). Nel 1959 le Suore Francescane di Madre Caterina tentarono di abbandonare la cura ed il servizio del seminario, ma la forte reazione del

vescovo Leonetti scongiurò tale pericolo.

Prof.ssa Bianca Maria Valeri

TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI

1. ACF Archivio Comunale Ferentino

Exemplum Exemplum instrumentorum, quae in membranis penes

civitatem Ferentinam asservantur opera et sumptu Philippi

Stampae excriptum suisque civibus dono datum, anno

MDCCLXV.

2. Arch. Cap. Archivio Capitolare di Ferentino

3. Arch. Sem. Archivio del Seminario di Ferentino

Diario, I Diario del Ven. Seminario di Ferentino, vol. 1, ottobre 1871-

giugno 1881. Il II vol. del Diario comprende il periodo dal

giugno 1881 al maggio 1885.

Esito, 1826-1827 Esito del Seminario di Ferentino,

novembre 1826-ottobre 1827

1834-1835 Esito del Seminario di Ferentino,

novembre 1839-ottobre 1840.

4. ARSI Archivio della Provincia Romana della Società di Gesù

Lettere Seminario - Chiusura. Lettere di Vescovi, Padri Generali e

Padri Provinciali, busta 559.6.

Littarae Annuae Littarae Annuae Seminarii Ferentini, busta 559.1

Historia Seminarii Historia Domus Seminarii Ferentini, busta 559.2

5. ASFr Archivio di Stato di Frosinone

Seminario Delegazione Apostolica di Frosinone, Ferentino, busta 514,

fascicolo 1064

6. ASV Archivio Segreto Vaticano

Relationes ad limina Congregatio Concilii, 327 A/B

Relationes ad limina, Ferentinum

Visite Apostoliche Congregatio Concilii

55, Visita Apostolica di Domenico Petrucci (1578)

73, Visita Apostolica di Pietro Antonio Olivieri (1581)

7. AVF Archivio Vescovile di Ferentino

Avvertimenti Avvertimenti per il buon regolamento delli seminaristi (29

gennaio 1753)

Informazioni Informazioni e rescritti delle Sagre Congregazioni del Concilio,

Immunità, Vescovi e Regolari, Buon Governo e altro

Collazioni Collationes beneficiorum

Editti Inventarii ed editti, vol. B/I

Patentalium Extraordinarium Patentalium Registrum (1644-1703)

Regole Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino, fatte e

date al medesimo da mons. ill.mo e rev.mo Simone Gritti,

vescovo di detta città, l'anno 1727 nell'atto della Sagra Visita

del medesimo, fatta nel detto anno 1727

Sinodo Sanctae Ferentinae Ecclesiae Prima Diocesana Synodus ab

ill.mo et rev.mo D. Pietro Paolo Tosio, Dei et Apostolicae

Sedis gratia episcopo fermentino, S. D. N. Clementis PP. XIII

praelato domestico ac pontificio solio assistente, abita anno a

Cristo nato MDCCLXVII diebus X - XI et XII maii, Romae

MDCCLXVIII, ex typographia Generosi Salomoni superiorum

permissu.

Stati temporali Stato temporale abituale del Collegio della Compagnia di Gesù

Vescovi Volume cum serie episcoporum. Miscellaneo

Visite Pastorali, 1585 Visita Pastorale di Silvio Galassi (1585), in vol. A/A, ff. 1-82

Visite Pastorali, 1755-1825 Visite Pastorali di vari vescovi, in vol. A/IV

Visite Pastorali, 1836 Visita Pastorale di Vincenzo Macioti (1836); si conserva in

fascicoli non rilegati

Visite Pastorali, 1841 Visita Pastorale di Giovanni Giuseppe Canali (iniziata il 20

maggio 1841); si conserva in fascicoli non rilegati

Visite Pastorali, 1842 Visita Pastorale di Antonio Benedetto Antonucci (1842); si

conserva in fascicoli non rilegati

Visite Pastorali, 1850 Visita Pastorale di Bernardo Maria Tirabassi (1850); si

conserva in fascicoli non rilegati

Visite Pastorali, 1878 Visita Pastorale di Gesualdo Vitali (visita al Seminario il 26

agosto 1879); si conserva in fascicoli non rilegati

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